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Dopo le oggettive perplessità suscitate dal tentativo raffazonato di portare a compimento in pochi giorni l’operazione “responsabili” (o “costruttori che dir si voglia) per Giuseppe Conte si avvicina l’ora della conta in aula sul futuro della sua maggioranza. Ma se da un lato i progetti politici non nascono dall’oggi al domani, dall’altro è anche vero il fatto che la crisi aperta da Matteo Renzi e Italia Viva dopo che i motivi di frizione si erano accumulati (servizi segreti, gestione del Recovery Fund, ambizioni personali di Conte e dell’ex premier) si incrocia con i desideri politici dei due maggiori contendenti. Desideri che, in un certo senso, la crisi di governo ha accelerato.

Appare chiaro da tempo, nei palazzi romani, che l’esperienza di Conte nella politica italiana non si esaurirà con i suoi due governi e con la legislatura in cui ha acquisito centralità nelle istituzioni nazionali. Già ad agosto 2019, dopo la caduta del governo gialloverde, si parlava di un Conte pronto a scendere in campo alla testa del Movimento Cinque Stelle o con una sua lista personale in caso di ritorno alle urne. Ora le certezze a riguardo sembrano essersi consolidate, tanto che il Corriere della Sera ha riportato indiscrezioni circa le intenzioni del premier di girare “casa per casa” alla ricerca di voti per la sua lista in caso di ritorno alle urne.

Alla ricerca del centro perduto

Ove pescherebbe un’eventuale “lista Conte”? Sul profilo ideologico, si collocherebbe nell’area moderata e progressista, aprendo a forze di ispirazione democratico-cattolica ed europeista. Una sorta di somma di Verdi, liste storicamente collegate al Pd, frammenti M5S e sinistra associazionista capace di trovare il suo collocamento ideale al centro dello spettro politico. Proprio quel centro che Renzi, con Italia Viva, ha provato ad occupare in prima persona senza trarne i consensi sperati e in cui si muovono almeno altre tre realtà: Azione, il partito dell’ex ministro Carlo Calenda, i radicali di Più Europa e ciò che resta della vecchia Udc, ormai priva anche di un gruppo autonomo in Parlamento.

Trasversale alle lamentele politiche di Italia Viva vi è sempre stata la critica all’eccessivo protagonismo del premier. Una critica molto spesso riportata con maggior enfasi rispetto alle pur legittime rimostranze sull’azione dell’esecutivo che anche i due partiti maggiori, Pd e M5S, hanno più volte presentato a Palazzo Chigi.

Ebbene, il non detto di queste critiche rappresenta, in sostanza, il terrore politico di Renzi, che ritiene Conte intenzionato a voler compattare attorno alla sua persona, sfruttando i consensi favorevoli e il radicamento negli apparati, il mondo centrista e moderato per dare una durevole “terza gamba” alla coalizione giallo-rossa. Secondo Affari Italiani, “è per questo che Renzi ha fatto scoppiare la crisi di governo ora, per ‘tagliare le gambe’ al nascituro progetto centrista di ‘Giuseppi’ e per lo stesso motivo Conte ora non vuole perdonare Matteo Renzi per lo sgarbo subito. Perdonare Matteo Renzi significherebbe rimetterlo in gioco per il grande centro”, fattispecie che anche in casa Pd non sembrano prendere con lo stesso spirito di un tempo.

Un’operazione su due fronti

Dalla ricerca di sponde nell’intelligence alla gestione personalista del Recovery Fund da parte di Conte Italia Viva ha dunque letto tutto nell’ottica di un progetto di Conte per consolidare le sue basi in vista dello sbarco nell’agone politico con un partito proprio. E paradossalmente proprio lo strappo del senatore fiorentino sul governo giallorosso potrebbe accelerare questo processo, con cui Conte vorrebbe inoltre tornare in partita sul fronte dei riferimenti internazionali.

Se nelle ultime settimane dall’Ue più volte è parso chiaro che il premier non è più ritenuto intoccabile, mentre gli Usa guardano a singoli ministri dell’esecutivo e, in vista del cambio di amministrazione, Renzi ha ritenuto Conte indebolito dall’uscita di scena dell’amministrazione Trump il progetto di “centro moderato” guidato dall’ex premier troverebbe sicuramente un’accoglienza non indifferente in determinati salotti del potere. Pensiamo all’Oltretevere e alle stanze di potere del Vaticano, che negli ultimi tempi sembrano guardare più a Mario Draghi, ma anche al centro cristiano-democratico tedesco, ora guidato da Amin Laschet, delfino di Angela Merkel che negli scorsi mesi è venuto a Roma a incontrare Conte e Luigi Di Maio.

L’arma dell’anti-sovranismo per piacere all’Ue

Data per persa la pista atlantica, visto che il Pd rappresenta l’interlocutore ideale dei dem Usa tornati al potere, Conte può “riciclarsi” politicamente assiema alla sua lista su un fronte più consono alle sue aspettative politiche. Costruire un centro democratico e europeista con prospettive di andare oltre i consensi da singola cifra cui sono impantanati i partiti ora presenti (eventualmente prosciugandone i consensi) lo riporterebbe in partita sul fronte europeo. Non è un caso che nelle negoziazioni con i “responsabili” chiamati da Palazzo Chigi è giunta voce che Conte abbia sottolineato la natura antitetica del suo progetto rispetto a quello di Matteo Salvini Giorgia Meloni. La pregiudiziale anti-sovranista nell’Europa odierna paga ancora molto a chi punta a cavalcarla, e certamente le forze che in Europa immaginano un’Italia ancora vincolata a una coalizione di governo contenente il duo M5S-Pd avrebbero buoni motivi per puntare su una lista Conte.

Parleremmo di una “coalizione Ursula” in salsa italiana, di un tentativo di traslare in effettive corrispondenze politiche i trend istituzionali e internazionali che per un anno e mezzo hanno tenuto in piedi il governo giallorosso. Leader come Merkel, Macron e von der Leyen, indipendentemente dal giudizio momentaneo su Conte, certamente vedrebbero questo scenario come preferibile alle bizze incontrollabili di Renzi, leader peraltro talmente screditato nei sondaggi politici da non poter formare un’adeguata “terza gamba” capace di consentire al centro-sinistra di competere alle elezioni contro un centro-destra maggioritario nei consensi. L’anti-sovranismo di Conte appare dunque l’ultima carta per portare avanti l’esperienza politica che lo ha visto legittimato a lungo sul fronte internazionale, e la conclusione della parabola di un uomo che ai tempi della coalizione gialloverde si vantava di ricordare che il “sovranismo” e il “populismo” erano componenti integranti della nostra CostituzioneUbi Europa, Conte cessat.

Un gioco sulla pelle del Paese

Queste le carte e le aspettative in tavola. La partita è apertissima e, a suo modo, spericolata: per Conte non importa il risultato ottenuto nelle verifiche dei numeri in Camera e Senato (basta non perdere la maggioranza semplice per non dover riconsegnare il mandato a Sergio Mattarella) quanto piuttosto la tenuta di un piano strategico di occupazione del centro che dovrà necessariamente partire dalla conquista di “truppe” in Parlamento. Un’azione che lo strappo di Matteo Renzi potrebbe aver paradossalmente accelerato, anche se il gruppo Italia23 legato al Movimento associativo italiani all’estero creato in Parlamento ancora non decolla. Il gioco per la conquista del centro continua: ma Conte e Renzi, in questo momento, forse ignorano il dettaglio certamente non irrilevante della pandemia e della recessione. La risposta alle quali è minata dalle beghe di potere del declinante esecutivo giallorosso.

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