Sogno di liberali e conservatori italiani, francesi, iberici e rumeni, ed incubo dei centri di potere dell’Europa settentrionale, l’unificazione dei popoli latini sotto la stessa bandiera è una delle più potenti costanti della storia europea. Nessuno è mai stato realmente volente né capace di trasporre in realtà questa visione onirica, ma gli accadimenti che stanno ristrutturando l’assetto delle relazioni internazionali ne richiedono il recupero dal dimenticatoio.

L’Italia ha bisogno di una visione

Lo spettro dell’involuzione dell’Italia da attore storico ed autonomo a metternichiana espressione geografica non è mai stato così prossimo e palpabile: il Mediterraneo è divenuto un teatro primario della competizione tra grandi potenze, l’Africa orientale è stata tacitamente ceduta a Turchia e petromonarchie arabiche, l’impronta nostrana nei Balcani occidentali va sbiadendo e l’influenza in sede comunitaria è irrilevante.

La diplomazia è riuscita, in parte, a drenare l’emoraggia provocata dalla politica, gettando le basi per la trasmigrazione dell’Italia dal Mediterraneo all’area compresa fra Azerbaigian e Asia centrale e ritardando l’eclissamento totale nell’ex spazio coloniale attraverso il raggiungimento di un precario modus convivendi non antagonistico con la Turchia. Successi imprevedibili che hanno ridotto la micidialità di madornali errori di calcolo e delle nuove Völkerwanderung, ma che hanno soltanto posticipato l’arrivo del tramonto. Perché trasmigrare dalla Libia all’Azerbaigian e spartire mefistofelicamente i propri spazi di prosperità con la Sublime Porta non sono dei rimedi permanenti, sono dei palliativi utili soltanto ad un fine: rallentare il ritmo del declino.

La caduta può essere evitata, il prestigio recuperato e l’influenza allargata, ma Roma abbisogna anzitutto di concepire una visione, in secondo luogo di valorizzare e difendere gli interessi da essa promananti e, ultimo ma non meno importante, di foggiare una forma mentis che la renda in grado di navigare le acque sempre agitate delle relazioni internazionali e di competere con le grandi potenze del globo.

Le visioni non sono proprie ed esclusive delle potenze guidate da mentalità imperiali o coloniali, ma sono la componente necessaria alla vitalità e alla sopravvivenza di ogni nazione. La visione è la meta da raggiungere, ed è anche la stella polare che guida lo stato viandante quando non v’è modo di calibrare la bussola, perciò le dirigenze dall’occhio più aquilino ne hanno almeno una: la Gran Bretagna è uscita dall’Unione Europea nel contesto di un ritorno al passato ribattezzato Global Britain, l’Ungheria è stata traghettata nel mondo turcico nel quadro della cosiddetta Apertura ad Est di Fidesz, la Francia ha la Françafrique, l’Arabia Saudita ha la Saudi Vision 2030, il Kazakistan ha pianificato una tabella di marcia sino al 2050 e la Turchia presenta un’articolata weltanschauung mescolante ideologia (neo-ottomanesimo, panturchismo, turanismo, pan-islamismo) e pragmatismo (Mavi Vatan).

E l’Italia? Il Bel Paese, che dai propri avi ha ereditato una posizione di dominanza nel Mare Nostrum, ha avuto come proprio orizzonte storico il Mediterraneo. Il controllo (quasi) esclusivo di tale area è, però, venuto meno a causa di un concatenamento di fattori (avvento della competizione tra grandi potenze, miopia strategica, dilettantismo e pavidità) i cui effetti venefici sono stati contenuti a mezzo di raccomodamenti temporanei che hanno rallentato la nostra decadenza.

In sintesi, grazie a trasmigrazioni e convivenze strumentali, abbiamo guadagnato del tempo prezioso che, ora, andrebbe impiegato per formulare una visione a lungo termine. La domanda è: “quale visione?“. Perché il potenziale italico in termini di multivettorialità è unico e sconfinato, oltre che inespresso, e possibiliterebbe la trasformazione di Roma in una o più cose simultaneamente: appendice dell’asse Berlino-Parigi oppure ariete della Global Britain contro le potenze continentali, capitale di un’alleanza tra i popoli mediterranei o provincia del più vasto mondo turcico, terminale mediterraneo della Nuova via della seta e/o faccendiere di Washington tra Europa meridionale e Africa settentrionale.

