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Il 2022 verrà ricordato dai posteri come l’anno del fatidico redde rationem per l’esperimento Fidesz, la cui effettiva storicità sarà messa alla prova del voto, e per la stessa internazionale conservatrice, che, duramente colpita dall’uscita di scena di Donald Trump, verrebbe ferita mortalmente dalla caduta di Budapest, cuore pulsante dell’alleanza Visegrad, baricentro dell’euroscetticismo e piccolo ponte tra ponente e levante.

Perché il popolo magiaro, il prossimo anno, non sarà chiamato ad estrarre una carta da un mazzo di finte alternative, in realtà tra loro perfettamente equivalenti, ma a prendere una decisione dinanzi al bivio della storia. Bivio che richiederà agli ungheresi di scegliere tra passato e futuro, tra magiarismo ed europeismo e fra tradizione e modernità. In palio, dunque, più che un semplice mandato parlamentare, vi sono una visione nazionale – corrispondente all’orbaniana “democrazia cristiana” – e un intero movimento politico-culturale transnazionale – il conservatorismo.

Fidesz, nella consapevolezza della posta in gioco e sapendo che alle future parlamentari dovrà fronteggiare una maxi-coalizione sestapartitica, sta cercando di ringiovanire la propria immagine, in maniera tale da catturare il voto della gioventù, in simultanea all’accelerazione dei lavori in merito alla traslazione in realtà della democrazia cristiana, nella speranza-aspettativa di complicarne lo smantellamento in caso di sconfitta elettorale. In questo contesto si inquadrano, ad esempio, tre accadimenti recenti quali lo scontro con l’Unione europea sullo stato di diritto, l’introduzione dei cosiddetti “valori tradizionali” nella costituzione e l’approvazione di una legge contro la propaganda gay nelle scuole, un’operazione in controtendenza rispetto all’operazione italiana con il ddl zan.

L’anti-ddl Zan magiaro

Il mese di giugno si sta rivelando estremamente caldo in Ungheria. Il 15 giugno il Parlamento ha approvato una legge antipropagandistica che, de jure et de facto, mette al bando l’insegnamento di tematiche arcobaleno nelle scuole e nello spazio pubblico ungheresi con la scusante di combattere la “promozione o la rappresentazione esagerata di pornografia, pedofilia e [stile di] vita transgenere e omosessuale tra i minori di diciotto anni”.

La nuova legislazione ha sorpreso e scandalizzato dentro e fuori la nazione magiara, ma in un’analisi a caldo sulla riforma costituzionale dello scorso dicembre avevamo avvisato i lettori: gli emendamenti, specie quelli riguardanti “il diritto del bambino all’autoidentificazione con il sesso alla nascita” e “un’istruzione in accordo con i valori basati sull’identità costituzionale e sulla cultura cristiana dell’Ungheria”, preludiavano ad una prossima restrizione dello “spazio dell’ideologia di genere nel panorama magiaro”. Quanto predetto è accaduto: la nuova costituzione è stata utilizzata per dare fondamento e legittimità ad una legislazione che, oltre a prevedere un inasprimento delle pene detentive per i crimini sessuali di stampo pedofilico, vieta la pubblicizzazione presso i minori dell’omosessualità e di argomenti quali il cambio di sesso e la transizione di genere.

I punti-chiave della legge, che stanno portando organizzazioni nongovernative e partiti dell’opposizione in piazza e che hanno suscitato reazioni diplomatiche ufficiali da parte di Unione Europea e Stati Uniti, sono i seguenti:

  • Il materiale didattico impiegato nelle scuole al fine dell’insegnamento dell’educazione alla sessualità non potrà contenere riferimenti al transgenderismo né promuoventi l’omosessualità;
  • Gli insegnanti di educazione sessuale non potranno avvalersi liberamente del contributo di soggetti esterni, ma dovranno selezionare personale appartenente ad organizzazioni inserite in un albo continuamente aggiornato e monitorato – questo punto potrebbe ridurre i margini di manovra delle organizzazioni nongovernative di stampo liberal-progressista all’interno dei curricoli scolastici magiari;
  • Il diritto dei bambini all’autoidentificazione con il sesso alla nascita sarà garantito dalle autorità competenti;
  • Introduzione di sanzioni per coloro che espongono i minorenni a contenuti, anche di natura pubblicitaria, pornografici e/o ritenuti suscettibili di promuovere omosessualità e transgenderismo;
  • Introduzione di maggiori controlli volti ad accertare che le stazioni televisive avvisino i telespettatori circa la presenza nel palisensto di programmi e/o pellicole non adatte ai minori e che non diano spazio a contenuti pubblicitari e intrattenitivi vietati per legge, cioè promuoventi transgenderismo e omosessualità.

