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La cosiddetta sindrome dell’Avana, un insieme inspiegabile di malesseri psicofisici che da cinque anni colpisce il personale diplomatico statunitense, nei tempi recenti è tornata sotto la luce dei riflettori per via della possibile comparsa di nuovi casi tra Stati Uniti e Austria.

Sulle origini e sulla natura di questa sindrome apparsa dal nulla, che curiosamente manifesta una predilezione per gli individui di nazionalità statunitense, continua a regnare sovrano il mistero. Perché le diverse indagini ordinate dall’amministrazione Trump, invero, si sono rivelate inconclusive, limitandosi ad elaborare un’ipotesi sull’insorgenza della sindrome: energia a radiofrequenza pulsata.

La presidenza Biden, che ha ereditato il dossier, ha intenzione di riuscire laddove gli inquirenti di Donald Trump avevano fallito: capire se trattasi di una temibile arma ingegnerizzata da ignoti allo scopo di elevare il tasso di micidialità delle guerre segrete o se, invece, trattasi di una manifestazione epidemica naturale, per quanto bizzarra e sospetta. E ad indagare su questa sindrome, sulla quale aleggia lo spettro della guerra fredda 2.0, l’inquilino della Casa Bianca ha chiamato uno dei migliori cacciatori di uomini di cui dispongono gli Stati Uniti.

Da Bin Laden a L’Avana

Gli Stati Uniti non si arrenderanno sulla questione sindrome dell’Avana, che, al contrario, perscruteranno nuovamente, da cima a fondo, fino a scoprire le origini e le cause di questa arcana manifestazione epidemica. Epidemica perché, nel corso degli ultimi cinque anni, i casi si sono moltiplicati a vista d’occhio passando dal paziente zero al paziente numero duecento – e, curiosamente e spaventevolmente, la metà dei malati lavora per la Central Intelligence Agency (CIA).

Secondo quanto riferito dalla stampa specializzata nordamericana, William Burns, che dal 19 marzo di quest’anno è il nuovo direttore della CIA, ha affidato ad “un veterano dell’agenzia” – noto tra gli addetti ai lavori per aver protagonizzato la lunga caccia ad Osama bin Laden – l’onere-onore di guidare un gruppo di esperti, tra i quali medici, agenti sotto copertura e analisti di intelligence, avente come obiettivo la ricerca della verità sulla sindrome dell’Avana.

Sopraccennato gruppo, pur essendo stato istituito lo scorso dicembre, è entrato in piena e reale operatività soltanto a partire dall’insediamento alla Casa Bianca della nuova presidenza ed era in attesa di una guida. Guida che Burns ha selezionato dopo un’accurata e meticolosa ricerca durata ben quattro mesi. Guida che non potrà permettersi il lusso di sbagliare, perché ne va della sicurezza fisica del personale diplomatico e spionistico a stelle e strisce, che da questa criptica sindrome sta venendo colpito sia all’estero sia in patria.

Le aspettative di Biden

La nomina di questo veterano è indicativa dell’importanza rivestita da questo caso aperto per l’amministrazione Biden. Il veterano, invero, opererà sotto copertura, ovvero la sua identità resterà riservata e protetta dal manto impermeabile dell’anominato; un fatto, questo, estremamente eloquente a proposito della posta in gioco e dei potenziali rischi derivanti dalla missione.

Il veterano senza volto, formatosi tra i grattacieli della madrepatria e gli altopiani ostili dell’Asia centro-meridionale, sarà chiamato a scoprire la verità sulla sindrome dell’Avana, che Burns suppone vada ricercata in Asia, più precisamente all’interno della Federazione russa. Una pista – che, va esplicitato, al momento è priva di riscontri e indizi – sulla quale il cacciatore di terroristi sarà chiamato ad indagare, coordinando simultaneamente il lavoro della squadra speciale dell’amministrazione Biden.

Un nuovo tipo di guerra?

La sindrome dell’Avana deve il nome al luogo in cui tutto ha avuto inizio: l’ambasciata statunitense localizzata nella capitale cubana, teatro di strani ammorbamenti tra il personale a partire dal 2016. Le vittime che chiedevano aiuto a Washington presentavano gli stessi sintomi, ovvero disturbi vestibolari e del sonno, alterazioni visive, deficit cognitivi, problemi uditivi ed emicranie, e guarivano una volta rincasate.

I malati sono aumentati con lo scorrere del tempo, spandendosi dall’isola caraibica al resto del mondo. Oggi, a cinque anni di distanza dall’apparizione del paziente zero, le vittime della sindrome dell’Avana, la metà delle quali appartenente alla CIA, sono circa duecento e sono presenti in quasi tutti i continenti – l’unica terra emersa mancante all’appello è l’Antartide.

Alcuni fatti sembrano suggerire che dietro la sindrome dell’Avana possa celarsi qualcosa di oscuro e inquietante: un’evoluzione del modus belli gerendi, ovvero del modo di fare la guerra. Un modo che prevede l’impiego di fonti energetiche quali strumenti attraverso i quali aggredire, anche piuttosto violentemente, la salute dei bersagli. Perché i casi di cittadini statunitensi caduti vittime di sindromi dalle diagnosi impossibili nel corso di soggiorni lavorativi in “nazioni ostili“, invero, abbondano e risalgono agli anni Novanta.

Oggi come allora, che si tratti di una mini-epidemia a L’Avana o di casi isolati a Pechino, gli investigatori a stelle e strisce continuano a brancolare nel buio, armati di sospetti, privi di prove, ma fermamente convinti di un presentimento: le guerre stanno entrando in una nuova fase, la fase dell’induzione di malattie psicogene di massa. E le paure di Washington sono più che fondate, anche perché oggi è la sindrome dell’Avana, ma domani potrebbe essere qualunque cosa, anche un cancro.

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