L’elenco di cui sopra è variegato, esteso e, soprattutto, incompleto; perché l’Urbe, invero, potrebbe aspirare al conseguimento di un titolo molto più prestigioso – a condizione di armarsi della giusta dose di lungimiranza, carisma e volizione –, ovverosia quello di capitale di un’Alleanza Latina.

Sogno di molti, realtà di nessuno

L’idea di un’alleanza pan-latina viene partorita dai pensatori conservatori della Francia post-napoleonica, una nazione uscita a pezzi dalla Rivoluzione e divisa internamente da conflitti di classe e di religione. Sepolta l’era dei re cristianissimi e archiviato l’universalismo napoleonico, una parte del mondo intellettuale d’Oltralpe era convinta che fosse giunto il momento di tentare un ritorno al passato, cioè un ritorno a Roma.

In principio fu Michel Chevalier, propositore di un blocco latino in chiave antigermanica e antislava, poi seguirono a ruota Stendhal, Gabriel Hanotaux, Frédéric Mistral e Jean Charles-Brun. I loro scritti, lungi dal restare relegati all’ambito dei salotti letterari, avrebbero esercitato un’influenza tanto notevole quanto inattesa su Napoleone III, l’utopista imperatore che, completamente rapito e stregato dall’idea di dare vita ad un impero latino con al centro Parigi, nel 1861 invase il Messico nella vana speranza di strappare i latinoamericani dal giogo statunitense.

La folle impresa del Messico terminò rovinosamente, con la fucilazione del re-fantoccio Massimiliano I, ma il sogno di un Blocco latino avrebbe continuato ad agitare i sonni degli intellettuali e degli statisti delle epoche successive, riemergendo con forza nel periodo tra le due guerre mondiali. Inizialmente avanzata da Pierre Laval, due volte primo ministro durante la Terza repubblica, l’idea dell’alleanza tra i popoli latini sarebbe poi divenuta appannaggio dei circoli politici ed intellettuali dell’internazionale fascista, in particolare dell’Italia mussoliniana, della Francia di Vichy, della Spagna franchista e della Romania di Ion Antonescu.

Vani il beneplacito della Germania nazista in chiave antislava, e a latere anti-britannica, e i vertici di alto livello avvenuti tra Italia e Francia per discutere della materializzazione dell’agognato progetto: il Blocco latino sarebbe rimasto imperituramente su carta, prima travolto dall’avanzata degli Alleati e dell’Unione Sovietica e poi condannato alla damnatio memoriae perché (erroneamente) associato al fascismo.

Curiosamente, una volta tramontato l’ideale latinista nella vecchia Europa, nuova linfa vitale sarebbe provenuta dall’Africa, più precisamente da Barthélemy Boganda, nazionalista nero, Pater patriae della Repubblica Centrafricana e fautore di un pittoresco progetto d’integrazione culturale mai decollato: gli Stati Uniti dell’Africa latina. Obiettivo di Boganda? L’unificazione dei neonati stati africani di lingua francese e portoghese.

In sintesi, la “cosa” più vicina all’Alleanza latina che sia mai stata realizzata è l’Unione latina, un’organizzazione internazionale di stampo culturale con sede a Parigi e riunente trentasette nazioni del globo di lingua neolatina. Ambiziosa, sì, ma perennemente sottoutilizzata, l’Unione latina ha chiuso i battenti nel 2012 a causa di problemi di bilancio.

Otto anni dopo, cioè l’anno scorso, avviene la svolta inaspettata: Marion Le Pen, astro nascente dell’omonima famiglia politica e del Raggruppamento Nazionale (ex Fronte Nazionale), dal palco della National Conservatism Conference invita le forze conservatrici di Francia, Italia, Spagna e Portogallo ad unirsi in un’alleanza civilizzazionale capace di fungere da forza di interposizione tra Stati Uniti, Europa germano-scandinava e Russia. A distanza di un anno, però, dai chiamati in causa non si registrano segnali di vita.

