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A oltre un anno dalla fine della guerra, qual è la situazione tra Armenia e Azerbaigian? Cosa sta succedendo nei territori liberati dall’esercito di Baku? Per comprendere cosa sta accadendo, InsideOver ha intervistato l’ambasciatore dell’Azerbaigian in Italia, Mammad Ahmadzada.

Ambasciatore, il conflitto è terminato e i tavoli di pace sono attivi. L’accordo tra Russia, Azerbaigian e Armenia ha sancito una nuova organizzazione della regione, condivisa da tutti. Eppure le polemiche non si placano. Come mai?

Innanzitutto trovo incredibile che un paese come l’Armenia, che ha tenuto sotto occupazione per circa trent’anni il venti per cento del territorio azerbaigiano, che ha costretto più di un milione di azerbaigiani ad abbandonare le proprie case e a vivere come profughi e che ha commesso una vera pulizia etnica contro gli azerbaigiani, e ha distrutto e saccheggiato completamente i territori dell’Azerbaigian durante l’occupazione abbia ancora il coraggio di ingannare la comunità internazionale. La parte armena prova a farlo anche in Italia, paese con cui l’Azerbaigian ha forti legami di amicizia e partnership strategica, che include un’eccellente cooperazione in ambito politico, economico e culturale. Si evidenzia che in alcuni casi c’è chi crede alla disinformazione e alle falsificazioni sull’Azerbaigian e sulla situazione attuale nell’area divulgate da parte dell’Armenia, in particolare delle forze estremiste che si ispirano a sentimenti di revanscismo. Queste forze estremiste sono incapaci di pensare al futuro e al bene dello stesso popolo armeno. E sono state proprio queste forze che hanno trascinato l’Armenia in guerra alla fine degli anni ’80, avanzando rivendicazioni territoriali contro l’Azerbaigian. Tale guerra non ha portato niente altro che tragedia in Armenia e nell’intera regione. La stessa Armenia, che per la sua politica nei confronti dei vicini è rimasta fuori dai processi di sviluppo regionale ed è diventata uno dei paesi più poveri e arretrati del mondo. Tali forze estremiste hanno spinto l’Armenia a una nuova guerra lo scorso anno per la conquista di nuovi territori dell’Azerbaigian e questa guerra si è conclusa con la liberazione dei territori dell’Azerbaigian dall’occupazione di circa 30 anni.

Questo però è il passato. Cosa intendete fare ora?

Il conflitto è finito e dobbiamo guardare al futuro. Le opportunità create da queste nuove realtà possono portare l’Armenia sulla via dello sviluppo. Sfortunatamente, anche in questa situazione, le forze estremiste armene stanno cercando di trascinare l’Armenia in nuove tragedie.

Lei ha parlato di disinformazione. Non le sembra eccessivo?

Assolutamente no: è evidente che alcune opinioni espresse in diversi Paesi, tra cui anche l’Italia, fanno parte della narrazione della propaganda armena, ma sorprendentemente mostrano quanto siano inconsapevoli dei processi in atto nella nostra regione. In un periodo in cui c’è un ampio accesso alle fonti di informazione, non c’è bisogno di grande fatica per comprendere la verità. Per essere obiettivi e imparziali, si potrebbe facilmente essere informati degli ultimi sviluppi nella nostra regione, così come dei recenti eventi che hanno avuto luogo con la partecipazione delle autorità armene. Un’altra questione è se ci sia la volontà di conoscere davvero la verità o no.

Eppure molti ritengono che la tensione nel Nagorno Karabakh e ai confini tra Armenia e Azerbaigian rimanga alta a causa del mancato rispetto del cessate il fuoco e delle incursioni di truppe azere nel territorio armeno…

Vorrei innanzi tutto sottolineare che non esiste oggi un’unità territoriale amministrativa in Azerbaigian chiamata Nagorno Karabakh. Con decreto presidenziale del 7 luglio di quest’anno, sono stati creati due distretti economici negli ex territori occupati: il Karabakh e lo Zangazur orientale. È importante quindi che la comunità internazionale non si riferisca ai nostri territori usando termini legalmente inesistenti e manipolativi. In una parte del distretto economico del Karabakh, in cui vivono anche cittadini azerbaigiani di origine armena, secondo la dichiarazione tripartita del 9-10 novembre del 2020, è stato dispiegato il contingente di pace della Federazione Russa. La stessa dichiarazione prevede che il contingente di pace della Federazione russa si schieri in quelle aree parallelamente al ritiro delle forze armate armene da lì. Tuttavia, il mancato rispetto di questa condizione da parte dell’Armenia e il fatto che queste forze si trovino ancora illegalmente in quei territori è uno dei motivi principali della tensione.

