La guerra interna all’Europa tra Giuseppe Conte e Mark Rutte sembra giunta a un punto di svolta. Il Consiglio europeo sul Recovery Fund, uno dei più duri che la storia recente dell’Ue ricordi, potrebbe arrivare al famigerato giro di boa a breve, con Angela Merkel che per la prima volta si è detta ottimista sulla possibile soluzione. Ma l’incontro di pugilato diplomatico che si è svolto tra Rutte e Conte è stato anche il simbolo di un altro tema solo sfiorato dalla politica europea: la sopravvivenza stessa dell’Unione a guida franco-tedesca. Un problema reale, coperto dalla sfida in singolar tenzone tra Italia e Paesi Bassi, ma che in realtà è il palcoscenico su cui è recitato questo grande spettacolo che si è svolto a Bruxelles. Il nodo, quello vero, non è il Recovery Fund, ma cosa sia davvero importante per mantenere in vita un progetto su cui Francia e Germania hanno investito tutto.

Solo rispondendo a questa domanda si può capire perché nessuno ha saputo prendere di petto le pretese olandesi o accogliere le richieste italiane. Un silenzio assordante che affonda le sue radici in un terrore , quello di una nuova “exit”, che da tempo aleggia come un fantasma tra l’Eliseo e il Bundeskanzleramt e che si stava per manifestare proprio in quei Paesi Bassi che ora rappresentano la spina nel fianco dell’Europa.

Per capire questo silenzio gonfio di paura, bisogna tornare indietro nel tempo, quando Rutte vinse le elezioni mettendo all’angolo Geert Wilders, lo spauracchio nazionalista dell’Olanda. Dopo l’ondata “populista” rappresentata dalla Brexit e dall’elezione di Donald Trump, la capacità di Rutte di frenare l’ascesa di Wilders imponendo una maggioranza liberale fece tirare un sospiro di sollievo a mezza Europa. Le cancellerie del continente, in particolare di Berlino e Parigi, capirono che per qualche anno la vita di Bruxelles sarebbe tornata a essere leggermente meno complicata, soprattutto in vista del difficilissimo negoziato sulla Brexit. E anche se Rutte ha sempre detto di non voler essere troppo aderente al piano franco-tedesco, per Berlino e Parigi è sempre valsa un’idea: meglio lui di Wilders, a qualunque costo.

Il problema è che questo “qualunque costo” ora è rappresentato da un pantano politico che rischia di far collassare l’incantesimo pensato dallo stesso asse franco-tedesco. Rutte ha fatto innervosire la Merkel e Macron, che si trovano a dover gestire una trattativa che volevano chiudere il prima possibile. E vedono che l’Europa si sta spaccando sotto i loro occhi proprio quando questo Next Generation Eu doveva essere il fiore all’occhiello della gestione della crisi post-pandemia coordinata da Francia e Germania. Un pericolo reale per l’asse di Aquisgrana, che però si confronta con una minaccia ancora più grande per l’Ue, il rischio che Wilders carichi le sue armi e colpisca l’Olanda di Rutte a pochi mesi dalle elezioni. Tutti sanno che il premier dei Paesi Bassi sta facendo di tutto per togliere consenso a Wilders, che soffia sul fuoco dell’elettorato più euroscettico d’Olanda e a destra del partito del premier. Ma per fare in modo che non si avveri l’incubo, devono concedere una vittoria al falco olandese potendo farlo tornare in trionfo all’Aja con un risultato più che soddisfacente per il suo Paese.

Il rischio a questo punto passa tutto nelle mani dell’Italia, che in un immaginario ritorno di Rutte in patria rappresenterebbe il nemico in catene da trascinare sotto l’arco trionfale. E Conte, in questo senso, diventerebbe il trofeo di caccia del blocco dei frugali.

Un vero gioco d’azzardo per l’Europa franco-tedesca: sconfessare Rutte premiando il pure fedele Conte o accettare le richieste olandesi consegnando il premier italiano a un “plotone d’esecuzione” politico che rischierebbe di far cadere il governo filo-Ue nato sulle ceneri del governo giallo-verde? Un bivio inquietante. Ma il fatto che dai due leader Ue non si sia levata una vera condanna nei confronti di Rutte (non pubblicamente) mentre siano giunti chiari avvertimenti a Conte può essere un segnale abbastanza chiaro verso quale parte penderà la decisione franco-tedesca. E il motivo è che mentre Rutte è attualmente l’unico freno a una possibile svolta nazionalista olandese, Conte non è il vero “freno ‘d’emergenza” alle derive populiste italiane.

Vero è che Rutte non ha dato un grande sostengo all’Unione europea, anzi. Ma dall’altro lato Conte è un premier di una maggioranza debole che non gode più di quella estrema fiducia che gli aveva concesso la Merkel o anche la stessa gerarchia francese. Le riforme che non arrivano, il Mes cucito su misura dell’Italia giallorossa e non accettato, e quella politica ondivaga sul non garantiscono nulla a Berlino se non una fedeltà politica e ideologica al sogno Ue. Troppo poco per una Germania che vuole i fatti (i suoi fatti) e che per adesso vuole chiudere a tutti i costi un accordo che rappresenterebbe la vittoria della Merkel nella sua presidenza semestrale dell’Ue. E in ogni caso, Rutte che rivince contro Wilders, che fa sopravvivere l’Ue irregimentando anche le “cicale” italiane e che “aiuta” l’elettorato tedesco ad accettare il Recovery, in fondo è un male ben minore rispetto a un’Olanda in preda alle logiche euroscettiche. Conte ha promesso di fare i compiti a casa, ma evidentemente potrebbe non bastare per una Merkel che, come Crono, divora i suoi figli. E la bozza di Michel, che servirà a fare in modo di non distruggere l’immagine di Conte per evitare il collasso del fronte italiano, servirà soprattutto a fare felice Rutte. Che ha già vinto, in ogni caso, la guerra d’immagine come leader di una nuova Europa post-Brexit in cui L’Aja si erge come nuova Londra.