Sembrano lontani – e, in effetti, lo sono – i tempi in cui tra Cremlino e Telegram era scontro aperto sulla spinosa questione del diritto alla riservatezza degli utenti. Era il 2018 e Mosca chiedeva a Pavel Durov, fondatore del servizio di messaggistica istantanea, di andare incontro alle esigenze dei servizi segreti relativamente all’accesso ai codici per la decrittazione delle conversazioni. Il rifiuto di Durov, legato al timore che i servizi segreti potessero fare un uso improprio dello spazio di manovra accordatogli, avrebbe dato vita ad un braccio di ferro con le autorità culminato con il blocco temporaneo dell’applicazione in Russia.

Quei tempi, si scriveva, sono oramai lontani: i rapporti tra Mosca e Durov sono meno tesi e Telegram, che nel frattempo ha cessato di essere una prerogativa del mercato russofono – utenza più che raddoppiata nell’ultimo triennio: da 200 milioni a 500 milioni –, è, oggi, sul punto di divenire il concorrente numero uno di WhatsApp, il servizio di messaggistica istantanea più utilizzato nel mondo occidentale. Ed è proprio per quest’ultimo motivo che, pur non potendo “comprare” l’ostico idealista Durov, il Cremlino ha iniziato a investire in Telegram: allineato a Mosca o meno, può essere utilizzato come un ariete contro il monopolio dei giganti di Silicon Valley.

Il Cremlino investe in Telegram

Il 23 marzo è stato comunicato da Pavel Durov, fondatore di Telegram e VKontakte, che la compagnia “ha raccolto oltre un miliardo di dollari vendendo obbligazioni ad alcuni dei maggiori e più riconosciuti investitori di tutto il mondo”. L’evento, secondo quanto spiegato da Durov, non sarebbe propedeutico alla vendita di Telegram, quanto al finanziamento dei suoi piani di crescita globale – l’obiettivo, invero, è di raggiungere quota un miliardo di utenti attivi mensilmente.

L’asta ha visto la partecipazione di fondi sovrani, come l’emiratina Mubadala Investment Company, ed è stata seguita con attenzione e discrezione anche dall’ex acerrimo rivale di Durov, il Cremlino. Quest’ultimo ha fatto ingresso in Telegram attraverso il Fondo russo per gli investimenti diretti (RDIF, Russian Direct Investment Fund), finanziatore dello Sputnik V, che ha acquistato obbligazioni per due milioni di dollari sul mercato secondario.

Due milioni: una cifra irrisoria se comparata al miliardo raccolto da Durov, ma il punto è che il RDIF non ha agito da solo, ha operato in partenariato con la Mubadala, la quale, invece, ha comperato settantacinque milioni di dollari di obbligazioni. La domanda sorge spontanea: perché il Cremlino è interessato a Telegram? La risposta potrebbe trovarsi in Silicon Valley.

Obiettivo Silicon Valley?

La posterità ricorderà il regime sanzionatorio legato alla guerra in Ucraina come uno dei più gravi errori di calcolo dell’epoca attuale. Perché le sanzioni, lungi dall’aver coartato Mosca ad abbandonare il Donbass e a restituire la Crimea, hanno rivitalizzato in maniera fondamentale l’agenda di diversificazione economica ed autosufficienza, dando impeto all’industrializzazione per sostituzione delle importazioni, alla rinascita del settore agroindustriale e all’ambiziosa ricerca della cosiddetta “autarchia tecnologica”.

Autarchia tecnologica significa autosufficienza, ergo sopravvivenza in caso di emergenza, nello specifico in relazione ad alta tecnologia, telecomunicazioni, computeristica e rete. Lo sviluppo del cosiddetto “Internet sovrano”, ampiamente misinterpretato e frainteso in Occidente, è da inquadrare più nel contesto di questo disaccoppiamento che in quello della sorveglianza e del liberticidio. E non è da escludere, dato il quadro generale, che la rivalutazione di Telegram, da arcinemico a sede di investimenti strategici, sia in qualche modo legata alle ambizioni globali del Cremlino in materia di dominio della realtà intangibile.

L’applicazione di Durov potrebbe essere avvedutamente utilizzata per minare le fondamenta del regno di Silicon Valley, i cui giganti – dall’impero Facebook a Twitter, passando per Google e Youtube – hanno iniziato ad osservare un’emorragia di utenti all’indomani della depiattaformizzazione di Donald Trump e della destra statunitense che, in parte, ha beneficiato i servizi di messaggistica istantanea e le piattaforme sociali made in Russia.

Non è importante che Durov parteggi per il Cremlino, ma che Telegram diventi l’alternativa a WhatsApp, indebolendo l’esteso impero di Mark Zuckerberg, e che si gettino, di conseguenza, le basi per l’erosione del monopolio americano nel mondo della nuova informazione e delle piattaforme sociali, ergo nella rete. Perché il fenomeno Telegram ha in dote il potenziale per accelerare il processo di de-americanizzazione e multipolarizzazione della rete, inconsapevolmente galvanizzato dal fascismo digitale dei giganti di Silicon Valley, e questa volta, per una curiosa eterogenesi dei fini, Durov e il Cremlino si trovano a condividere lo stesso interesse: l’uno per profitto e l’altro per politica.