Ai margini dell’ultima edizione della Conferenza sulla sicurezza di Monaco si è tenuto un incontro di alto livello fra due figure spicco delle diplomazie vaticana e cinese, l’arcivescovo Paul Gallagher e il ministero degli esteri Wang Yi. Il fatto che Santa Sede e Cina siano sempre più vicine non è una novità, ma ciò che colpisce è che il faccia a faccia sia avvenuto a latere di un evento monopolizzato dalla narrativa anticinese, in special modo da parte statunitense, come evidenziato dagli interventi del Segretario di Stato Mike Pompeo.

L’incontro Gallagher-Yi

Paul Richard Gallagher è un arcivescovo di origine inglese che Papa Francesco ha nominato nel 2014 segretario per i rapporti con gli Stati, ossia l’equivalente vaticano del ministero degli esteri. Personalità poliedrica e dal curriculum molto ricco, Gallagher ha servito e difeso gli interessi della Chiesa cattolica in ogni continente, dall’Australia al Guatemala, passando per Tanzania e Filippine. Yi invece ricopre attualmente due cariche, ministro degli Esteri e consigliere di Stato, e in passato è stato direttore dell’ufficio per gli affari di Taiwan.

Si è trattato, quindi, di un incontro fra le più alte cariche agli esteri al servizio dei rispettivi governi; la prima volta in assoluto nella storia recente dei rapporti Cina-Vaticano.

Il faccia a faccia ha avuto luogo il 14 febbraio, il primo giorno di lavori della conferenza, ed è stato ampiamente pubblicizzato dai media cinesi. Lo stesso ministero degli Esteri di Pechino ha dedicato all’incontro un articolo, condiviso sul proprio sito ufficiale. I due ministri hanno discusso soprattutto della lotta al coronavirus, e Yi ha auspicato che il Vaticano possa convincere la comunità internazionale ad avere e mantenere un atteggiamento costruttivo e razionale sul tema per il bene collettivo.

C’è stato anche spazio per discutere dell’accordo preliminare sulla nomina dei vescovi, ormai siglato due anni fa, che entrambe le parti ritengono abbia prodotto dei risultati positivi e che sia destinato a migliorare la vita dei cattolici cinesi e ad avere riflessi sulla “pace mondiale”. Yi ha spiegato all’omologo vaticano che la Cina sta valutando ulteriori misure da implementare affinché nella Santa Sede aumentino la fiducia nei confronti di Pechino e la comprensione reciproca.

Collaborazione sempre più forte

A inizio febbraio da Roma è partito un carico di 600mila mascherine avente come destinazione le province di Hubei, Fujian e Zhejiang. L’ingente aiuto umanitario è stato inviato su iniziativa del Papa, che aveva dedicato preghiere al popolo cinese sin dall’inizio dell’epidemia, coinvolgendo la farmacia vaticana, il Centro Missionario della Chiesa Cinese in Italia e l’Elemosineria apostolica.

L’esposizione in prima linea del pontificato nella lotta al coronavirus sta avendo un impatto significativo nel miglioramento delle relazioni bilaterali con Pechino, anche alla luce delle numerose reazioni di ostilità che invece sono state registrate in Occidente, Italia inclusa.

L’impegno vaticano avrà, quindi, dei naturali e importanti riflessi anche sulla popolarità del pontefice agli occhi dell’opinione pubblica cinese e, se adeguatamente sfruttato ed enfatizzato anche in occasione della futura visita papale nell’impero celeste, non potrà che galvanizzare la rivoluzione cristiana che sta silenziosamente scuotendo il Paese da anni.

La bilaterale Gallagher-Yi dice molto a questo proposito, perché fino al 14 febbraio sia Xi Jinping che papa Francesco avevano affidato a convogli diplomatici di secondo livello la gestione del dossier, ossia composti da funzionari e portavoce. Ne consegue che l’incontro fra i due ministri degli Esteri possiede valenza storica anche perché ha riportato le relazioni bilaterali indietro agli anni Cinquanta, con la differenza che, questa volta, il cattolicesimo sta gradualmente smettendo di essere considerato un appendice spirituale dell’imperialismo occidentale ma, anzi, è sempre più ritenuto un valido alleato contro di esso.

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