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Si scriveva “Unione europea” ma si leggeva “Germania“. Granitica, finanziariamente solida, politicamente stabile per antonomasia e con una leadership fondata su Angela Merkel, la Germania appariva la guida naturale di un’Europa che cercava continuamente un timoniere in grado di mantenere la barra dritta durante le varie crisi che hanno sconvolto o sfiorato il Vecchio Continente. Poi qualcosa è iniziato a scricchiolare. Quel sistema considerato perfetto ha avvertito i primi segnali di cedimenti sia dal punto di vista sociale che economico. E con l’avvento di Olaf Scholz e la guerra in Ucraina, gli scheletri nell’armadio della leadership tedesca sull’Ue hanno iniziato a rendersi sempre più visibili.

L’asse con Mosca, visto per molti anni come emblema della “Ostpolitik” teutonica e considerato un pilastro dell’autonomia di Berlino rispetto a Washington, è oggi considerata la peggiore eredità dell’era merkeliana. La cancelliera viene accusata di avere consegnato la Germania (e quindi l’Europa) alla dipendenza energetica dalla Russia, con il vecchio cancelliere Schroeder che rappresenta l’esempio più eclatante di questa fusione di interessi tra Mosca e Berlino. Questione non dissimile anche per quanto riguarda la Cina, dal momento che la Germania ha ampliato la partnership con Pechino. E infine, come ultimo nodo, dopo anni in cui Merkel sembrava esserci convinta della bontà di alcune proposte “mediterranee” rispetto alle esigenze dei cosiddetti “falchi” del Nord, la nuova compagine di governo appare ben lontana dall’appoggiare ulteriori scostamenti dalle regole di bilancio, col rischio che la chiusura delle crisi pandemica e bellica coincida con il ritorno dell’austerity.

Su Il Domani, Francesco Saraceno ha parlato di Germania come “malato d’Europa”, lanciando l’allarme su quanto sta avvenendo in territorio tedesco. L’economista pone l’accento su un Paese che sta rallentando, sul ritorno delle regole ferree di bilancio come se l’Europa non avesse subito crisi, di un modello in crisi e di élite che vivono una “sindrome dello struzzo” e “che sembrano desiderare un ritorno al passato per non dover affrontare i problemi strutturali della Germania e della costruzione europea”.

Questi pericoli non sono questioni eminentemente tedesche, ma temi che riguardano l’intera Europa. Perché Berlino, rappresentando ancora la principale economia del continente, incide in maniera sensibile sui destini di tutti i Paesi che sono legati alla sua economia. Ed è chiaro che incidere sui destini economici si traduce in modo diretto nell’intaccare i destini politici.

Avvertimenti che ricordando come da troppo da tempo si dia quasi per scontata questa strana fragilità della Germania. La fine dell’era Merkel (ma la crisi era iniziata anche prima della conclusione del suo mandato) ha infatti segnato una profonda rivalutazione della leadership tedesca in Ue, ma anche della percezione del Paese nel consesso internazionale. Con una rapidità che per certi versi appare anche inquietante, Berlino è passata da capitale del sistema europeo a uno dei tanti centri decisionali del continente. Nessun dossier oggi appare realmente controllato dal governo tedesco, né quello energetico né quello diplomatico o quello finanziario. Scholz, tra rivalità interne e partiti che litigano su temi-chiave, non ha saputo indirizzare le politiche europee confermando un sostanziale silenzio su quanto avviene nel continente. L’asse con la Francia di Emmanuel Macron, caposaldo dell’Ue degli anni precedenti, non si è rivelato decisivo nel ribadire la necessità di una autonomia strategica europea o di trattare con la Russia per evitare la guerra o le sue più devastanti conseguenze. E la risposta della svolta militarista dopo la guerra in Ucraina sembra quasi un avvertimento sul senso di paura che alimenta una potenza ritenuta eminentemente industriale e quasi “benevola”.

L’impressione è che questa fase di debolezza politica sia parallela a quella crisi sistemica (economica e di sviluppo) a cui la risposta potrebbe essere data dal ritorno alle regole che piacciono alle classi dirigenti teutoniche: vincoli di bilancio e assenza di solidarietà europea. Se il vuoto di potere europeo coinciderà con il ritorno della linea dei falchi tedeschi, questo inciderà notevolmente sugli Stati membri che, orfani della leadership germanica, non hanno saputo costruire una ricetta alternativa. E sono temi che potrebbero diventare urgenti non tra anni, ma tra pochi mesi, come segnalato dai più illustri esponenti dell’esecutivo Scholz.

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