“Un dovere morale”: il governo del primo ministro sloveno Robert Golob (nella foto) ha definito così, tramite il ministro degli Esteri Tanja Fajon, la necessità di riconoscere la statualità della Palestina che sarà messa ai voti martedì all’Assemblea Nazionale di Lubiana. Golob, leader del Movimento Libertà che guida il Paese dal 2022, segue a ruota Pedro Sanchez e la decisione della Spagna di riconoscere, assieme a Irlanda e Norvegia, lo Stato palestinese. Il castello che domina la capitale slovena Lubiana, già di proprietà degli Asburgo, è stato a tal proposito illuminato col tricolore palestinese.
La notizia è importante per una serie di motivi, che prescindono la piccola dimensione politica ed economica del Paese, comunque membro attivo di Unione Europea e Nato. Si parte dal timing della mossa: la Slovenia riconosce la Palestina poco dopo il massacro israeliano a Rafah mettendo in campo motivazioni morali prima ancora che politiche e lo fa in una fase che la vede esposta a livello internazionale. Lubiana è infatti per quest’anno e il prossimo membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ha votato più volte per il cessate il fuoco a Gaza e presto potrebbe trovarsi a votare il parere dell’organo supremo del Palazzo di Vetro sulla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che impone a Tel Aviv di fermare l’avanzata su Rafah.
- “All Eyes on Rafah”, l’appello che smuove le coscienze
- Il problema tedesco: il cortocircuito di Scholz su Gaza
In secondo luogo, la Slovenia va in controtendenza con un trend che vedeva i Paesi dell’Est Europa, formalmente gli unici nell’Ue a riconoscer la Palestina prima della guerra a Gaza, più freddi rispetto a quelli occidentali sulla questione della Palestina. Governi come quelli di Ungheria e Repubblica Ceca sono tra i più fedeli alleati di Israele. Lubiana segna una cesura e corre verso il riconoscimento della statualità, rendendo meno netta una faglia che si stava ampliando.
Infine, va ricordato che Golob guida un governo il cui partito di punta, Movimento Libertà, fa parte del gruppo Renew Europe e questo amplia lo spettro di formazioni europee alla guida di Paesi che hanno riconosciuto la Palestina. Il movimento liberale del partito di Emmanuel Macron, Renaissance, è in lizza per giocare da pivot tra popolari e socialisti e nella sua galassia convivono formazioni con diversi orientamenti sulla Palestina.
Il Fianna Fail, primo partito per seggi nella coalizione irlandese, ha sostenuto il premier Simon Harris, del Fine Gael popolare, nel sostegno alla statualità palestinese. Ma nel gruppo liberale esistono sensibilità diverse, come quella della nostra Italia Viva di Matteo Renzi, nettamente pro-Israele. Per la prima volta un governo di Renew Europe si intesta il riconoscimento e non si può dire che siano solo gli esecutivi socialisti (Spagna), di sinistra (Norvegia) o pressati dai movimenti progressisti radicali all’opposizione (Irlanda, dove sul governo incombe la sinistra nazionalista del Sinn Fein) a sostenere la Palestina. Specie se da Lubiana ricordano che la questione, da politica, è diventata morale. Dunque richiamando l’Europa a mostrare, con forza, quei valori di attenzione all’umanità, alla pace e alla democrazia di cui può andare orgogliosa solo quando li mette in atto.

