Un porto dietro l’altro la Cina sta conquistando l’Europa

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Politica /

Un fitto reticolato di infrastrutture cinesi nel cuore dell’Europa, costruito in parte grazie all’ottima capacità organizzativa della Cina ma in parte, soprattutto, per l’assenza di una strategia comune dell’Unione Europea. Dovessimo fare una fotografia dall’alto all’Europa, ci ritroveremo davanti a un’immagine cosparsa di tanti piccoli puntini rossi collegati tra loro da linee sottilissime: i primi sono gli hub strategici acquistati da Pechino a son di milioni di euro, mentre le seconde rappresentano le rotte sulle quali si muovono (e si muoveranno) merci, prodotti, beni di ogni di ogni tipo. E tutto, va da sé, sotto la regia del Dragone. Nessuno ha fin qui mosso un dito, anzi, il più delle volte l’arrivo dei cinesi a prelevare questa o quella vecchia infrastruttura è stato accolto con grida di giubilo da parte dei vari Stati coinvolti in ricchissime operazioni commerciali. “Finalmente qualcuno interessato a rilanciare il nostro porto” hanno più volte gridato governi sul lastrico, rianimati dal miracoloso soffio cinese. Sia chiaro, al posto di “porto” potrebbe starci qualsiasi altro termine capace di indicare una qualsiasi infrastruttura.

Creare rapporti win-win

La Cina ha capito che in alcune zone dell’Europa la situazione è critica, ed è pronta a infilarsi nelle crepe createsi nella cupola di un’Unione Europea sempre più individualista e priva di una più basilare coordinazione. Se Bruxelles non è in grado di aiutare alcuni Paesi, soprattutto i più periferici, Pechino è pronta a scendere in campo per comprarsi la benevolenza degli Stati abbandonati dalla burocrazia europea. Nelle intenzioni della Cina non c’è alcuna voglia di regalare soldi a volontà; tutto fa parte di un piano commerciale in grado di portare benefici a entrambi i soggetti coinvolti (il cosiddetto rapporto win-win).

Il caso del Pireo

L’abbraccio del Dragone può per certi versi rivelarsi salvifico quanto, come ha raccontato Il Fatto Quotidiano, mortale. Prendiamo il porto del Pireo, in Grecia. Cosco, una enorme società statale cinese impegnata nel business della logistica e dei trasporti navali che ha messo le mani sulla gestione di 37 differenti porti sparsi nel mondo, nel 2008 ha acquistato il 67% delle quote dello scalo greco per 368,5 milioni di euro. “Svendita della sovranità” gridarono in molti, all’indomani della fumata bianca. Eppure 11 anni fa il Pireo era il 37esimo porto del mondo con un traffico di 900 mila Teu (un Teu equivale a un massimo di 23 tonnellate), mentre quest’anno è risalito fino alla sesta posizione con 3,7 milioni di Teu, e a breve diventerà il primo porto del Mediterraneo. Un successo? In parte sì, ma c’è chi inizia a mordersi le mani. Già, perché Cosco, ovvero un soggetto che risponde allo Stato cinese, è sia controllore che cliente di un porto greco per quello che si delinea come un clamoroso conflitto di interessi nonché un quasi monopolio.

Il rapace Cosco

Il nuovo governo greco guidato da Mitsotakis ha provato a frenare l’espansione cinese di Cosco. Il centrodestra ha bloccato un piano di investimenti del colosso asiatico dal valore di 900 milioni di euro per la costruzione di hotel, cantieri navali e terminal ferroviario. Il rischio di lasciare il via libera ai cinesi è che le 390 imprese greche che da decenni operano nel porto locale possano venir spazzate via dall’ingordigia cinese. Dal punto di vista delle assunzioni, inoltre, Cosco si affida a un sistema di società terze domiciliate all’estero e ad appalti a cascata; gli impiegati si devono accontentare di contratti precari, per i quali l’azienda cinese neppure è responsabile. Addirittura pare che quando si tratta di fare investimenti Cosco non si rivolga più al governo greco bensì direttamente all’ambasciata cinese in Grecia.

La strategia della Cina

La strategia della Cina, spiegano gli esperti, è avere una via di entrata all’interno di ogni Paese dell’Unione Europea così da poterla utilizzare per farci arrivare i propri prodotti di qualità. Con il programma China 2025, la produzione di paccottiglia a basso costo è soltanto un lontano ricordo del passato. Oltre al Pireo, Cosco ha investito in Belgio, a Zeebrugge, non molto distante da Anversa; anche qui, come in Grecia, il copione è lo stesso. Senza i cinesi questo scalo sarebbe finito nel dimenticatoio, mentre grazie ai denari asiatici è tornato a prosperare e dettare legge. Tra le altre terre di conquista di Cosco troviamo la Spagna con Valencia e l’Italia con Vado Ligure. Quale sarà il loro destino? Difficile dirlo con certezza, anche se mentre c’è chi accoglie a braccia aperte i capitali cinesi (autorità portuali e sindacati europei), qualcuno ha iniziato a sollevare diversi dubbi su una pratica ambigua quanto potenzialmente pericolosissima.