Gli ultimi scontri però sono sotto gli occhi di tutti…

Per quanto riguarda gli ultimi scontri nell’area, vorrei evidenziare che a partire dall’8 novembre, la leadership politico-militare dell’Armenia, mossa da sentimenti di revanscismo, ha iniziato ad attuare, in modo costante, provocazioni contro le unità dell’esercito dell’Azerbaigian. Il 6-7 novembre, il ministro della difesa dell’Armenia, già rimosso dall’incarico, ha visitato illegalmente i territori dell’Azerbaigian, in cui è temporaneamente dislocato il contingente di pace russo, e vi ha tenuto riunioni militari. Il 9 novembre, le forze armate dell’Armenia hanno sparato sull’attrezzatura ingegneristica delle forze armate dell’Azerbaigian in direzione del distretto azerbaigiano di Kalbajar. Lo stesso giorno, la parte armena ha cercato di dislocare 60 militari sulla strada che portava alle posizioni dell’esercito dell’Azerbaigian intorno al lago Garagol del distretto azerbaigiano di Lachin. La mattina del 13 novembre dell’anno corrente, i terroristi armeni hanno compiuto un altro atto terroristico lanciando una granata contro la postazione dei militari azerbaigiani, vicino alla città di Shusha, la capitale culturale dell’Azerbaigian. Come conseguenza, tre militari azerbaigiani sono rimasti feriti. Lo stesso giorno, le forze armate dell’Armenia hanno aperto il fuoco contro le nostre posizioni intorno a Shusha. Il 16 novembre, le forze armate dell’Armenia hanno tentato un attacco su larga scala nella direzione dei distretti di Kalbajar e Lachin, situati lungo il confine di Stato, per appropriarsi di altezze strategiche. Questo attacco ha subito un totale fallimento operativo e tattico a seguito delle misure intraprese da parte dell’Azerbaigian. Mentre respingevano le provocazioni armate dell’Armenia, sette militari azerbaigiani sono caduti e altri dieci sono rimasti feriti. Tutto ciò dimostra che la responsabilità nella regione dello scontro militare, che ha provocato vittime umane, ricade interamente sulla leadership politico-militare dell’Armenia, così come l’accusa all’Azerbaigian di violare i territori sovrani dell’Armenia è completamente infondata e non è altro che frutto di invenzioni e calunnie della parte armena. Al fine di prevenire tali false accuse, l’Azerbaigian sostiene l’inizio dei colloqui sulla delimitazione del confine tra i due paesi il prima possibile.

In seguito alle ultime tensioni, si sono svolti dei colloqui a Sochi il 26 novembre scorso tra il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, il presidente della Russia, Vladimir Putin, e il primo ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan. Il risultato è stata una dichiarazione congiunta, in cui si ribadisce l’impegno a un’ulteriore attuazione coerente e al rispetto rigoroso di tutte le disposizioni delle dichiarazioni tripartite del 9 novembre 2020 e dell’11 gennaio 2021 nell’interesse di garantire stabilità, sicurezza e sviluppo economico nel Caucaso meridionale e di intensificare gli sforzi congiunti volti alla soluzione, il prima possibile, dei restanti compiti derivanti da entrambe le dichiarazioni. Qual è la situazione oggi?