Il potenziale sterminato dell’Alleanza Latina

Essere alleati equivale a mettere da parte le possibili ostilità intercorrenti nel nome di uno scopo maggiore: il benessere reciproco. Il potenziale di un’alleanza tra le nazioni latine dell’Europa sarebbe sconfinato per una ragione molto semplice: ognuno degli aspiranti componenti è a sua volta inquadrato all’interno di circuiti di alleanze e realtà culturali estese che, de facto, renderebbero questo blocco una realtà transcontinentale.

Roma ha una sfera d’infuenza estesa dall’Adriatico al Caucaso meridionale, Parigi troneggia sull’Africa francofona e ha avamposti rilevanti nelle Americhe e nell’Indo-Pacifico, Madrid continua ad esercitare un’influenza riguardevole nell’Ispanoamerica e su Rabat, Lisbona non ha mai abbandonato del tutto il pluricontinentalismo ed è legata a doppio filo con Brasilia e il resto della lusosfera e infine v’è Bucarest, un curioso caso di stato-ponte tra i mondi latino e slavo che potrebbe possibilitare l’attecchimento della latinità nelle terre appartenenti o prossime alla rumenosfera.

Idealmente formulato come un partenariato strategico globale a cinque, il blocco latino dovrebbe prendere forma nel più semplice ed intuitivo dei modi: ampliare la collaborazione in tutti quei settori in cui i membri non sono divisi da rivalità per poi procedere all’estensione del dialogo e della cooperazione costruttiva nelle aree più critiche. In sintesi, si tratterebbe di un’applicazione su piccola scala della logica funzionalistica che ha determinato la fortuna dell’Ue.

La concorrenza antagonistica che attualmente caratterizza i rapporti tra Italia e Francia, tra Italia e Spagna, e fra quest’ultima e il Portogallo, verrebbe sostituita da una “competizione controllata” che, in quanto tale, sarebbe propedeutica alla materializzazione di un'”espansione concertata” in grado di aumentare gli utili a fronte di una riduzione dei costi (e dei rischi).

Meno costi, più benefici

Gli esempi dell’effettiva praticità dell’alleanza latina potrebbero essere innumerevoli, perché innumerevoli sono le aree che coinvolgono direttamente e indirettamente i cinque custodi della latinità. Dei molteplici esempi, di seguito i più pragmatici e realistici:

  • La Francia potrebbe aiutare il Portogallo a non perdere del tutto il controllo sul paragrafo africano della lusosfera, che, negli anni recenti, è divenuto un teatro primario della competizione tra grandi potenze e, inoltre, ha osservato l’arrivo pernicioso dell’internazionale jihadista. L’Eliseo potrebbe aiutare Lisbona a mezzo di investimenti, utili a controbilanciare la sovraesposizione economica cinese, e accordi in materia di difesa e sicurezza, funzionali a ridurre i margini di manovra del Cremlino.
  • La Romania potrebbe avvalersi del bagaglio di competenze italico per ammodernare a costi modici la propria rete infrastrutturale e trasporre in realtà i propri sogni energetici. Il contributo italiano, peraltro, non si esaurirebbe alla costruzione di strade, autostrade, ferrovie, gasdotti ed energia pulita, perché è nostro precipuo interesse avere una voce in capitolo nel geostrategico porto di Constanța porta d’accesso al Caucaso, cioè all’Azerbaigian, e snodo fondamentale dei traffici commerciali tra Vecchio Continente, Asia centrale e Cina – e determinante potrebbe essere il ruolo da noi giocato nella partita per la Moldavia, della quale siamo quarto partner commerciale e sesto investitore estero.
  • Italia e Francia, stabilito un modus convivendi basato su un’intesa cordiale, potrebbero scoprire che essere collaboratori comporta più vantaggi che svantaggi. Perché entrambe le nazioni hanno un rivale comune nei Balcani e nel Mediterraneo allargato, la Turchia, perciò dovrebbero cooperare all’insegna dell’amicus meus, inimicus inimici mei. Insieme, Parigi e Roma potrebbero ridurre a livelli critici l’esposizione della Sublime Porta nei Balcani e nel Mediterraneo per poi tentare di istituzionalizzare l’intesa ed estenderla in più settori.
  • La Francia condivide un interesse vitale con gli anelli deboli della latinosfera: l’indebolimento della lobby dell’austerità incardinata sui, e rappresentata dai, cosiddetti “Paesi frugali“. Insieme, i “cinque L” potrebbero incidere in maniera significativa sui processi decisionali a livello comunitario e ribaricentrare le posizioni economiche e geopolitiche di Berlino da Nord a Sud.
  • Il Portogallo, singolarmente, non ha più il modo di influire in maniera significativa sulla lusosfera, perché ricco di potere morbido ma carente di capitale e know-how, ma con il supporto dei cinque L, specialmente di Francia e Italia, la si potrebbe sottrarre al controllo della Cina, stabilizzarla politicamente, socialmente ed economicamente, e, soprattutto, si potrebbe creare un partenariato unico con il Brasile prima potenza dell’America Latina – a beneficio dell’Ue intera. 
  • La Romania potrebbe incrementare la propria influenza all’interno del Gruppo di Craiova facendo leva sul maggiore prestigio goduto a livello comunitario in qualità di membro dell’alleanza latina. Naturalmente, i restanti membri della latinosfera non potrebbero che essere avvantaggiati da un simile status quo perché potrebbero espandere la competizione controllata e l’espansione concertata nei Balcani.

