“Una cortina di ferro è calata sull’Europa (dell’Est) e non sappiamo che cosa accada dietro di essa”. Con queste parole, pronunciate il 5 marzo del 1946, Winston Churchill definì il mondo socialista che si stava delineando al di la della linea di fronte raggiunta dagli americani. Uno scenario divisivo per l’Europa, che forse per la prima volta si pose degli interrogativi fondamentali che portarono alla nascita della Guerra fredda.

Benché da quel discorso siano passati oltre 76 anni, la divisione dell’Europa in due blocchi con due sistemi di organizzazione della vita politica, sociale ed economica agli antipodi ha prodotto degli effetti visibili ancora ai giorni nostri. E soprattutto ha generato uno schema condiviso di paure e di preoccupazioni che non sono comuni a tutti i Paesi dell’attuale Unione europea; creando così nuovamente due blocchi contrapposti dagli obiettivi e dagli ideali differenti: emblema di una unificazione europea che forse è rimasta in tanti anni soltanto sulla carta.

L’Europa adesso ha “due capitali”

Quando si parla delle posizioni e delle decisioni prese a livello europeo, sono due le città che vengono maggiormente nominate: la prima è Bruxelles, “capitale” di fatto dell’Unione europea in quanto sede del Parlamento; la seconda invece è un altrimenti anonimo paese dell’Ungheria: Visegrad. Mentre con le direttive prese dall’indirizzo comunitario si utilizza la prima espressione, con la seconda ci si riferisce a quella serie di indirizzi e di posizioni prese dai Paesi dell’Est e principalmente discesi dalla vecchia sfera di influenza sovietica.

Formato da Ungheria, Slovacchia, Polonia e Repubblica Ceca, il “gruppo di Visegrad” ha negli anni attirato sempre più ammiratori, con l’Austria e la Slovenia che in più occasioni si sono trovate allineate con le idee della fazione europea che ha identificato Viktor Orban come sua massima espressione. Dopo anni caratterizzati dalle “lotte” diplomatiche interne e dalle prese di posizione molto forti, la differenza nella visione comunitaria dei due schieramenti ha raggiunto adesso dei livelli elevatissimi, avvicinandosi, forse, quasi al punto del “non ritorno”. E soprattutto, adesso, rischia di non limitarsi soltanto alle questioni legislative e migratorie come nel primo periodo di attriti, ma potrebbe arrivare a bloccare anche gli interventi di natura prettamente economica ed in risposta alla crisi generata dalla pandemia di coronavirus.

Visegrad non tollera la visione comune europea

Quando venne alla luce per la prima volta l’idea di Unione europea, i Paesi aderenti – tutti appartenenti all’Europa occidentale – uscivano dalla stagione dei fascismi e dalle conseguenze che la guerra aveva portato nei loro territori. La risposta a quanto accaduto in passato era dunque chiara, quasi scontata e soprattutto condivisa da tutti i Paesi appartenenti. E soprattutto, la chiusura verso quei Paesi che non condividevano un “passato comune” era molto forte – con l’esempio lampante dell’Austria che rimase per anni in sospeso a causa della questione non ancora risolta con l’Italia relativa all’attuale Provincia autonoma di Bolzano/Sudtirol.

Con l’allargamento dell’Unione europea verso oriente, però, questa comunanza dei pilastri fondanti è venuta sempre meno. In modo particolare proprio a causa della mancanza di una storia comune che potesse funzionare da collante anche culturale per affrontare insieme le avversità. Mentre infatti, e come già sottolineato, l’Europa occidentale vedeva nei fascismi il nemico da combattere, l’Europa orientale preferiva liberarsi dal suo passato socialista sotto la sfera di influenza moscovita. E questa sottile differenza, in fondo, è il motivo per il quale molte visioni nella gestione della Res Europea non vengono condivise tra Bruxelles e Visegrad.

È in buona parte grazie a questa chiave di lettura – come sottolineato anche dal presidente sloveno Janez Jansa – che si può comprendere come le due fazioni siano giunte allo scontro in tempi recenti. Anche le questioni legate all’indipendenza della magistratura dalla politica e la visione delle minoranze (sia in termini razziali, sia in termini di orientamento sessuale) rientrano infatti pienamente in questo filone di cause, confermando come la rottura  tra Bruxelles e Visegrad si sia spostata a tutti gli effetti sotto il piano ideologico.

Due ideologie e due visioni: l’Europa unita ha ancora significato?

Come visto sino a questo momento, il grado di dissociazione tra Bruxelles e Visegrad ha raggiunto col passare degli anni un livello di distacco che rende molto difficile un più totale riavvicinamento nel prossimo futuro. Soprattutto, poiché la continua contrapposizione ideologica e le resistenze alle visioni dell’alleato-avversario hanno generato dissapori che rendono sempre più difficile una qualsiasi collaborazione costruttiva.

In questo modo, però, è la stessa capacità di giungere insieme ad obiettivi comuni – sempre che ce ne siano – ad essere messa in discussione, aprendo ad una serie di scenari negativi per quanto riguarda il futuro dell’Unione europea. In assenza di un chiaro programma condiviso e senza una visione di obiettivi comuni, infatti, quanto lontano può andare la massima istituzione transnazionale del Vecchio continente? E soprattutto, quali garanzie di apporto di valore aggiunto potrà fornire agli stessi Stati membri in futuro, nella misura in cui ogni proposta viene ripetutamente e sonoramente messa in discussione dalle varie fazioni nate al suo interno?

Realisticamente, ben poche. Almeno allo stato attuale e, almeno, senza un progetto di riavvicinamento graduale e progressivo, mirato a limare le differenze e soprattutto a rendere comuni tutte le problematiche e le preoccupazioni dei singoli popoli e non soltanto gli interessi delle élite. Perché in assenza di questo, purtroppo, Visegrad potrebbe allontanarsi sempre di più; e come lei, in futuro, anche altre alleanze interne all’Europa che si stanno piano piano formando potrebbero scegliere la stessa strada – e qualsiasi allusione all’asse economico Benelux-Nord Europa non è puramente casuale.