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La situazione nel Mar cinese meridionale rischia di sfuggire di mano tanto agli Stati Uniti quanto alla Cina. Basta un piccolo errore da parte di una delle due superpotenze impegnate nel controllo della regione indo-pacifica per dare vita a un possibile conflitto armato, con effetti devastanti per il mondo intero. Sia chiaro: al momento nessuno vorrebbe andare incontro a uno scenario del genere, anche se i rispettivi strateghi militari hanno iniziato da tempo a vagliare tutte le ipotesi sul tavolo, compresa la prospettiva di una guerra.

Washington non ha alcuna intenzione di lasciare il via libera a Pechino in un’area altamente strategica e per giunta rivendicata a gran voce dal gigante asiatico. Se in passato gli Stati Uniti potevano permettersi di fare la voce grossa per azzittire sul nascere ogni pretesa cinese, oggi il Pentagono si è accorto, con colpevole ritardo, che una strategia del genere è completamente inutile.

La Cina non è più un Paese del terzo mondo. Il suo esercito ha fatto passi da gigante, si è modernizzato e può contare su apparecchiature tecnologiche di ultima generazione. Tra i due schieramenti permane un gap ancora piuttosto evidente, ma il fossato che separa le due superpotenze del XXI secolo si sta restringendo sempre di più. In altre parole, il governo cinese non è più spaventato dall’arsenale americano. Anzi: il presidente Xi Jinping ha rilanciato la partita stringendo i muscoli e mostrando con orgoglio le sue nuove armi.

L’avanzata di Pechino

Il nuovo imperativo di Donald Trump è arginare in tutti i modi l’avanzata della Cina. Un’avanzata che prosegue, incessante e silenziosa, in molteplici campi, molto spesso a danno degli Stati Uniti. Dal commercio alla tecnologia, dalla scienza all’ambito geopolitico: Pechino non ha intenzione di fermarsi proprio adesso, alla vigilia di appuntamenti segnati sul calendario con la matita rossa.

Con il piano Made in China 2025, ad esempio, il signor Xi ha intenzione di trasformare il suo Paese nella migliore potenza industriale al mondo nel giro dei prossimi 5 anni. E poi c’è la Belt and Road Initiative, la Nuova Via della Seta che dovrebbe garantire alla Cina nuovi sbocchi commerciali. E ancora, troviamo il programma per rendere il gigante asiatico una “società moderatamente prospera” entro la fine del 2020.

Dal punto di vista geopolitico, ha spiegato più volte il governo cinese, il Dragone non punta a prendere il posto degli Stati Uniti. Pechino lotta per un mondo multipolare e intende ritagliarsi lo spazio che si merita dopo aver attraversato il cosiddetto secolo di umiliazioni, iniziato con le Guerre dell’Oppio nel 1839 e terminato con l’instaurazione della Repubblica Popolare cinese nel 1949. Ma, come ha magistralmente spiegato Graham Allison nel suo libro Destinati alla Guerra, quando una potenza dominante (gli Stati Uniti) si ritrova a fare i conti con una in ascesa (la Cina), la prima, per paura di perdere il primato, non esiterà a ricorrere anche all’uso della forza per arginare la seconda.

La mossa di Trump

Prima di ricorrere a uno scontro risolutore, eventualità che al momento appare distante, gli Stati Uniti giocheranno tutte le loro carte. Il jolly potrebbe essere rappresentato dalla creazione di una sorta di Nato asiatica, ovvero un’alleanza formata dai Paesi che sorgono attorno al Mar cinese meridionale. Paesi, ricordiamolo, che sono a loro volta impegnati in un estenuante braccio di ferro con la Cina per la rivendicazione di territori contesi.

Detto altrimenti, la strategia di Washington è quella di fare leva sulle istanze di Malesia, Filippine, Brunei, Indonesia, Vietnam e Singapore, così da usare questo blocco di alleanze in chiave anti cinese. Come se non bastasse, oltre ai nuovi amici da “conquistare”, gli Stati Uniti possono contare su tre alleati di ferro nell’Indo-Pacifico: Giappone, Australia e Taiwan, pronti ad abbracciare la causa sposata da Trump.

Nel frattempo la Cina ha avviato vari colloqui con i suoi vicini di casa per smorzare la tensione. Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, è stato chiarissimo: “Washington ha appiccato il fuoco ovunque, costringendo i Paesi a schierarsi per creare disordini nella regione”. Nel caso in cui Trump riuscisse davvero a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle e creare così una Nato asiatica, Pechino si ritroverebbe isolata nel suo cortile di casa. Ecco perché il Dragone ha subito iniziato a rafforzare le relazioni economiche-commerciali con i partner locali. La partita è appena iniziata.

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