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Gabriella era nervosa mentre tornava a casa. Il governo aveva sospeso la maggior parte delle linee di autobus, obbligando lei e gli altri ad andare a piedi. La “reputazione violenta” dei sostenitori del governo la spaventava, così come il dispiegamento della polizia. Era il 18 aprile 2018, e la prima di una serie di proteste contro il governo aveva appena scosso la capitale del Nicaragua, Managua. La marcia era stata assolutamente pacifica; la risposta dello Stato, tutto il contrario. Quello che seguì avrebbe gettato la vita di Gabriella, e quella dei suoi compatrioti, nel caos più totale.

Dopo gli undici anni del suo dominio, i nicaraguensi si erano ribellati al governo di Daniel Ortega. Cambiamenti pasticciati nel sistema nazionale di previdenza sociale e la cattiva gestione di una calamità naturale avevano fatto crescere il malcontento, ma una grande frustrazione generale nei confronti del regime di governo hanno fatto esplodere le proteste in tutto il paese. Molta rabbia è stata rivolta verso il presunto nepotismo di Ortega – sua moglie Rosario Murillo, personaggio pubblico molto impopolare, ricopre la carica di vice-presidente e principale stratega dello stato. Ed accuse di corruzione sono state rivolte ad entrambi.

Man mano che il movimento si diffondeva, il governo scatenava la sua furia. Almeno 325 persone sono state uccise nei mesi successivi. Tra le vittime ci sono stati anche ufficiali di polizia, ma la gran maggioranza erano dimostranti civili. In centinaia sono stati arrestati con false accuse di terrorismo. “Ci stanno minacciando!” ha dichiarato su Facebook Miguel Mora, capo dell’emittente indipendente 100%Noticias, poco prima che il canale fosse oscurato. Mentre la repressione del governo si diffondeva, un disperato hashtag, #SOSNicaragua, implorava il mondo di non girarsi dall’altra parte.

Ma la comunità internazionale, vicina e lontana, ha fatto proprio questo. I leader del mondo hanno ammonito il loro omologo Nicaraguense, esprimendo rammarico per il suo comportamento, ma non si è concretizzata nessuna azione decisiva nei confronti del regime. Ad agosto l’Onu ha pubblicato un rapporto molto duro sulle violazioni dei diritti umani, accusando il governo di “risposta repressiva” alle proteste e di persecuzione continuata nei confronti dei manifestanti. Etichettando questi risultati come “di parte”, Ortega ha immediatamente espulso il team di ispettori Onu.

A dicembre, otto mesi dopo le prime violenze, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato il Nica Act, che mette in atto delle sanzioni politiche ed economiche più dure nei confronti di Ortega. La terribile situazione dello stato del Centro America ha determinato “una straordinaria e nuova minaccia alla sicurezza nazionale americana”, ha detto, autorizzando l’uso di sanzioni mirate contro singoli rappresentanti del governo. Avendo approvato azioni simili, anche l’Unione europea sembra che seguirà l’esempio.

Senza dubbio un passo importante, ma i nicaraguensi hanno poco da festeggiare con l’avvicinarsi dell’anniversario delle proteste. Ad un anno di distanza, Ortega sembra più forte che mai. In centinaia sono ancora in prigione, malgrado alcune azioni di clemenza del regime. Mentre ci sono stati alcuni rilasci, ci sono poche speranze per quelli che il governo ritiene più pericolosi. Per quelli che sono dentro, la vita è drammatica – sospetti di torture ed esecuzioni extra-giudiziarie sono continui. “Ho perso la speranza” dice Gabriella, che è rimasta in Nicaragua e, malgrado i rischi, aiuta chi resiste al pugno duro del governo. Ed aggiunge: “Ogni volta che rilasciano 50 prigionieri politici, rapiscono altri civili innocenti e li imprigionano con accuse del tutto false”.

