L’Italia ha un’ultima chance per rientrare in extremis nella grande partita internazionale che si sta giocando in Libia e dove finora non ha toccato palla. Il Governo di accordo nazionale (Gna) del premier Fayez al Sarraj ha ufficialmente chiesto l’aiuto di Roma per sminare le zone recentemente liberate dal giogo delle forze alleate al generale Khalifa Haftar, l’ormai ex uomo forte della Cirenaica che doveva conquistare Tripoli in due giorni e che ora batte in ritirata. Un’occasione d’oro per tornare a essere protagonisti in un Paese strategico per prossimità geografica, risorse naturali, flussi migratori e lotta al terrorismo. Una scialuppa di salvataggio fornita proprio quando la tempesta in Libia sembrava aver spazzato via ogni velleità italiana di contare qualcosa in Libia, mentre altri attori molto più spregiudicati (vedi Turchia e Russia) schierano mercenari e aerei da guerra. Il dossier finirà la prossima settimana sul tavolo del Coi, il comando operativo di vertice interforze guidato dal generale Luciano Portolano, ex comandante dei caschi blu dell’Onu in Libano: il Coi ha infatti il comando, la pianificazione e il coordinamento delle missioni all’estero. I nostri vertici militari hanno due possibilità: inviare gli specialisti del genio militare oppure dei contractor civili, come già avvenuto in passato sempre in Libia attraverso l’Unmas, il servizio di azione contro le mine delle Nazioni Unite. È più probabile la seconda opzione, anche perché mandare degli “stivali sul terreno” risulterebbe complicato per motivi logistici e di difesa.

La richiesta di Sarraj

La richiesta dei libici è pervenuta sia per iscritto che per le vie brevi. A parlarne pubblicamente è stato lo stesso Sarraj, il capo del Consiglio presidenziale del Governo di accordo nazionale della Libia, il doppio nome che sta ad indicare per primo l’organo nato con l’accordo politico di Shkirat, firmato il 17 dicembre 2015 in Marocco, rimasto con appena quattro membri superstiti dei nove originari; e per secondo il governo che non ha mai ricevuto la fiducia dalla Camera dei rappresentanti, il parlamento libico che si riunisce in Cirenaica e che sostiene il generale Haftar. Come riportato da Agenzia Nova, nella conversazione telefonica intercorsa tra Sarraj e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sabato 30 maggio, il premier libico ha fatto presente all’omologo italiano che le “milizie aggressori” (cioè le forze dell’autoproclamato Esercito nazionale libico) hanno piazzato “trappole esplosive e mine nelle aree residenziali dalle quali sono state espulse, uccidendo alcuni civili rientrati nelle loro case”, chiedendo quindi “l’assistenza dell’Italia per il rilevamento e la rimozione di queste mine”. Non solo. In un messaggio audio trasmesso la sera del 3 giugno sul profilo Facebook del Gna dopo la liberazione l’aeroporto internazionale a sud di Tripoli, Sarraj ha rincarato la dose, spiegando di aver già “stretto un accordo con lo Stato italiano per ricevere supporto tecnico e competenze per rimuovere mine e residuati bellici”.

La commessa al consorzio italiano

Non è un caso che Sarraj abbia fatto un esplicito riferimento alla bonifica dell’aeroporto internazionale di Tripoli. Si tratta di una infrastruttura strategica, già teatro nel luglio del 2014 della guerra fratricida fra Misurata e Zintan, le due città-Stato rivali protagoniste della prima guerra civile post-rivoluzione del 2011. La battaglia aveva infine visto vittoriose Misurata e le milizie islamiste alleate di Tripoli, al prezzo però della devastazione dell’intero aeroporto. La ricostruzione è stata affidata quattro anni dopo al consorzio italiano Aeneas. Il progetto è stato ufficialmente inaugurato nel luglio del 2016 da Sarraj e dall’allora ambasciatore d’Italia a Tripoli, Giuseppe Perrone. La commessa del valore totale di 79 milioni di euro prevede la costruzione due terminal: uno nazionale e uno internazionale, completi di tutti gli impianti per permettere l’apertura di questo aeroporto che, almeno nelle intenzioni, dovrà gestire l’arrivo e la partenza di 6 milioni di passeggeri. “La nostra ambizione è avere questo aeroporto e altri aeroporti in Libia come terminal di transito verso l’Africa e l’Europa e come hub per il turismo”, aveva detto Sarraj durante la cerimonia. Ma l’offensiva di Haftar lanciata nell’aprile del 2019 ha fermato tutto e lo scalo è stato ulteriormente devastato dagli scontri con armi leggere e pesanti.

Perché inviare il genio è complicato

L’invio del genio militare per rimuovere mine e trappole esplosive è complicato anzitutto perché l’eventuale contingente – composto eventualmente poche decine di effettivi – ha bisogno di essere difeso, messo in sicurezza e rifornito. E’ necessaria cioè una base logistica a cui appoggiarsi e gli aeroporti, in questo senso, rappresentano una buona opzione. E’ questo il caso ad esempio dei turchi a Mitiga, l’altro scalo aereo di Tripoli (situato più a est) utilizzato per scopi militari nonostante la sua natura sia teoricamente civile. Sempre i turchi controllano ora la base aerea di Al Watiya, sottratta alle forze di Haftar quasi senza colpo ferire, suscitando peraltro dubbi sull’esistenza di un presunto accordo con la Russia per la spartizione della Libia. L’Italia potrebbe in qualche modo replicare l’esperienza dell’ospedale da campo italiano a Misurata, che si trova appunto nello scalo aereo della piccola “Sparta” libica. Ma l’aeroporto internazionale a sud di Tripoli è ancora fuori uso e ci vorranno diversi mesi (forse anni) prima che torni operativo. Ecco perché il comando operativo di vertice interforze potrebbe decidere di accettare la richiesta dei libici, inviando però dei contractor civili – il cui dispiegamento sul terreno risulta  più fattibile, almeno in questa fase. Sperando che il tafazzismo italico non ci porti a rifiutare la richiesta del governo Sarraj e a lasciare la Tripolitania alla completa mercé del nuovo “sultano” Recep Tayyip Erdogan, quasi 110 anni dopo la guerra italo-turca combattuta (e vinta) contro l’Impero Ottomano.

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