Con la dichiarazione del 26 novembre, i tre leader hanno convenuto di adottare misure per aumentare il livello di stabilità e sicurezza al confine tra Azerbaigian e Armenia e condurre il lavoro verso la creazione di una Commissione bilaterale sulla delimitazione del confine di Stato tra la Repubblica dell’Azerbaigian e la Repubblica di Armenia, con la successiva demarcazione dello stesso con l’assistenza consultiva della Federazione russa. Nella stessa dichiarazione, inoltre, sono state apprezzate le attività del Gruppo di lavoro trilaterale, istituito in conformità con la Dichiarazione dell’11 gennaio 2021, sotto la presidenza congiunta dei vice primi ministri dei tre paesi sullo sblocco di tutti i collegamenti economici e di trasporto della regione, così come è stata sottolineata la necessità di avviare quanto prima progetti specifici per sbloccare il potenziale economico della regione. Ritengo che sia utile anche sapere che il 10 dicembre scorso ha avuto luogo a Mosca, il primo incontro della piattaforma di cooperazione nel formato “3+3” a livello di vice ministri degli esteri di Azerbaigian, Armenia, Russia, Iran e Turchia, dedicato ai temi di assicurazione della pace e della stabilità nel Caucaso meridionale e lo sblocco dei collegamenti economici e di trasporto nella regione, coinvolgendo i sei paesi dell’area (Azerbaigian, Armenia, Russia, Iran e Turchia, Georgia), un’iniziativa che è stata proposta dall’Azerbaigian all’indomani della conclusione della guerra con l’obiettivo di garantire una pace duratura nella regione.

Con l’ultima guerra, però, gli equilibri nella regione si sono modificati. C’è anche chi sostiene che Baku, con il sostegno di Ankara, minaccia di creare, con l’uso della forza, un “corridoio” extraterritoriale che unisca i due paesi attraverso il territorio sovrano ed internazionalmente riconosciuto della Repubblica di Armenia?

Sia i termini delle tre dichiarazioni trilaterali sia l’incontro a Mosca il 10 dicembre sono risposte risolutive per chi vuole speculare sull’argomento dello sblocco dei corridoi di trasporto. Da ciò possiamo concludere che o le autorità armene che firmano i documenti e prendono parte ai negoziati ingannano i propri cittadini e la comunità internazionale sulla verità relativa all’apertura dei corridoi di trasporto, oppure le forze revansciste armene non vogliono che vengano aperti corridoi di trasporto, di cui l’Armenia, paese che sta annegando in profonde difficoltà economiche e sociali, ha bisogno. Perché queste forze sono ben consapevoli che l’apertura dei corridoi di trasporto nella regione non solo porterà benefici economici all’Armenia, ma ridurrà anche a zero il rischio di guerra nella regione, il che contraddice l’agenda e gli interessi di queste forze. Tali forze infatti dimostrano la necessità di esistere solo mantenendo il paese sotto pericolo di guerra.

Una questione sembra però ancora aperta: quella relativa ai prigionieri di guerra…

L’Azerbaigian ha restituito tutti i prigionieri di guerra all’Armenia, come concordato nella dichiarazione trilaterale del 10 novembre 2020 all’indomani della fine della guerra.

È davvero così?

Certo! Il problema è che, un mese dopo la fine della guerra, l’Armenia ha inviato nel territorio dell’Azerbaigian un gruppo di sabotaggio con l’obiettivo di commettere atti di terrorismo. Tale gruppo si è reso colpevole dell’uccisione di civili e militari azerbaigiani. I membri di tale gruppo sono stati arrestati e detenuti per cui, in considerazione di quanto esposto, gli stessi non sono e non possono essere considerati prigionieri di guerra ai sensi del diritto internazionale umanitario. Così come i prerequisiti della dichiarazione tripartita non possono essere applicati a questi detenuti e queste persone sono responsabili in conformità con la legislazione penale della Repubblica dell’Azerbaigian. Allo stesso tempo, la parte azerbaigiana è sempre partita dal primato del principio umanitario e ha consegnato all’Armenia i detenuti armeni che sono stati condannati alla reclusione e le cui sentenze sono scadute. In totale più di 110 militari armeni detenuti, così come i corpi di oltre 1.700 militari armeni, sono stati consegnati all’Armenia da parte dell’Azerbaigian.

Questo è quanto riguarda i prigionieri armeni. I vostri, invece, in che condizioni si trovano?