Gli ostacoli

V’è un motivo se nessuno mai, dai tempi di Napoleone III, è riuscito a concretare l’alleanza latina: parentele linguistiche e culturali a parte, tra i cinque L vigono diffidenza, ostilità e rivalità. Italia e Francia competono antagonisticamente nello stesso modo di Spagna e Portogallo, non mancano le divergenze tra noi e gli spagnoli in materia di esteri e concorrenza sul mercato comunitario, e la Romania è un caso a se stante di satellite in attesa di trovare un pianeta attorno al quale orbitare.

Il Portogallo potrebbe permettere alla Francia di fare ingresso nella lusosfera africana per ragioni di sovravvivenza, ma è difficile credere che aperture di sorta possano essere fatte nei confronti della Spagna. Il discorso è persino più complicato tra Roma e Parigi: due nazioni con alle spalle un trascorso plurisecolare di guerre egemoniche, con la seconda che, ab immerobabili, vorrebbe trasformare la prima in una propria provincia. Ostacoli di un certo rilievo, indubbiamente, ma la storia mostra e dimostra che l’interesse e il realismo trovano frequentemente il modo di prelavere su ideologia, pregiudizo e sfiducia: lo fecero britannici e francesi a inizio Novecento, poi tedeschi e francesi a partire dal secondo dopoguerra e infine russi e cinesi oggi. Perché non dovrebbero riuscirci i membri della latinosfera? Volizione è tutto ciò che serve.

Si cominci dall’irrilevante per poi salire gradatamente: si inizi da commercio, scienza e cultura, per dopo giungere ad affari esteri, infrastrutture e diplomazia. Venga dato avvio al tutto dalla Romania lì dove tra i cinque L non v’è competizione e una prateria erbosa e fertile è in attesa di investimenti trasferendosi in seguito nel resto dei Balcani, poi nel Mediterraneo e infine tra America Latina e Africa.

La latinosfera esiste, è una realtà culturale tangibile, e sta attendendo che un nuovo Napoleone III la svegli messianicamente dal letargo: ne ha bisogno l’Italia, in ritirata da Balcani e Mediterraneo, è un’impellenza anche per la Francia, che migliorerebbe il proprio posizionamento in Europa e Africa, ne hanno necessità Portogallo e Spagna, per superare una rivalità oramai anacronistica e riscoprire il loro io pluricontinentale, e ne abbisogna la Romania, per uscire dallo stato di cronico di semi-sviluppo ed ergersi alla guida dei Balcani orientali. In breve, ne hanno bisogno tutti: che se ne prenda atto e si agisca di conseguenza.