L’America latina è tornata ad essere uno dei principali terreni di scontro fra le grandi potenze del globo ma, a differenza della Guerra fredda, gli interessi in gioco e gli attori coinvolti sono molto più numerosi. Gli Stati Uniti sono guidati dalla storica dottrina Monroe e stanno tentando di ri-estendere il proprio controllo sul tradizionale cortile di casa, tramite un rinnovato interventismo bellico di natura economica e un ambizioso tentativo di colonizzazione spirituale, dopo aver dedicato l’attenzione per oltre un decennio alla lotta al terrorismo.

Mentre in altre parti del subcontinente lo scontro egemonico contrappone Washington a Mosca o ad entità non-statuali come Hezbollah, in Brasile lo scontro è soprattutto geo-religioso. L’ascesa di Jair Bolsonaro alla presidenza della prima potenza sudamericana ha riscritto in maniera determinante gli equilibri di potere nelle Americhe, accelerando l’arrivo del crepuscolo sulla cosiddetta nuova sinistra, ma il ritorno in scena dell’ex presidente Lula, scarcerato lo scorso novembre, potrebbe riaprire la partita. La posta in gioco è alta, il destino del subcontinente, perciò è aumentata in maniera significativa l’esposizione di un altro attore storicamente rilevante nella regione: la Chiesa cattolica.

Lula dal Papa

L’ex presidente brasiliano ha confermato che il 13 febbraio si recherà in Vaticano per un incontro a porte chiuse con il pontefice. Secondo Lula, la visita è stata decisa per poter ringraziare di persona Jorge Mario Bergoglio del sostegno morale dato e della solidarietà mostrata nel corso della detenzione. I due, infatti, hanno intrattenuto uno scambio epistolare, poi divenuto di pubblico dominio, e il pontefice non ha mai nascosto la propria simpatia verso l’ex presidente per via del suo impegno nel sociale e nel terzomondismo.

L’incontro è stato organizzato con l’intermediazione del neo-presidente argentino peronista, Alberto Fernandez, anch’egli legato al pontefice da un rapporto di stima che oltrepassa la sfera professionale. Fernandez ha trasmesso personalmente al Papa la richiesta di Lula, essendo stato in visita ufficiale in Vaticano il 31 gennaio, che è stata accolta in maniera molto positiva, come evidenziato dal fatto che la bilaterale è stata preparata in tempi record: meno di due settimane.

Le ragioni dell’incontro

Alcuni eventi indicano che quello fra Lula e Bergoglio non sarà un semplice incontro di cortesia. Innanzitutto la diplomazia vaticana ha voluto soddisfare in tempi insolitamente celeri la richiesta dell’ex presidente brasiliano, e quest’ultimo ha anticipato in alcune interviste di provare grande stima per il pontefice per via di visioni comune su argomenti come lotta alla povertà, tutela dell’ambiente e diritti umani.

Gli ultimi due punti, nel caso del Brasile, equivalgono alla questione dello sfruttamento economico dell’Amazzonia e alla protezione delle tribù indigene, sia fisica che legale, e Lula e Bolsonaro hanno opinioni radicalmente differenti in merito. Nella fase che ha seguito l’incarcerazione di Lula e l’estromissione forzata di Dilma Rousseff, segnando l’inizio di un percorso politico e culturale culminante nell’ascesa di Bolsonaro, è stata proprio la chiesa cattolica a raccogliere l’eredità del Partito dei Lavoratori, occupando un posto in prima fila nella difesa della regione amazzonica e degli indigeni.

Adesso che Lula è nuovamente in libertà e che il fronte della sinistra si sta ricompattando, per la Santa Sede è il momento ideale per lanciare una controffensiva culturale, proponendosi alle fasce più deboli e vulnerabili della società brasiliana come una valida alternativa alla nuova narrazione dominante, di estrazione anglosassone e protestante.

In questo contesto vanno (anche) inquadrati il sinodo sull’Amazzonia e lo sbarco di Lula in Vaticano, che lo statista sta promuovendo mediaticamente, con dichiarazioni pubbliche e interventi sui suoi profili social. Sebbene il cattolicesimo stia rapidamente perdendo terreno, è ancora la prima forza culturale e religiosa del Brasile e un asse Lula-Bergoglio potrebbe realmente essere capace di rallentare e, magari rovesciare, l’agenda egemonica di Washington per il paese.