L’Ursula-bis non è ancora da dare per fatto e, anzi, la seconda commissione von der Leyen dovrà giocarsi nei prossimi giorni la possibilità di nascere. All’ombra delle negoziazioni sui vicepresidenti designati da Frau Ursula per il suo secondo mandato la maggioranza di larga coalizione che ha sostenuto l’accordo politico raggiunto dal Consiglio Europeo a luglio rischia di liquefarsi e, nel Vietnam del Parlamento europeo, con essa può venire meno anche l’impalcatura che ha aperto al secondo mandato della politica tedesca.
Lo stallo su Fitto e Ribera
Lo stallo è su due dei sei vicepresidenti designati, la spagnola Teresa Ribera e l’italiano Raffaele Fitto. Sulla politica socialista spagnola, proposta per i pesanti commissariati all’Ambiente e alla Concorrenza, è calato l’affondo del Partito Popolare Europeo, guidato dalla sua componente spagnola, che ha criticato la vice del governo di Pedro Sanchez per i ritardi nella risposta alla recente alluvione di Valencia.
Il ministro italiano degli Affari Europei, invece, proposto per la pesante carica alla Coesione e alle Riforme, è stato messo sotto tiro dalla sinistra per la sua appartenenza a Fratelli d’Italia e al gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) esterno alla “maggioranza Ursula” formata da popolari, socialisti, liberali (Renew Europe) e Verdi. Tanto che il gruppo del Partito Socialista Europeo ha proposto di confermarlo per l’incarico ma senza la vicepresidenza.
La minaccia dei veti incrociati
I veti incrociati politici bloccano il processo decisionale. Ursula von der Leyen, mercoledì, ha provato a mediare con i vertici parlamentari di popolari, socialisti e liberali, ma senza successo. Dietro lo stallo c’è indubbiamente il nodo dei singoli commissari, ma anche la fragilità politica di un accordo nato debole per la nuova Commissione. E in cui molto divide le parti. Che visione avere delle politiche industriali, della transizione green, della questione migratoria, dell’agenda geopolitica europea, dei finanziamenti alla Difesa? Le elezioni europee hanno presentato un Parlamento di Strasburgo segnato da una netta avanzata delle destre “non istituzionali” in Paesi-chiave, come Francia e Germania, a cui le forze europee hanno reagito mantenendo uno schema classico. Ma su questi temi veder tenere l’accordo presupponeva una forte leadership politica.
Ursula von der Leyen, con il suo stile accentratore, non è stata in grado di garantirlo, provando a intestarsi competenze, dal potere di veto di fatto su alcuni nomi proposti per la Commissione, come il francese Thierry Breton, a una forte postura politica per dettare l’agenda globale del blocco oltre i suoi confini che ha spinto la titolare dell’esecutivo Ue a risultare invisa a molti. L’ex ministro della Difesa di Angela Merkel ha provato a sfruttare l’ambigua posizione dei popolari, che hanno provato a governare l’Europa scegliendo di allearsi nella coalizione istituzionale per formare la maggioranza, delegando però all’asse con i gruppi alla sua destra (Ecr, Patrioti e Europa delle Nazioni Sovrane) l’agenda su temi come la lotta all’immigrazione e la revisione del Green Deal.
Nella sfida sui vicepresidenti della Commissione queste contraddizioni sono esplose: Ribera è colpita dal Ppe, di cui l’Unione Cristiano-Democratica di Ursula von der Leyen fa parte, e non è un caso, perché avrebbe avuto in mano l’agenda green su cui la presidente punta. Fitto, invece, potrebbe passare la nomina con quell’accordo di tutte le destre che, da un lato, porterebbe partiti come la Cdu a votare con Alternative fur Deutschland non su singoli dossier ma su un tema di indirizzo politico e, dall’altro, farebbe evaporare la “maggioranza Ursula”. E quindi nei corridoi di Bruxelles iniziano a circolare voci chiare: la maggioranza Ursula non è ancora blindata. E il bis di von der Leyen non sarà scontato. Anche perché fuori dall’asse portante Popolari-Socialisti c’è chi si muovo per regolare conti aperti con von der Leyen.
Macron e Orban, asse per Draghi?
Due nomi su tutti: la strana coppia Emmanuel Macron-Viktor Orban. Animati da concordia e vicinanza d’intenti da un paio di mesi, con il presidente francese che ha accolto Orban dopo che von der Leyen a Strasburgo ne aveva attaccato le politiche in maniera frontale nell’occasione della presentazione del mandato semestrale dell’Ungheria come presidente del Consiglio Ue. E Orban che si è incontrato col super-commissario uscente all’Industria, Thierry Breton, vicino a Macron, nei giorni in cui von der Leyen metteva un veto arbitrario sul suo bis.
Al recente vertice della Comunità Politica Europea ospitato da Budapest i due hanno mostrato una grande attenzione nel dialogo con il convitato di pietra del discorso politico europeo: Mario Draghi. Il rapporto sulla competitività dell’ex premier italiano è stato guardato con attenzione a Parigi e Budapest, favorevoli a un’agenda di rinnovata spesa che metta all’angolo le tendenze austeritarie della presidenza di Bruxelles (Macron) e liberi fondi per la coesione e lo sviluppo dell’Est (Orban).
Del resto, dal green alla tecnologia, il rapporto Draghi parla di molto di ciò che Ursula von der Leyen, che glielo ha commissionato, non ha fatto nel suo primo quinquennio di guida dell’Ue. E offre un punto di partenza politico per un’eventuale alternativa al secondo mandato di Frau Ursula. Macron puntava su Draghi per il Consiglio Europeo prima della debacle elettorale della sua coalizione alle Europee, Orban è stato l’unico leader ad aprire al banchiere romano per la poltrona oggi occupata da von der Leyen prima del voto. Per entrambi, l’obiettivo primario è spezzare la diarchia Ppe-Pse e rimettere in mano agli Stati, decisori ultimi della politica Ue, il pallino del gioco. Non è da escludere che un procedere dell’impasse rilanci la “strana coppia” e la sua proposta di un’alternativa alla comune rivale von der Leyen. Lo stallo su Fitto e Ribera può scompigliare le carte. E su Frau Ursula si proietta, insidiosa, l’ombra dell’ex presidente della Banca centrale europea.

