La geopolitica della corsa allo spazio
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Kashoggi, la sua morte avvenuta ad Istanbul, i suoi dissidi con il principe saudita Mohammad Bin Salman e, infine, il possibile coinvolgimento di un’azienda italiana nell’efferato omicidio del giornalista. Sono molti gli elementi presenti nell’articolo del Washington Post pubblicato nei giorni scorsi, dove si cerca di ricostruire la fitta ragnatela che, da Riad, arriva fino in Turchia. Lì dove poi, lo scorso 2 ottobre, si perdono le tracce del giornalista Kashoggi e dove viene commesso l’omicidio all’interno del consolato saudita di Istanbul. Kashoggi, lontano dall’Arabia Saudita da diversi mesi per via dei suoi dissidi con il principe ereditario, ha scritto anche per il Washington Post. Per questo il quotidiano statunitense prova a fare una ricostruzione su quanto è avvenuto. 

Il ruolo di Hacking Team

Ma cosa c’entra il nome di un’azienda italiana in tutto questo? Nell’articolo di David Ignatius si parla, in particolare, della Hacking Team. Si tratta di una società fondata nel 2003 da David Vincenzetti, specializzata nel settore informatico. Vanta nel corso della sua storia molte collaborazioni con diversi enti ed istituti importanti sia nazionale che internazionali. Come specifica lo stesso Washington Post, è la società che crea il trojan “Rcs Galileo“, in grado di intrufolarsi in dispositivi sia fissi che mobili e spiare dunque i dati. In poche parole, l’Hacking Team riesce a tenere sotto controllo le informazioni contenute all’interno sia dei computer che degli smartphone “infettati” dal suo trojan. Una funzione delicata dunque, specie in tempi di guerre cibernetiche combattute a suon di hackeraggi e spionaggi a distanza. 

Negli anni passati l’Hacking Team ha sempre affermato di vendere la propria tecnologia ad enti di sicurezza di Stati democratici. Ben comprendendo l’importanza del suo operato, l’azienda a livello mediatico si è sempre voluta cautelare. I servizi da essa forniti, secondo i suoi vertici, servirebbero soprattutto nelle guerre a mafie e terrorismo. Una mano d’aiuto a polizie e servizi segreti d’Europa e del mondo dunque, al fine di intercettare conversazioni di presunti criminali o jihadisti. Nel 2015 però l’Hacking Team viene a sua volta hackerata e finisce nel calderone delle polemiche innescate dalle rivelazioni di Wikileaks. I dati dell’azienda vengono trafugati e si scopre che essa mantiene rapporti e contatti con più di 40 governi, alcuni di questi non proprio democratici. Non mancano, da questo punto di vista, intense collaborazioni con l’intelligence dell’Arabia Saudita. L’azienda viene accusata, da quel momento, di vendere la propria tecnologia non solo a polizie ed enti che hanno lo scopo di intercettare i criminali, ma anche a paesi che potrebbero utilizzare i servizi dell’Hacking Team per spiare oppositori e dissidenti. 

La figura di Saud Al Qahtani

A loro discolpa, i vertici di Hacking Team affermano in realtà di essere in grado di disattivare i dispositivi da loro venduti in caso di utilizzo non etico. Pur tuttavia lo scandalo post Wikileaks fa precipitare reputazione e bilanci della società, che a fine 2015 inizia a non navigare in acque serene sotto il profilo finanziario. E qui si ritorna alla ricostruzione del Washington Post. Secondo quanto scritto da Ignatius, per via di quella crisi da Riad si decide di prendere al volo l’occasione: non più semplice collaborazione con Hacking Team ma vero e proprio ingresso in società. Del resto i sauditi, rimasti più indietro rispetto ad emiratini e qatarioti nello sviluppo delle tecnologie informatiche, necessitano di sviluppare maggiormente questo settore. Ed in effetti, secondo le carte mostrate dal Washington Post, dal 2016 Hacking Team è saudita al 20%. Questa quota infatti è in mano ad una società saudita denominata Tablem Limited, con sede a Cipro. Il proprietario della Tablem è Adbullah Al Qahtani, appartenente ad una famiglia non certo secondaria nel regno saudita. 

Uno dei suoi esponenti infatti è Saud Al Qahtani, fino al 23 ottobre scorso forse il più fidato collaboratore di Mohammad Bin Salman. E non è un caso che lo stesso Saud Al Qahtani è uno dei due uomini indagati ufficialmente dalla polizia turca per il caso Kashoggi. Da Riad, dopo le notizie sugli sviluppi dell’inchiesta turca, si decide per l’appunto il 23 ottobre di licenziare l’oramai ex collaboratore del principe ereditario. Si vuole far credere, dalla capitale saudita, che l’operazione che porta alla macabra uccisione di Kashoggi sia opera di funzionari dei servizi sauditi, a cui Al Qahtani avrebbe dato il suo benestare. Il tutto, senza informare Mohammad Bin Salman. Un modo, molto probabilmente, per scaricare la colpa sull’ex funzionario della corte saudita, il quale appare un capro espiatorio perfetto. Avvocato appena quarantenne, nonostante la sua giocate età riesce dal 2003 in poi ad avere rapporti con la corte di Riad e con diversi principi sauditi, fino ad essere uno dei consiglieri più ascoltati da parte di Bin Salman. Specie proprio sul versante informatico e sulla comunicazione web: è lui a lanciare l’hastag #TheBlacklist su Twitter in occasione del varo dell’embargo saudita contro il Qatar nel giungo 2017.

I possibili collegamenti tra l’Hacking Team ed il caso Kashoggi

Dunque, secondo la ricostruzione del Washington Post, la situazione è la seguente: vi è un’azienda italiana, l’Hacking Team, che vende la tecnologia adatta a spiare dispositivi a diversi paesi. Questa azienda, per come emerge da Wikileaks, avrebbe forti legami con i sauditi che già nel 2013 avrebbero provato ad entrare in società. Proprio lo scandalo generato da Wikileaks produce una grave crisi interna all’Hacking Team, la quale viene salvata grazie all’ingresso in società con il 20% di un’azienda saudita. Tale azienda è controllata dalla famiglia di Saud Al Qahtani, collaboratore fedelissimo di Mohammad Bin Salman e sospettato dai turchi per l’omicidio di Kashoggi. Fin qui i documenti certi, mostrati dal Washington Post il quale si avvale soprattutto di dati piratati da Wikileaks. 

A questo punto il collegamento con il caso Kashoggi diventa una sorta di equazione matematica. Non ci sono prove sul fatto che l’Hacking Team abbia dato ad Al Qahtani i mezzi per spiare Kashoggi. Ma, secondo David Ignatius, un coinvolgimento dell’azienda italiana visti i legami con Riad e visto soprattutto il ruolo dello stesso Al Qahtani in società, potrebbe essere più che probabile. L’eventuale possesso di dati personali di Kashoggi da parte dei sauditi e di Saud Al Qahtani in particolar modo, potrebbe essere stato decisivo per giungere poi all’episodio avvenuto all’interno del consolato di Istanbul. Ed i dati, se per davvero in possesso dei servizi di Riad, potrebbero essere stati presi grazie alla tecnologia passata da Hacking Team. Ecco il perchè del coinvolgimento dell’azienda italiana. Un coinvolgimento, per amor di verità, tutto da verificare. Per adesso è solo un’ipotesi posta in essere dal Washington Post, basata sulla composizione societaria della stessa azienda italiana. 

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