Nella geopolitica dell’Iran, Golfo Persico, stretto di Hormuz e gas, rappresentano tre pilastri di fondamentale importanza per comprendere le azioni dei governi di Teheran. Il mare che divide l’Iran dalla Penisola arabica è, infatti, non soltanto la divisione fisica fra due mondi, quello arabo e quello iraniano, ma anche uno specchio d’acqua su cui viaggia un’alta percentuale del traffico mondiale di petrolio e di mercantili asiatici verso il Medio Oriente, oltre che un mare che sovrasta dei fondali ricchissimi di gas naturale. Per l’Iran è fondamentale avere il controllo di quest’area strategica, così come lo è per gli altri Paesi del Golfo Persico ma in generale per chiunque vi abbia interesse, e non a caso gli Stati Uniti possiedono numerose basi aeronavali dislocate nei vari punti della costa araba. Con l’aumento delle tensioni, da Teheran si sente spesso l’idea di bloccare lo stretto di Hormuz per interessi nazionali. La scelta, nel caso, sarebbe catastrofica per l’economia mondiale, ma dimostra come Teheran abbia una leva fondamentale con cui minacciare i Paesi nemici qualora volessero aumentare le tensioni con la repubblica islamica. Ma il controllo dello stretto di Hormuz passa attraverso la scelta di un altro Stato arabo, spesso dimenticato, ce riveste però un ruolo strategico da non sottovalutare: l’Oman. Il sultanato dell’Oman controlla l’accesso dello stretto di Hormuz insieme alla repubblica islamica dell’Iran e i due Stati devono necessariamente cooperare se non vogliono rischiare l’esplosione di un conflitto riguardo al passaggio del traffico commerciale. Proprio per questo motivo, un po’ come il Qatar per la condivisione del South Pars, così anche l’Oman non può schierarsi apertamente con i sauditi nella sfida all’Iran, ma preferisce muoversi su posizioni più o meno neutrali allo scopo di ottenere il maggior vantaggio possibile dalla sua posizione strategica. E come l’Oman non può sottrarsi al dialogo proficuo con l’Iran, così anche quest’ultimo ha la necessità di avere nell’Oman un fondamentale interlocutore nella penisola arabica se non vuole che esso scivoli verso il blocco saudita o si unisca alle scelte politiche dell’alleanza israelo-americana.

Per questi motivi di natura politica ed economica, non deve sorprendere che Iran e Oman abbiano firmato un memorandum d’intesa che riguarda il progetto di costruzione di un gasdotto sottomarino che colleghi i due Paesi. L’intesa è stata firmata dai rispettivi ministri del petrolio a Vienna, in concomitanza con il vertice Opec. Il ministro iraniano, Bijan Namdar Zanganeh, ha firmato col collega omanita, Mohammed bin Hamad al-Rumhi, un accordo che prevede l’avvio di un gruppo di studio per presentare un rapporto ai due ministri nel gennaio del 2018. Secondo il progetto, il gasdotto avrà una lunghezza di circa 400 chilometri. La pipeline prevede un percorso ramificato. Partirà dai giacimenti di gas meridionali dell’Iran, presso Assalouyeh, e raggiungerà, dopo 200 chilometri, il porto di Kuhmobarak. Da qui, il gasdotto s’inabisserà nei fondali del Golfo Persico per circa 200 chilometri, fino a raggiungere il porto omanita di Sohar.

Il sultanato dell’Oman, una volta arrivato il gas iraniano, ne prenderebbe soltanto una parte per il consumo interno, mentre il grosso verrebbe fatto transitare verso la raffineria di Qalhat. Da qui, il gas sarà trasformato in Gnl e reso adatto per il trasferimento nel mercato internazionale. Zanganeh ha detto che Total e Shell si sono già offerte per la costruzione del gasdotto sottomarino. Una notizia che spiega la volontà europea di unirsi in blocco a favore del mantenimento dell’accordo sul nucleare con l’Iran e della fine delle sanzioni, viste le enormi potenzialità economiche dell’accesso del Paese degli ayatollah el mercato mondiale, sia energetico che infrastrutturale. Attualmente, le questioni da superare non sono ancora poche. Manca un accordo dettagliato sul volume del gas esportato e ne manca anche una sul finanziamento del progetto, su cui pesano le sanzioni del Congresso degli Stati Uniti. Ma resta, in generale, la volontà di entrambi i Paesi per un accordo che cambierebbe di molto la visione politica dell’Iran per la penisola arabica e anche i rapporti dell’Oman con Teheran. Il sultanato sta cercando una propria politica autonoma rispetto agli altri Paesi del Golfo e gli idrocarburi, specie in quella regione, sono un’arma fondamentale. Non a caso, a novembre di quest’anno, il governo di Mascate ha dato il semaforo verde a un accordo con l’italiana Eni per l’esplorazione del Blocco 52, nell’offshore dell’Oman. Se è necessaria una politica autonoma, l’Oman non può fare a meno di tutto il suo potenziale energetico.

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