Le conseguenze

Unione europea e Stati Uniti stanno protestando pubblicamente contro il testo, ritenuto contrario ai valori occidentali e fortemente lesivo nei confronti della comunità arcobaleno, e lo stanno paragonando magniloquentemente alla legge russa sulla propaganda gay, sullo sfondo delle minacce velate di delocalizzazione provenienti dalle multinazionali tedesche presenti nel mercato magiaro.

L’obiettivo della campagna concertata della triade Ue-Usa-produttori tedeschi è duplice: creare un muro isolante attorno ad Orban, identificato con Vladimir Putin, cioè uno dei due avversari principali dell’Occidente, e persuadere l’esecutivo a fare un passo indietro attraverso la minaccia di gravi ritorsioni economiche – dalla privazione di fondi comunitari alla fuga delle multinazionali all’estero.

Le pressioni dall’alto stanno venendo affiancate da quelle provenienti dal basso, cioè da società civile e organizzazioni nongovernative. Tra le principali iniziative dell’opposizione anti-orbaniana figurano le proteste davanti al Parlamento, partecipate mediamente da 5-10mila persone, ed una raccolta firme da parte del comitato organizzatore del Budapest Pride, suggestivamente intitolata “Non vogliamo leggi omofobiche in stile russo!” (Nem akarunk orosz mintaju homofob torvenyeket!) e che ha superato in quattro giorni le 130mila sottoscrizioni.

Contrariamente alle apparenze, però, Fidesz non è solo e la legge presenta tanti rischi quante opportunità in termini elettorali. Più che il frutto di una grave discalculia, infatti, la legge magiara sulla propaganda gay sembra essere stata concepita appositamente per fratturare l’opposizione unita in prossimità delle parlamentari. Perché Jobbik, secondo partito d’Ungheria e motore della coalizione sestapartitica, ha votato a favore del testo – passato con 157 sì ed un no – nel tentativo di mostrare al proprio elettorato, che è e resta conservatore, che l’anti-orbanismo a oltranza non equivale ad un rinnegamento tout court dei propri valori.

Un messaggio per l’Italia e l’Europa

La legge magiara sulla propaganda gay, considerabile un vero e proprio “anti-ddl Zan”, viene approvata nel vivo della guerra culturale tra conservatori e progressisti per l’egemonizzazione dell’Occidente e tocca il tasto dolente per eccellenza: la questione arcobaleno. Guerra culturale che ha diviso in due la Polonia, palesandone il lato crescentemente postcristiano, che da almeno trent’anni dilania gli Stati Uniti e che riguarda anche l’Italia, dove è in corso il dibattito relativo al ddl Zan, che ha mobilitato influencer, stampa, aziende e personaggi pubblici.

Scrivere e parlare della guerra culturale tra conservatori e progressisti è di importanza fondamentale se si vuole comprendere lo scenario internazionale contemporaneo. Perché questo conflitto delle idee (e dei valori) è, a tutti gli effetti, un capitolo legato a doppio filo alla terza guerra mondiale a pezzi. Non è una coincidenza che i detrattori di Orban stiano impiegando una suggestiva “reductio ad Putinium” per isolarlo a livello internazionale e demonizzarlo a livello interno, veicolando l’idea che abbia trasformato l’Ungheria in una democrazia illiberale ricalcante la Federazione russa post-eltsiniana e coinvolta sentimentalmente con la Cina, indi in una minaccia diretta e imminente all’Occidente.

In gioco, dunque, più che la vita e la libertà degli omosessuali – che non vengono intaccate, dato che la legislazione magiara non criminalizza l’omosessualità, quanto l’ideologia di genere –, v’è la foggiatura di una nuova anima per l’Occidente, un blocco civilizzazionale che sta traversando una storica fase di transizione e che, proprio come la piccola Ungheria, si trova ad un bivio tra passato e futuro, tra cristiano e postcristiano, tra umano e transumano e tra identità note, stabili e statiche e identità nuove, fluide e liquide.