Purtroppo la parte armena non fornisce informazioni sui circa 4.000 azerbaigiani, la maggior parte dei quali civili, catturati dall’esercito dell’Armenia nei territori occupati dell’Azerbaigian durante la prima guerra del Karabakh. Inoltre, vorrei sottolineare che la principale minaccia alla pace nella regione è il posizionamento di oltre un milione di mine da parte dell’Armenia nei territori dell’Azerbaigian durante l’occupazione. Con grande rammarico ricordo che, dalla conclusione della guerra, il 10 novembre 2020, le mine cosparse dall’Armenia hanno causato la morte di oltre 190 azerbaigiani (civili e militari) nei territori liberati. Detto tutto questo, ci aspettiamo che chiunque, anche chi sostiene la parte armena, apprezzi le azioni umanitarie dell’Azerbaigian e faccia pressione su Erevan affinché dia all’Azerbaigian informazioni su circa 4mila azerbaigiani scomparsi, nonché le mappe precise delle aree minate.

Il Tribunale internazionale dell’Aja ha emesso una sentenza in cui chiede all’Azerbaigian di garantire i diritti dei prigionieri di guerra, di prevenire l’incitamento all’odio razziale nei confronti della popolazione armena e di condannare il vandalismo nei confronti del patrimonio storico e culturale armeno. Un’accusa forte…

Ritengo che anche su questo argomento la parte armena abbia manipolato e ingannato l’opinione pubblica. La verità è che il 7 dicembre 2021, la Corte Internazionale di Giustizia ha accolto la richiesta dell’Azerbaigian di misure provvisorie per vietare la promozione dell’odio razziale da parte di individui e organizzazioni che operano nel territorio dell’Armenia, comprese quelle che prendono di mira gli azerbaigiani. La Corte ha giustamente ordinato all’Armenia di agire con urgenza per prevenire danni irreparabili ai diritti umani degli azerbaigiani. Detto questo, l’Azerbaigian ha accolto con favore l’ordinanza della Corte, che è essenziale per prevenire il danno irreparabile ai diritti dell’Azerbaigian e ai diritti umani degli azerbaigiani in attesa di una decisione sul merito delle rivendicazioni dell’Azerbaigian. Esortiamo l’Armenia a conformarsi immediatamente all’ordinanza della Corte. Rispetto all’indicazione della Corte delle misure provvisorie richieste dall’Armenia, si rileva che una serie di richieste della parte armena, incluse le misure relative al rimpatrio dei detenuti, sono state giustamente respinte dalla Corte. Allo stesso tempo l’Azerbaigian ha dichiarato che si impegna a rispettare i propri obblighi ai sensi delle convenzioni internazionali, si atterrà alle misure adottate dalla Corte per prevenire la discriminazione razziale, così come continuerà a proteggere i diritti di tutti i suoi cittadini nel quadro del diritto internazionale e chiederà che l’Armenia sia ritenuta responsabile delle violazioni del diritto internazionale.

Le aree riconquistate dall’Azerbaigian conservano preziose testimonianze, storiche e culturali, della presenza cristiana e armena. Cosa intendete farne?

Prima di tutto, vorrei evidenziare che questi territori hanno sempre fatto parte dell’Azerbaigian, nonostante siano stati occupati dall’Armenia. L’Azerbaigian ha ripristinato la propria sovranità e integrità territoriale su tali territori, liberando gli stessi dall’occupazione durante la Guerra Patriottica dello scorso anno. A differenza dell’Armenia, paese monoetnico, in Azerbaigian ci sono monumenti di tutte le religioni, numerose moschee, chiese e sinagoghe ortodosse, evangeliche, cattoliche in Azerbaigian. Una chiesa armena si trova proprio nel centro della capitale: Baku. Le chiese più antiche del Caucaso si trovano nel territorio dell’Azerbaigian. Tutti questi monumenti sono considerati patrimonio culturale dell’Azerbaigian, paese con ricche tradizioni multiculturali e sono protetti e restaurati da parte dello Stato. La maggior parte dei monumenti cristiani nei territori liberati appartengono alla Chiesa dell’Albania caucasica, e hanno subito un’armenizzazione durante l’occupazione. Queste chiese sono state conservate lì per molto tempo, addirittura per millenni. Se questi monumenti religiosi esistevano prima dell’occupazione di queste terre da parte dell’Armenia, cioè 30 anni fa, questo fatto di per sé è un’indicazione dell’atteggiamento dell’Azerbaigian nei confronti di questi monumenti.

