La proposta é per certi versi inedita. Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha chiesto alla Corea del Nord colloqui distensivi per prevenire conflitti e proseguire la convivenza nella penisola senza tensioni. Non solo: Seoul ha espresso la necessità di trasformare l’armistizio che ha congelato la guerra di Corea nel 1953 in un accordo di pace permanente, un passo in avanti senza precedenti che guarirebbe una delle ultime cicatrici risalenti al periodo della Guerra Fredda. Qualche giorno fa, durante un discorso tenuto in occasione dell’anniversario della liberazione della Corea dal dominio coloniale giapponese, Lee ha dichiarato che le due Coree dovrebbero sedersi attorno a un tavolo per discutere della possibilità di una coesistenza pacifica. Lo stesso Lee ha spiegato che la Corea del Sud adotterà misure preventive e durature volte a creare una serie di meccanismi di salvaguardia per contenere un’eventuale escalation.
Questo appello, tra l’altro, riprende in larga misura l’impegno assunto lo scorso anno dal governo sudcoreano: rispettare il sistema politico nordcoreano e riprendere il dialogo con Pyongyang. Il problema, almeno nel momento in cui scriviamo, coincide con le intenzioni della Corea del Nord che non sembrerebbe essere affatto desiderosa di scendere a compromessi. Tanto meno compromessi che dovessero limitare il suo programma nucleare, definito da Kim Jong Un intoccabile. I rapporti tra le due Coree rimangono congelati. Kim ha abbandonato la politica di riunificazione, ha definito la Corea del Sud come uno Stato ostile e ha addirittura ordinato di rafforzare le difese lungo il confine. Il governo nordcoreano ha inoltre respinto le proposte di dialogo di Lee, criticato il piano di Seoul per la costruzione di sottomarini a propulsione nucleare e denunciato le esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, definendole provocazioni.
La proposta di pace di Lee e i dubbi di Kim
Il piano di Lee si incrocia fortemente con quello di Trump, pur perseguendo finalità differenti. Mentre infatti il tycoon vuole essere ricordato come l’unico capo di Stato ad aver risolto il rebus coreano, nonché come il presidente statunitense che è stato capace di ammansire i Kim riuscendo dove i suoi predecessori avevano sempre fallito, il leader sudcoreano intende congelare l’arsenale nucleare nordcoreano riconoscendo a Pyongyang lo status atomico, così da accontentare Pyongyang e vivere senza lo spauracchio di un conflitto con il vicino. Non è dunque un caso che dopo le dichiarazioni di Lee siano arrivate parole emblematiche da parte di Trump.
L’inquilino della Casa Bianca ha fatto sapere che gli Stati Uniti “ridurranno sostanzialmente” le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, citando il suo “ottimo rapporto” con Kim (aspetto, tra l’altro, già toccato in campagna elettorale). “Queste esercitazioni non sono solo costose, con gran parte di questi costi pagati dagli Stati Uniti d’America (come al solito!), ma inviano un segnale che è totalmente inappropriato e ostile”, ha scritto Trump su Truth. É qui che prende forma la scommessa di The Donald, che ha esplicitamente collegato la sua decisione di ridurre le manovre militari con Seoul al rifiuto della Corea del Sud di “darci una piccola mano” con l’Iran. “Abbiamo 39.000 soldati laggiù che ti proteggono da Kim Jong Un, il tuo vicino di casa, e non ci aiuterai in un’operazione militare molto semplice in Iran”, ha commentato Trump. L’inquilino della Casa Bianca sta così facendo pressioni su Lee affinché il suo governo spiani la strada agli Usa per riavviare il dialogo con Kim. Il presidente sudcoreano ha tuttavia bruciato sul tempo Trump parlando della necessità di porre fine alla guerra di Corea, una soluzione che potrebbe non piacere al Pentagono e a buona parte dell’establishment Usa.
Il doppio gioco per la pace in Corea
I giochi paralleli di Trump e Lee sulla diplomazia coreana si scontrano con due ostacoli non da poco. Il primo, come detto, chiama in causa gli ambienti militari, sia statunitensi che sudcoreani. Già, perché nonostante le parole di The Donald la scorsa settimana i leader militari dei due Paesi hanno tenuto una conferenza stampa congiunta annunciando l’esercitazione annuale Ulchi Freedom Shield. Troppo tardi per annullare le manovre, ha provato a spiegare Trump mentre gli ambienti militari hanno spiegat che l’evento, della durata di 11 giorni, sarebbe stato simile per dimensioni agli anni precedenti, con la partecipazione di circa 18.000 soldati sudcoreani.
Il secondo ostacolo coincide con Kim: che intenzioni ha il presidente nordcoreano? Un anno fa su queste colonne scrivevano che “quando e se mai ci sarà un incontro, i rapporti di forza tra Kim e Trump non dovranno essere dati per scontato”. Oggi che Kim, grazie all’eccellente network instaurato con Cina e Russia, ha potenziato la propria immagine quel momento potrebbe essere propizio. Attenzione però, perché proprio per questo il leader nordcoreano non ha particolare bisogno del salvagente diplomatico che gli sta porgendo Trump. Come se non bastasse la Corea del Nord non si fida più degli Stati Uniti. Il ministero degli Esteri di Pyongyang ha definito le citate esercitazioni militari congiunte come “una prova per una guerra aggressiva”, ed è convinto che Washington stia bluffando. Il tycoon appare comunque convinto di sé e ha affermato che Kim ha risposto alle sue aperture. Il tycoon non ha specificato alcun dettaglio: che si tratti di un altro bluff?
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

