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”Non solo tra gli uomini, com è ben noto, ma, per quanto se ne sa, anche tra gli déi, un necessario e naturale impulso spinge a dominare su colui che puoi sopraffare. […] Questa legge non l’abbiamo stabilita noi […]; l’abbiamo ricevuta che già c’era e a nostra volta la consegneremo a chi verrà dopo”.

Tucidide, gli ateniesi ai melii, 416 a.C. Come racconta Graham Allison in Destinati alla Guerra (Fazi Editore) per un certo periodo gli spartani continuarono a credere che la diplomazia potesse frenare la scalata di Atene. Dopo aver sfiorato il conflitto nel 446 a.c, le due potenze firmarono un trattato che si basava sul risolvere le controversie attraverso negoziati bilaterali. Bastò un (nel 435 a.c) un semplice conflitto locale, quello fra Corinto – alleato di Sparta – e l’Isola di Corcira, al tempo neutrale, sul controllo di Epidammo, ad accendere la famosa ”scintilla” e a far scattare la Trappola di Tucidide, quella che si accende fra una potenza in ascesa e quella dominante.

I calcoli degli Stati Uniti

È la stessa trappola a cui rischiano di andare incontro pericolosamente incontro Cina e Stati Uniti? La “scintilla” può essere la pandemia da Covid-19 e le accuse reciproche fra Washington e Pechino? La tensione e lo stress strutturale fra la potenza dominante (Stati Uniti) e quella in ascesa (Cina) hanno raggiunto livelli preoccupanti, ma un conflitto su larga scala non conviene a nessuno, tantomeno agli Stati uniti, premesso che una “guerra asimettrica” fra le due potenze è già in atto. Come spiegano infatti Qiao Liang e Wang Xiangsui nel monumentale Guerra senza Limiti. L’arte della guerra asimettrica fra terrorismo e globalizzazione (Leg edizioni, 2016), infatti, “considerare automaticamente l’azione militare come mezzo dominante e gli altri mezzi come elementi di supporto nella realtà della guerra è una posizione sempre più obsoleta”. Dunque quella fra Usa e Cina è una ”guerra” condotta in ambiti non bellici.

Tuttavia, prendendo in considerazione l’ipotesi di un conflitto bellico fra Stati Uniti e Cina, torniamo a ripetere che si tratta di uno scenario che Washington dovrebbe assolutamente scongiurare. Durante la guerra fredda, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si puntavano decine di migliaia di testate nucleari l’una contro l’altra, e non avevano praticamente nessun legame commerciale né culturale. Al contrario, come appunta Joseph Nye, la Cina ha una forza nucleare limitata, i commerci sino-americani valgono mezzo triliardo di dollari l’anno, e più di 350.000 studenti e 3 milioni di turisti cinesi raggiungono gli Stati Uniti ogni anno (prima del Covid-19). Inglobando la Cina nel Wto, Washington aveva addirittura accarezzato l’idea irrealistica che Pechino potesse essere integrata, contenuta e trasformata in una democrazia attraverso la sua graduale inclusione nel sistema globale a egemonia statunitense. Questo, naturalmente, non è avvenuto, ma l’interdipendenza economica fra i due Paesi ora è un dato di fatto: e una forte interdipendenza economica alza drasticamente i costi di un possibile conflitto e ne riduce le possibilità.

Una guerra su vasta scala non conviene a nessuno, tantomeno a Washington, soprattutto perché le eventuali perdite superano di gran lunga i benefici. Come ci insegna la strategia nucleare, in una competizione limitata dalla Mad (Distruzione mutua assicurata) nessuna delle due nazioni può uscire vincitrice da una guerra nucleare: il conflitto armato fra due potenze nucleari, dunque, non può essere un’opzione sul tavolo. L’equilibrio nucleare fra Stati Uniti e Unione Sovietica è ciò che ha garantito decenni di Pace in Europa: potrebbe accadere lo stesso fra Pechino e Washington. Ciò che la Mad non eviterà è una ”guerra condotta con altri mezzi”: la guerra della propaganda, dell’informazione, o commerciale. Possibili ”scintille” di un conflitto più ampio che, tuttavia, come abbiamo visto, non conviene a nessuno.