Ma non dovreste confrontarvi anche con Erevan su questo?

L’Armenia non ha il diritto di parlare della protezione dei monumenti religiosi. Questo paese ha distrutto tutti i monumenti storici e culturali del popolo azerbaigiano che un tempo esistevano nel territorio dell’Armenia. Inoltre, l’Armenia ha raso al suolo anche i territori dell’Azerbaigian durante l’occupazione. Tutte le città e i villaggi che esistevano in quelle aree, il patrimonio storico, religioso e culturale dell’Azerbaigian, hanno subito sistematicamente distruzioni e saccheggi. Di 67 moschee, 65 sono state completamente distrutte e altre due sono state utilizzate come stalle per gli animali. Durante l’occupazione, l’Armenia non ha risparmiato neanche i templi cristiani non armeni in quei territori, poiché le chiese ortodosse russe e le chiese dell’Albania caucasica sono state distrutte o armenizzate.

Quanto è intenso il lavoro di restauro nei territori liberati?

L’Azerbaigian, dopo la liberazione dei territori dall’occupazione, ha avviato un lavoro di restauro e ricostruzione su larga scala in questi territori con il coinvolgimento di partner internazionali, comprese aziende italiane, e con l’obiettivo di rendere questi territori il prima possibile una delle regioni più belle dell’area del Caucaso. Sono già state concluse una seria di importanti opere infrastrutturali in queste aree, inclusa l’inaugurazione dell’aeroporto internazionale di Fuzuli, costruito solo in 8 mesi. Ciò nonostante, purtroppo, il problema delle mine ostacoli la realizzazione dei lavori di ristrutturazione. È prioritario il pronto completamento di questi lavori, perché il nostro obiettivo è garantire che più di un milione di azerbaigiani sfollati dalle loro terre 30 anni fa, ritornino nei propri territori il prima possibile. L’obiettivo è anche reintegrare i nostri cittadini di origine armena nei nostri territori, in cui viene dislocato il contingente russo di pace, nella vita politica, economica, culturale e sociale del paese.

Ma non sarà mai possibile una convivenza tra i due Paesi?

Azerbaigian e Armenia sono paesi che si trovano nella stessa regione. Come è evidente, per più di 30 anni, abbiamo visto e vissuto un periodo molto difficile nei rapporti tra i due Paesi, che ha portato grandi tragedie ad entrambe le parti. Dopo tanto tempo, sono emerse possibilità per i due Paesi di convivere pacificamente, seppur con difficoltà. Alle persone che si sentono davvero vicine alla parte armena e che si preoccupano del futuro del popolo armeno, raccomando, anziché sentire solo una parte, di iniziare ad ascoltarle entrambe, incoraggiando l’Armenia a stabilire relazioni normali con i suoi vicini, il che rappresenta l’unico modo per garantire la pace duratura, tanto attesa nella regione. Qualsiasi azione, al di fuori di questo contesto, può risultare dannosa al processo stesso di pace. Quello che oggi propone l’Azerbaigian, cioè la firma di un trattato di pace sulla base del reciproco riconoscimento dell’integrità territoriale, l’apertura di tutte le arterie di comunicazione nell’intera regione, l’inizio dei lavori, il prima possibile, sulla delimitazione e demarcazione dei confini di stato, è di beneficio anche alla parte armena. Se l’Armenia vuole davvero la pace e la stabilità nella regione, allora deve adottare misure concrete per normalizzare le relazioni e porre fine alle provocazioni, astenersi dai tentativi di ostacolare la costruzione della pace, creando deliberate tensioni nell’area e dare piena attuazione alle dichiarazioni trilaterali, conformemente ai suoi impegni. Solo così si potrà davvero vivere in pace. Per sempre.

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