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Tre razzi hanno colpito, nella giornata di domenica,  il compound dell’ambasciata americana a Baghdad causando il leggero ferimento di una persona. Negli ultimi mesi si sono registrati diversi lanci di questo genere verso la Green Zone della capitale irachena, dove hanno sede le ambasciate di Washington e di altri Paesi occidentali. Il Dipartimento di Stato americano non ha direttamente accusato Teheran di aver avuto un ruolo in questo ultimo episodio ma ha comunque fatto riferimento alla minaccia iraniana nella regione ed agli attacchi condotti da milizie filo-iraniane, in passato, contro gli interessi americani. Il deputato repubblicano Michael McCaul, membro del Comitato Affari Internazionali della Camera dei Rappresentanti, ha affermato, in un tweet e come riportato dalla Cnn, di monitorare i rapporti che riferiscono di lanci di razzi contro la sede diplomatica ed ha definito come semplicemente inaccettabili questi assalti violenti.  Il Primo ministro iracheno Adel Abdul Mahdi, dimissionario, ha condannato l’attacco missilistico, come riportato da Al Jazeera, definendolo “un’aggressione” che “può trasformare l’Iraq in una zona di guerra”.

Un’area problematica

L’esacerbarsi della crisi tra Stati Uniti ed Iran ha avuto riflessi sull’Iraq, che ha risentito pesantemente della tensione nella regione. Teheran e Washington, per motivi diversi, hanno interessi strategici in Iraq e nessuno dei due contendenti può accettare che il Paese venga del tutto sottratto alla propria sfera di influenza. La nazione, inoltre, è segnata dalle proteste popolari, che proseguono da ormai molto tempo e che mirano ad una riforma del sistema politico statale e canalizzano il dissenso popolare, tra le altre cose, nei confronti della corruzione, dei salari bassi e della disoccupazione.  Le manifestazioni hanno travolto anche l’esecutivo Mahdi, costretto alle dimissioni nel mese di novembre ed in attesa di essere sostituito da un nuovo governo.

Più di cinquecento manifestanti sono comunque stati uccisi, a partire dal mese di ottobre ed i gruppi per i diritti umani hanno accusato le forze di sicurezza di agire con una violenza eccessiva nei loro confronti. Il raid americano del 3 gennaio, che ha portato all’uccisione del Generale iraniano Qassem Soleimani, ha anche causato un nuovo esacerbarsi delle proteste, che mirano anche a ridurre le ingerenze straniere in Iraq.

Le prospettive

Le tensioni e la mancanza di stabilità in Iraq rischiano di avere pesanti ricadute sulla regione: la minaccia del terrorismo jihadista, infatti, è ancora presente e potrebbe trarre beneficio dalle incertezze di un sistema politico in crisi. Le prospettive, dunque, non sembrano affatto buone ed i cronici problemi di un Iraq segnato dal settarismo sembrano di difficile risoluzione senza pensare a profonde riforme costituzionali. Una risoluzione della crisi tra Stati Uniti ed Iran, al momento pura fantapolitica, potrebbe forse servire a migliorare il quadro complessivo e la prognosi di Baghdad che, purtroppo senta a guarire dai suoi problemi ricorrenti. Il futuro, dunque, potrebbe essere segnato da un ritorno del terrorismo jihadista su larga scala che, per estensione, potrebbe poi finire per minacciare gli altri Stati della regione. Le operazioni di anti-terrorismo potrebbero dunque non rivelarsi sufficienti a sventare un pericolo che ha radici ben più profonde e legate agli assetti politici locali.