I calcoli della Cina

Ora che Donald Trump ha pubblicamente puntato il dito contro la Cina, responsabile – secondo il presidente americano – della pandemia di Covid-19, la situazione inizia a farsi complicata. Pechino è stretta all’angolo e Xi Jinping non ha ancora risposto in prima persona alle illazioni dell’omologo statunitense. Numerosi membri del governo cinese hanno tuttavia lanciato chiari messaggi all’indirizzo di The Donald: la Casa Bianca raffreddi subito i toni oppure ci ritroveremo in acque agitate. La Cina non ha alcuna intenzione di restare inerme mentre Washington le appiccica addosso l’etichetta di untrice del XXI secolo. Ma d’altro canto il Dragone non vorrebbe neppure invischiarsi in uno scontro (o, peggio, in una guerra) in un periodo storico delicatissimo.

Da quando la Cina ha messo una museruola all’epidemia di Covid-19, il signor Xi ha aperto i rubinetti della solidarietà offrendo a mezzo mondo mascherine, team di medici e ventilatori polmonari, dando vita alla cosiddetta Via della Seta sanitaria. In parte gratuiti e in parte venduti a prezzi ”d’amicizia”, questi aiuti hanno avuto (e hanno) il compito di rafforzare le relazioni cinesi con quante più nazioni possibili. Dall’altra parte gli Stati Uniti hanno capito che restare immobili di fronte alla nuova avanzata cinese porterà solo guai: la perdita di rilevanza nello scacchiere internazionale ma anche l’allontanamento di alleati più o meno storici, pronti ad afferrare il salvagente asiatico. Da qui nasce l’aggressività di Trump, il quale, come già dimostrato in occasione della guerra dei dazi, non si farebbe alcun problema a portare all’estremo un braccio di ferro pericolosissimo.

La Cina, come detto, ha rispedito al mittente le accuse: di più non ha intenzione di fare. Con un’economia in ginocchio (si parla di una contrazione del pil per il 2020 del -6,8%), il chiodo fisso di Pechino non è tanto Washington, quanto la ricostruzione del Paese. Ulteriori ostilità con gli americani non farebbero altro che peggiorare una situazione già compromettente. Tralasciando la guerra vera e propria, Trump è pronto a ricorrere a una serie di rappresaglie economico-finanziarie che, se attivate, potrebbero causare una nuova crisi tra le due superpotenze dopo l’allarme, apparentemente rientrato, sulla Trade War. Quali sono le armi a disposizioni di The Donald? Come spiega Il Sole 24 Ore, si va dalla cancellazione di obblighi sul debito dovuti alla Cina, con l’eliminazione dei pagamenti di interessi a Pechino sui titoli del Tesoro Usa che possiede il Dragone, all’imposizione di nuovi dazi commerciali. A quel punto la Cina dovrebbe ripagare Washington con la stessa moneta ma è così che si innescherebbe un meccanismo pericoloso capace di inghiottire entrambe le superpotenze.

Accanto al lato prettamente economico, Xi deve fare i conti con l’immagine del suo Paese. Al netto delle affermazioni di Trump, è indubbio che il virus abbia scalfito la corazza cinese. Ecco perché Pechino, in una fase ”di ricostruzione”, punta tutto sulla responsabilità. Di fronte alle minacce dell’inquilino della Casa Bianca, dalla Città Proibita evitano di rispondere per le rime. O meglio: a reagire alle accuse americane ci pensano portavoci governativi vari e giornali cinesi. Non certo Xi Jinping, che mantiene il suo aplomb mentre la Cina prova a ripartire.

Un altro aspetto da considerare è l’impatto che un nuovo scontro sino-americano avrebbe sui piani internazionali del Dragone. Abbiamo parlato dell’economia cinese. Bene: in caso di una nuova guerra dei dazi, di rappresaglie o di uno scontro tradizionale, Xi potrebbe tranquillamente dire addio alla sua mastodontica Nuova Via della Seta. Insomma, il gioco di una guerra non vale la candela. Finché si tratta di lanciare qualche frecciatina da distanza di sicurezza, il governo cinese ha dimostrato di gradire. Ma guai a superare un certo limite, perché gli affari migliori si fanno solo quando non ci sono tempeste in arrivo.

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