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Il “Concetto di politica umanitaria della Russia” è l’ultimo documento pubblicato dal Cremlino che spiega, in parte, l’agenda estera di Vladimir Putin. Non è un documento strategico: la politica estera di Mosca è infatti indicata in altri testi specifici più idonei per spiegare la linea politica intrapresa dalla Federazione rispetto al mondo. Tuttavia, le decine di pagine che compongono questo atto del governo russo identificano alcune idee che possono aiutare a comprendere meglio l’azione di Mosca interpretate alla luce dello sfruttamento del “soft power”. Arma che il Cremlino pensa di utilizzare non solo per rafforzare l’immagine della Russia come potenza che esprime un sistema valoriale alternativo e unico, legato soprattutto al sentirsi russi, ma anche per proporsi verso aree del pianeta apparentemente distanti rispetto alla tradizione politica e culturale del Paese. Una proiezione che svela, evidentemente, anche dei caratteri strategici, specialmente nello scontro tra superpotenze.

La “politica umanitaria” – che in realtà non ha nulla del concetto di “umanitario” come intendiamo oggi – si rivolge in particolare all’Asia, dall’Estremo al Medio Oriente passando per l’India, all’Africa e al Sudamerica. Regioni in cui la Russia sa di avere potenziali partner di medio e lungo termine, e che per questo sente la necessità di coltivare anche con un richiamo agli elementi del mondo “multipolare” e ribadendo l’importanza dell’esportazione della cultura russa.

Se l’occhio è rivolto a queste parti del mondo, è interessante che il “soft power” russo apparentemente dimentichi del tutto gli Stati Uniti d’America. Mentre per quanto riguarda l’Europa, questa è vista soprattutto nell’ottica della ricostruzione di uno spazio in cui la Russia si erge quale faro del mondo slavo. Segnali interessanti sul fatto che il desiderio del Cremlino sia quello di spostare il baricentro dell’azione verso territori che ritiene più utili alle logiche di Mosca rispetto a un Occidente identificato di fatto come nemico e sempre meno importante nel futuro della Federazione.

Il documento riafferma l’importanza della lingua russa all’estero strumento fondamentale per aumentare l’importanza del Paese nel mondo. Promuove l’esportazione della cultura russa, delle sue tradizioni e della sua lingua. Anche in Paesi estremamente lontani rispetto ai canoni della politica russa. Al contrario, in Occidente la Russia appare interessata solo a coltivare la propria strategia di tutela degli interessi della popolazione russa. Come spiega lo “Stockholm Centre for Eastern European Studies”, nel documento approvato da Putin “gli stati occidentali sono descritti come la principale minaccia alla cultura russa e quindi alla statualità russa. Un’implicazione di questa linea di ragionamento è che la cooperazione tra le istituzioni culturali ed educative russe e occidentali sarà inevitabilmente limitata”. In Europa quindi si arretra, non si avanza. L’obiettivo è compattare il mondo russofono e slavo, al punto che la guerra in Ucraina di fatto viene quasi dimenticata. Riguardo al conflitto – come riportato da Reuters – si legge che “la Federazione Russa fornisce supporto ai suoi connazionali che vivono all’estero nell’adempimento dei loro diritti, per garantire la protezione dei loro interessi e la conservazione della loro identità culturale russa”. Una frase che può certo essere ritenuta aderente alla visione di Putin sulla guerra, definita come “operazione militare speciale” e giustificata per tutelare le popolazioni russofone del Donbass dal governo di Kiev. E del resto anche Orietta Moscatelli su Limes ribadisce che nel testo approvato da Putin “del conflitto in corso e dell’Ucraina non vi è menzione, se non un riferimento alle Repubbliche di Donec’k e Luhans’k, cuore della visione e dell’azione a difesa del Russkij Mir, il mondo dei russi all’estero”. In sostanza la guerra iniziata a febbraio è parte di un’immagine che il Cremlino vuole dare di sé, e nel “Concetto di politica umanitaria della Russia” viene interpretata secondo i canoni del soft power.

Per Mosca si tratta anche di una presa di coscienza di un problema che dopo la guerra in Ucraina appare sempre più evidente. Oggi sembra difficile che l’Occidente possa riavvicinarsi alla Russia. E questo è un tema evidente nonostante le capacità di inserimento di Mosca nell’opinione pubblica continentale e al netto dei tradizionali rapporti di alcuni Paesi europei con la Federazione. L’invasione dell’Ucraina ha scalfito la possibilità di attirare Stati o segmenti sempre più ampi di essi all’interno di una sfera d’influenza o di amicizia russa, almeno nel prossimo futuro. E la dottrina della “politica umanitaria” in qualche modo serve anche a ribadire la necessità di Putin di rivolgersi, almeno in questa fase, a Paesi che ritiene culturalmente affini o potenziali alleati o partner. Non è un caso, dunque, che il documento parli ancora una volta di una visione “multipolare” del mondo. Ma non è nemmeno un caso che l’Occidente venga ormai individuata come nemico rispetto a una Russia che si trasforma in una sorta di portatrice di civiltà rispetto all’avversario al di là della nuova cortina di ferro. Il soft power serve dunque a ribadire questo concetto già fatto intendere sul piano della diplomazia.

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