Il rilascio dei prigionieri è uno degli argomenti più duramente dibattuti negli incontri ufficiali tra il regime e la Civic Alliance, il gruppo di opposizione, che sono continuati in modo sporadico dall’inizio del nuovo anno. Ma finora non ci sono state aperture significative. Il governo ha riaffermato il suo “impegno a continuare a lavorare verso la comprensione nazionale”, e l’opposizione chiede che Ortega si faccia da parte, mentre le nuove elezioni che si dovevano tenere sono state ripetutamente rifiutate. I sondaggi dicono che due terzi dei Nicaraguensi vorrebbero il ritiro di Ortega, ma a quanto pare questo non avrà conseguenze per l’uomo che in molti ora chiamano dittatore.

Per chi ha protestato una volta ed è ancora nel Paese, la vita è difficile. Sono sospese le libertà civili e, nel timore di un autoritarismo montante, molti mantengono un basso profilo. La polizia e le forze paramilitari filo governative pattugliano le strade, un deterrente per chiunque voglia parlare apertamente. “Sono rimasto intrappolato per settimane a casa di un mio amico”, dice Ryan, un cittadino straniero che vive in Nicaragua. Alcuni giorni prima era stato trascinato via dalla sua auto sotto la minaccia delle armi mentre andava al lavoro. “Ho dormito in media quattro ore a notte, imparando a distinguere il rumore degli AK47, dei mortai e delle bombe fumogene che si sentivano fuori”. Alla fino è stato troppo, e Ryan è fuggito all’estero.

E’ stato uno delle almeno 50.000 persone che sono sfuggite al giro di vite del governo, rifugiandosi nei paesi vicini. In decine di migliaia hanno attraversato soltanto il confine col Costarica. Ortega ne ha chiesto i nomi, ma le autorità del Costarica hanno resistito.

“Hanno cercato di screditarmi per la mia sessualità, cercando di delegittimare la mia partecipazione alle proteste anti governative”, dice Alfredo, che è scappato in Honduras. Aveva lavorato per un gruppo collegato al partito Fsln di Ortega, ma – disgustato dalle azioni del presidente in seguito ai disordini iniziali – si è dimesso per protesta. Dopo aver dato voce al suo dissenso online, alcuni account di social media sponsorizzati dal governo lo hanno attaccato, ha dichiarato. Spostarsi all’estero “”è stata una decisione difficile ma necessaria che ho preso per la mia sicurezza”, dichiara Alfredo, che teme un triste futuro per il suo Paese.

Ma in questo non è solo. Mentre il cappio economico del Nica Act si stringe e gli aiuti del disastrato alleato Venezuelano Nicolas Maduro si esauriscono, Ortega si troverà in un angolo. Un’economia in picchiata ed una disoccupazione montante potrebbero forzarlo a delle concessioni significative. Tuttavia, è anche vero il contrario – messo alle strette e avendo combattuto per tutta la sua vita politica, un rafforzamento del suo approccio autoritario non è inimmaginabile.

Per le associazioni umanitarie, qualsiasi passo indietro del genere sarebbe inaccettabile. “Il governo Nicaraguense deve mettere immediatamente fine alla sua strategia della repressione e rilasciare tutti gli studenti, gli attivisti ed i giornalisti detenuti” ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttore di Amnesty International Americas. “Continueremo a stare vicino a tutti coloro che stanno lottando pacificamente per i loro diritti…Il coraggioso popolo del Nicaragua non sarà ridotto al silenzio”, ha aggiunto.

Il futuro del Nicaragua è tutt’altro che chiaro. Ortega ha annunciato solo a parole delle significative riforme politiche, continuando sulla strada della repressione. E’ necessario che cominci un dialogo con chi protesta, ma il dialogo non ha futuro se il governo resta intransigente sulle rivendicazioni più sentite. E mentre la comunità internazionale sembra che si sia finalmente mobilitata contro Ortega, il loro intervento non è privo di rischi. Le sanzioni Usa e Ue possono essere mirate, ma coloro che soffrono per primi l’impatto economico sono le fasce più povere della popolazione. Malgrado l’incertezza, una cosa è chiara: il fuoco del malcontento che ha acceso le proteste non è stato spento. Forzati ad agire clandestinamente o rifugiandosi all’estero, i Nicaraguensi non hanno rinunciato a rivendicare i loro diritti.

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