Donald Trump, prima di ogni altra cosa, è un palazzinaro e pochi fatti quanto la gestione di una crisi umanitaria e sociale di un territorio totalmente raso al suolo come la Striscia di Gaza lo testimoniano.
Parlando con Benjamin Netanyahu alla conferenza stampa dopo la prima visita di un capo di Stato o di governo estero alla Casa Bianca del Trump 2.0, il presidente Usa ha espresso la sua visione per il futuro di Gaza dopo il cessate il fuoco che il suo team ha contribuito a coordinare tra Israele e Hamas: gli Usa partono dal presupposto che la Striscia sarà inabitabile per decenni, propugnano l’idea di trasferire la popolazione di Gaza in Egitto e Giordania, non trascurano l’ipotesi di prenderne direttamente il controllo e Trump accarezza l’idea di trasformarla nella “riviera del Medio Oriente“.
La scala di priorità di Trump e Netanyahu: l’Iran prima di Gaza
Insomma, una grande questione politica e strategica ridotta a problema di sviluppo immobiliare e real estate. Tutto questo è indicativo della scala di priorità in Medio Oriente che Trump e Netanyahu hanno e, soprattutto, di quanto lo schema interpretativo dell’amministrazione Usa sulla tormentata regione animata il 7 ottobre 2023 dai massacri di Hamas e da allora in guerra permanente non sia cambiata rispetto al precedente periodo 2017-2021.
Trump immagina un Medio Oriente in cui gli Usa devono blindare il controllo delle aree strategiche, e Gaza in quest’ottica evita a una forza nemica di minacciare il Canale di Suez e Israele, consolidare un’alleanza permanente con pochi attori fidati e guardare a Teheran come l’avversario da battere.
Non stupisce che Trump abbia firmato, nella giornata di ieri, ordini esecutivi volti a ristabilire la massima pressione su Teheran e lanciato cupe minacce alla Repubblica Islamica. A Washington fa gioco l’attuale assetto del governo israeliano, in cui i nazionalisti più scomodi (come Itamar Ben-Gvir) sono lontani dalle stanze dei bottoni ma restano in sella i “falchi” anti-iraniani, come Bezalel Smotrich, il ministro delle Finanze paladino dei coloni a cui Trump ha già dato due assist. Il primo, dopo l’insediamento, con la cancellazione delle sanzioni ai coloni in Cisgiordania. Il secondo, ieri, con il piano della “riviera di Gaza” che apre alla considerazione di una Striscia senza i palestinesi.
Nel Trump-pensiero, risolvere la partita di Gaza serve a riprendere il filo interrotto degli Accordi di Abramo: completare con l’Arabia Saudita il disgelo tra Tel Aviv e i Paesi arabi, sperare nel brokeraggio di Washington per ricostruire l’alleanza anti-iraniana, riportare al 2020 le lancette della storia presupponendo, al contempo, una marginalità della questione palestinese. Da rubricare a problematica interna israeliana o, al massimo, ad appendice. Tragico errore già reso manifesto dall’eruzione di violenza del 2021 prima e dalla “guerra grande” del Medio Oriente dal 2023 a oggi poi.
Trump rivuole gli Accordi di Abramo
Sul fronte delle politiche concrete, infatti, sul breve periodo “l’amministrazione Trump ha chiarito di voler vedere restituiti tutti gli ostaggi tenuti da Hamas e poi passare a un grande accordo con l’Arabia Saudita che formalizzi le relazioni con Israele”, nota il New York Times, anche se “martedì l’Arabia Saudita ha ribadito il suo sostegno a uno Stato palestinese indipendente e ha affermato che la creazione di legami con Israele dipenderà dalla creazione di tale Stato”.
Riad e Teheran sono in distensione dal 2023, anno in cui si è formalizzata la tregua con la mediazione della Repubblica Popolare Cinese che ha posto fine alla guerra per procura tra il gigante sciita e la patria dei luoghi santi dell’Islam. Una distensione che si è trasmessa fino allo Yemen, dove la guerra civile tra gli Houthi filo-iraniani e il governo centrale filo-saudita è congelata da due anni e in cui proseguono solo i bombardamenti di Tel Aviv e delle potenze occidentali contro le milizie vicine a Teheran.
Certo, col senno di poi il grande colpo strategico di Hamas è stata la capacità di alzare drammaticamente la posta per il riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita, di riportare la questione palestinese al centro della scena e di mettere in discussione i pilastri degli Accordi di Abramo. Ma in un’ottica di grande strategia globale, è possibile che Washington veda come tutt’altro che negativamente questo clima. Mosse come la pressione sull’Iran, la spinta al trasferimento dei palestinesi, la ricerca di soluzione esogene alle crisi e il tentativo di invertire la distensione tra Teheran e Riad rispondono alla volontà americana di rendere il Medio Oriente ingovernabile qualora non fosse possibile controllarlo.
Incendiare il Medio Oriente se non lo si può controllare
Dopo il fallimento del progetto neoconservatore di ridefinizione del Medio Oriente con gli interventi militari il piano B degli Usa, dai tempi di Barack Obama, come scritto su Affari Italiani resta chiaro: “rendere il Medio Oriente diviso e caotico, in uno stato di conflittualità permanente nei teatri critici, perché dopo aver perso la prospettiva di conquistarlo gli Usa hanno il primario vincolo di evitarvi l’insediamento di una potenza ostile. Quella potenza ostile tanto temuta è la Cina”, che tra iraniani e sauditi ha avuto successo nella mediazione e si è interessata anche alla pacificazione delle fazioni palestinesi.
Questo perché per Washington “un Medio Oriente parcellizzato è meglio di un Medio Oriente pacificato ma aperto a penetrazioni ostili. Da cui si potrebbe minacciare la tenuta del sistema geopolitico a guida americana, che si fonda sul controllo degli stretti, delle rotte marittime e dei conseguenti commerci nelle aree costiere dell’Eurasia”. Per questo progetto, Netanyahu resta l’uomo giusto al momento giusto per incentivare il caos. Bibi lo sa. Trump promette di fare di Gaza la Montecarlo del Medio Oriente, di cacciare i palestinesi e di incendiare la regione e il premier israeliano sorride. Conscio di aver conquistato, una volta di più, il cuore e la mente dell’America diventandone il suo più utile asset.