Umberto Bossi se n’è andato senza far rumore. Tutto il contrario di come ce lo ricordiamo ai tempi d’oro: ruggente, tribunizio, sopra le righe, la voce roca, l’oratoria torrenziale, il gusto per la battuta triviale («la Lega ce l’ha duro»), le storpiature («Berluskaz»), la teatralità volgare (il gesto dell’ombrello, il dito medio), l’immagine popolana (la celebre canotta bianca), le invettive e le intemerate («Andremo a prendere i fascisti uno a uno, casa per casa»), le polemiche roventi anche contro poteri intoccabili, come la Chiesa (i «vescovoni»). Dal 2004, anno dell’ictus, alle dimissioni da segretario del Carroccio fino al 2013, quando tentò l’ultimo colpo di coda con un’impossibile sfida al nuovo condottiero Matteo Salvini, il Bossi d’antan gradualmente scomparve dalle scene. Di errori, del resto, ne aveva fatti. Anche se, inizialmente, un merito storico lo ha avuto.
Agli esordi, il Senatùr personificò la rivolta del ceto medio del Nord che aveva mandato avanti per decenni la baracca dello Stato italiano tramortendosi con turni di lavoro massacranti, svenati da un fisco vampiresco e zavorrati da un debito pubblico esploso grazie alle scelte della “partitocrazia”. Era l’urlo che proveniva dalle fabbriche dei padroncini, indistinguibili dai propri operai davanti al bancone dei bar di provincia. Era un bisogno interclassista di rottura, quella che venne chiamata “questione settentrionale”, che stringi stringi era una faccenda di dané, schei, soldi. Ma era un bisogno legittimo (come legittimo era, e rimane, lo speculare bisogno del Meridione di risollevarsi da una depressione economica di cui porta la responsabilità, in buona misura, proprio l’unità post-risorgimentale, gestita con metodo miope e centralista). Bossi, almeno, qualcosa di più, rispetto alla mera difesa dell’esistente, lo propose: il federalismo. In una penisola da secoli caratterizzata da una moltitudine di campanili e piccole patrie, poteva essere una soluzione tutt’altro che peregrina.
Purtroppo, né lui né la classe dirigente del suo partito furono all’altezza dell’idea. Il sistema di governo che avrebbe dovuto rifare l’Italia fu girato e rigirato in tutte le salse. Dapprima brandendolo come arma demagogica, con la bandiera dell’indipendentismo. Dopodiché normalizzandolo, con la “devolution”. Infine, lasciandoselo sfibbiare dal centrosinistra, che firmò la sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione, rivelatasi un regionalismo sanitario, gonfiato nei costi e nelle spese. Diciamo la verità: i barbari leghisti erano calati per espugnare “Roma ladrona”, e ne furono espugnati. Dopo aver cavalcato l’onda che con gli arresti di Mani Pulite saliva contro il “Palazzo” (il famoso cappio agitato in parlamento), la Lega fece presto a integrarsi, finendo anch’essa nel mirino dei magistrati. Basti citare la vicenda di Credieuronord, la banca “padana” che razziò i risparmi di tanti militanti per naufragare poi in accuse di truffa contro esponenti di primo piano del partito (salvata, alla fine, dal “furbetto del quartierino” Giampiero Fiorani, amico dell’ex presidente di Bankitalia don Antonio Fazio, campione di “italianità” bancaria che i leghisti, ripudiando la loro antropologia “anti-italiana”, difesero sempre).
Dopo l’alleanza del 1994 con Forza Italia e, indirettamente, con il Movimento Sociale, Bossi fiutò il pericolo di veder disinnescata la carica di protesta che era stata la chiave del suo successo, e mandò all’aria la coalizione, da cui il “ribaltone”. Quelli a seguire furono, si può dire, gli anni di acme per il capopopolo lumbard: alzò al massimo i decibel della retorica para-eversiva (la “secessione”, le “camicie verdi”), diede corpo alla sua vena meno conforme e vagamente no-global (con accenti critici niente meno che sulla Nato, contestandone l’attacco alla Serbia del 1999), si inventò perfino un immaginario mitologico e addirittura liturgico, con trovate sì di cartapesta, ma che coglievano la necessità di infondere un’anima al grigiore della politica (la “Padania”, il rito dell’ampolla, il “parlamento del Nord”). Tutto, naturalmente, per rimanere sulla breccia e rilanciare al giro successivo. L’esito, prevedibile, non poteva essere che il ritorno nell’alveo del centrodestra, e fu il governo Berlusconi II (2001-2005). Nel quale il leader leghista appose il proprio nome alla legge che ancor oggi regolamenta, piuttosto male, l’immigrazione: la Bossi-Fini.
Dicevamo dei passi falsi. Quello maggiore, il più grave, esiziale, fu non solo allearsi ma consegnarsi, nell’ultimo tratto, al “mafioso di Arcore” (copyright suo) e alle sue generose spire. Per fare politica, si sa, ci vogliono quattrini. Molti quattrini. E il Carroccio, a differenza del Biscione, non ne aveva così tanti. L’abbraccio definitivo e mortale, nel 2001, fu suggellato da un vero e proprio contratto, che apriva una linea di credito tra Forza Italia e la Lega con fidejussione personale di Silvio Berlusconi. Altre furono, più che altro, delle scivolate, ancorché devastanti sul piano dell’immagine perché presentarono, del fustigatore di certo malcostume a sud del Po, un volto familista e nepotista. Una su tutte, la decisione di dare al figlio Renzo, il “Trota”, un posto di consigliere regionale in Lombardia, da cui il delfino si dimise dopo uno scandalo legato a rimborsi elettorali, finendo pure espulso dal partito. Correva l’anno 2012, e da lì doveva cominciare la parabola discendente del Senatùr. Un uomo, a dispetto dello spadone di Alberto da Giussano, delle battutacce contro i terroni e del giuramento di Pontida, in tutto e per tutto arcitaliano.
Trasformista, opportunista, sanguigno, verace, sprezzante, irruente, mattatore e, al suo tramonto, malinconicamente sopravvissuto a sé stesso. Un personaggio degno della penna di Malaparte. A parere di chi scrive, in realtà, la sua fine cominciò all’inizio, già nel 1994 quando ruppe con Gianfranco Miglio, l’unico intellettuale che riuscì mai a tollerare accanto a sé. Miglio cercava di dissuaderlo dal connubio con il Cavaliere, ma non ci fu verso (e bisogna dire che il costituzionalista se l’era cercata, avendo mal consigliato l’Umberto a favore del maggioritario, meccanismo elettorale che obbliga a copule contronatura). La “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto avrebbe forse vinto le elezioni. Ma Bossi, ne siamo sicuri, avrebbe comunque trovato il modo per fare il Bossi, cioè il cavallo pazzo. Buon riposo, Senatùr.
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