L’elezione di Kaja Kallas alla guida della diplomazia europea, avvenuta lo scorso dicembre, era stata accolta con grandi aspettative dagli amici della causa ucraina. Con i suoi 47 anni, l’ex premier estone, antirussa viscerale, rappresentava una generazione più giovane rispetto ad altre figure di spicco dell’Ue, come António Costa o Ursula von der Leyen. Diverse capitali non la volevano come segretaria generale della Nato, a causa del suo approccio troppo aggressivo che avrebbe portato a una escalation nelle relazioni con Mosca. Nonostante ciò diversi analisti, come il politologo italiano Vittorio Emanuele Parsi, credevano che l’Alto rappresentante dell’Ue avrebbe potuto fare del bene alla resistenza di Kyiv, e al tempo stesso gestire in modo efficace i rapporti con gli alleati.
Non sono passati neppure sei mesi e a Kallas non ne sta andando bene una: dei 40 miliardi di euro che aveva chiesto per l’Ucraina ne ottiene cinque, beccandosi un no oltre che dall’Italia meloniana anche dalla Francia di Emmanuel Macron. E poi c’è Washington che la ignora, una Cina sempre più alienata, l’impopolarità crescente in casa per il il marito scoperto a fare affari coi russi (anche dopo le sanzioni).
La Ue più spaccata di prima
Cosa resta dopo neppure un anno dell’attività della responsabile del Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS)? Una Ue più spaccata che mai e a disagio per il suo stile, giudicato troppo simile a quello di un primo ministro piuttosto che di una mediatrice. Durante un viaggio a Kyiv, ha dichiarato su X che “l’Unione Europea vuole che l’Ucraina vinca questa guerra”, una posizione ritenuta troppo esplicita da alcuni funzionari. Le tensioni si sono acuite dopo un tweet in cui Kallas affermava che “il mondo libero ha bisogno di un nuovo leader”, interpretato come una critica a Trump e fonte di irritazione per chi cerca di mantenere rapporti con Washington. I suoi sostenitori, soprattutto tra gli attivisti sui social, la ritengono la figura perfetta per un’Ue in tempo di guerra; i diplomatici lamentano lo svilimento del proprio lavoro.
Durante l’ultima riunione dei ministri degli Esteri dell’Ue, la proposta di ampliare il pacchetto di aiuti non ha raggiunto un accordo e ci si è ridotti a una piccola spesa per munizioni, troppo piccola per fare la differenza rispetto alla produzione russa e nordcoreana. Kallas aveva parlato di un ampio sostegno politico già in tasca, ma diversi Paesi, tra cui Francia, Italia, Spagna e Portogallo, si sono opposti all’aumento dell’impegno finanziario. Mentre il resto dell’Europa si divide sul piano di riarmo della Commissione, che in pochi giorni è stato ribattezzato Readyness 2030, evidentemente senza contezza dell’ironia di fondo.
L’irritazione della Casa Bianca
I Governi europei non credono alla visione di Kallas e non vogliono contribuire in misura maggiore rispetto a quanto già fatto, portando alla luce un divario grave tra la cultura politica dell’estone – portatrice di rancori ancestrali con la Russia e di un isterismo da Guerra fredda senza poterselo permettere – e quello di alcuni Stati fondatori dell’Ue, così come tra l’Europa mediterranea e quella nordica, che avvertono la minaccia russa in modo radicalmente diverso tra loro.
Anche il rapporto con gli Stati Uniti si è complicato. Kallas ha criticato apertamente la pressione esercitata da Washington per arrivare a una soluzione negoziata del conflitto in Ucraina, definendo l’approccio dell’amministrazione Trump un “accordo sporco”. Questa presa di posizione potrebbe aver influito sulla scelta del Segretario di Stato Usa, Marco Rubio, di annullare un incontro programmato con lei a fine febbraio, sostanzialmente sbattendole le porte in faccia. Nessun altro esponente dell’amministrazione statunitense ha poi accettato di riceverla, segnando un evidente degrado nei rapporti transatlantici.
Le difficoltà della diplomazia europea si sono riflesse anche nel recente dibattito sulla nomina di un inviato speciale per l’Ucraina, un ruolo che dovrebbe già rientrare nelle competenze di Kallas. La proposta, avanzata dal presidente del Consiglio europeo Costa, è stata letta da alcuni osservatori come un segnale di sfiducia nei confronti dell’attuale Alto rappresentante, considerata troppo un falco atlantista per essere negoziatrice di alcunché.
Le critiche tedesche
Le tensioni con Berlino rappresentano un ulteriore nodo. Nel suo primo viaggio ufficiale a Kyiv, Kallas ha dichiarato che “l’Unione Europea vuole che l’Ucraina vinca la guerra”, una posizione più netta rispetto alla linea ufficiale dell’Ue, che prevede il sostegno a Kyiv “finché sarà necessario” e il rifiuto di un’eventuale vittoria russa. Una dichiarazione che aveva fatto irritare l’ormai ex Cancelliere Olaf Scholz, che ha a lungo lavorato per mantenere un linguaggio più prudente nei documenti ufficiali del Consiglio europeo.
Infine, la questione dei beni russi congelati nell’Ue è un altro fronte di scontro. Kallas ha chiesto di accelerare le procedure per la loro confisca e utilizzo a favore dell’Ucraina, ma le principali economie dell’Eurozona si oppongono a questa ipotesi, temendo ripercussioni finanziarie (boicottaggio dell’Euro) e richieste di risarcimento analoghe dai Paesi del Sud del mondo alleati con Russia e Cina contro l’Europa. La stessa Banca Centrale Europea non sembra entusiasta di fronte a una simile misura, definita come un veleno per i nuovi investimenti.
A pochi mesi dall’insediamento di Kallas, una buona sintesi è arrivata dal pur moderato quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, che sostanzialmente la definisce come in enormi difficoltà nella costruzione del consenso, sia all’interno dell’Unione che nei rapporti con gli Stati Uniti. Una critica che, di fronte all’inettitudine di Kallas, ci dovrebbe riempire di speranza, ed essere il primo passo di un percorso che conduca alle dimissioni dell’estone.

