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La recente tre-giorni di Josep Borrell a Mosca avrebbe dovuto contribuire a rivitalizzare il dialogo tra Russia ed Unione europea, anche alla luce dell’opportunità offerta dal “momento Sputnik”, ma, lungi dal conseguire l’obiettivo, si è rivelata controproducente avendo innescato un circolo vizioso il cui apice è stato raggiunto nella giornata del 12 febbraio.

Sconcerto nell’Ue

Tra Ue e Russia è esploso il caso mediatico il 12 febbraio, quando alcune dichiarazioni del capo della diplomazia del Cremlino, Sergej Lavrov, sono state misinterpretate, in quanto incomprese ed estrapolate dal contesto generale, dando vita ad un quasi-incidente diplomatico.

Lavrov, secondo quanto si apprende, avrebbe dichiarato che “la Russia è pronta a tagliare i legami con l’Unione Europea”; parole gravi che hanno raggiunto con celerità il Vecchio Continente e che stanno esacerbando ulteriormente il clima tra le parti. I rappresentanti e i portavoce delle istituzioni europee e delle cancellerie dei 27, infatti, stanno replicando duramente al commento infelice di Lavrov.

Secondo Peter Stano, il portavoce di Borrell, “la Russia ha fatto capire molto chiaramente di non essere disponibile ad andare nella direzione [del dialogo], [e lo ha fatto] con diversi messaggi e non soltanto con un’intervista”. Più conciso, ma ugualmente tagliente, il ministro degli esteri tedesco, Heiko Maas, che ha parlato “di dichiarazioni veramente sconcertanti e incomprensibili”.

Che cos’ha detto realmente Lavrov?

Le dichiarazioni di Lavrov hanno provocato un polverone mediatico (e diplomatico) perché sono state misinterpretate e lette singolarmente, come se facenti parte di una proposizione unica, quando, in realtà, erano e sono da inquadrare nel contesto di appartenenza. Anzitutto, urge sottolineare che l’intervista al ministro degli esteri russi è avvenuta dopo che Bloomberg, l’11 febbraio, ha filtrato un’indiscrezione proveniente dai corridoi dell’Europarlamento: alcuni diplomatici europei avrebbero iniziato a discutere del proposito di introdurre (nuove) sanzioni contro la Russia in relazione al caso Navalny.

La voce di corridoio, commentata subitaneamente da Maria Zakharova, la portavoce del Ministero degli Esteri russo, è stata poi ripresa e approfondita nel corso dell’intervista della discordia. Lavrov, parlando sul canale Youtube “Soloviev Live” dell’attuale stato di salute delle relazioni tra Mosca e Bruxelles, ha dichiarato che “partiamo dal fatto che siamo pronti [ad una rottura] nel caso in cui vedessimo, siccome lo abbiamo già sentito più di una volta, imporre le sanzioni in certe aree che creerebbero dei rischi per la nostra economia, come quelle più sensibili”.

Il passaggio finale della risposta all’intervistatore è altrettanto utile a capire che cosa intendesse Lavrov: “Non vogliamo isolarci dalla vita mondiale, ma dobbiamo essere pronti anche a questo. Se vuoi la pace, preparati alla guerra”.

Non una rottura preventiva e immotivata, quindi, ma una ritorsione (potenziale) che il Cremlino potrebbe considerare se Bruxelles decidesse di inasprire ulteriormente il regime sanzionatorio antirusso, che, inizialmente sviluppato nell’ambito del fascicolo Ucraina (Donbass e Crimea), con lo scorrere del tempo è stato esteso per le ragioni più disparate: caso Skripal, attacchi cibernetici, RussiagateNord Stream 2, e, ora, forse, persino Navalny.

Il chiarimento di Peskov

Nella stessa giornata, replicando alle richieste di delucidazione della Tass, Lavrov ha ribadito quanto espresso in mattinata su Youtube: “Siamo pronti a tagliare i legami, ma [solo] se ciò accadesse su [previa] iniziativa dell’Ue. Da parte nostra, chiediamo vivamente all’Ue di stabilire una cooperazione equa e reciprocamente rispettosa”.

Dmitrij Peskov, il portavoce della presidenza, è intervenuto sulla questione per integrare – e convalidare – il pensiero del numero due del Cremlino, dichiarando che “certamente, se dovessimo affrontare politiche più distruttive, a danno delle nostre infrastrutture e dei nostri interessi, la Russia dovrebbe prepararsi in anticipo a queste mosse ostili”. Ad ogni modo, ha precisato Peskov, “noi non vogliamo questo [la rottura diplomatica] ma cerchiamo di sviluppare delle relazioni con l’Ue”.

Una bufera basata sul nulla?

L’intervento di Lavrov, ripreso nella sua interezza, e le delucidazioni di Peskov, utili a chiarire gli eventuali punti grigi, sono l’evidenza che la bufera mediatica è scaturita dalla misinterpretazione di un passaggio che, se adeguatamente letto e contestualizzato, perde ogni valenza di bellicosità irragionevole e restituisce al longevo diplomatico russo l’immagine che gli è più consona: non un demolitore, ma un costruttore di ponti.

Contestualizzate e spiegate le dichiarazioni di Lavrov, però, permane una questione piuttosto rilevante: estrapolate assumono un altro significato, ma, comunque, sono state dette – un “pensiero impensabile” dieci anni or sono. E sarebbe erroneo veicolare l’idea che a Mosca non stiano aumentando a livelli esponenziali il risentimento e, soprattutto, la stanchezza nei confronti di Bruxelles e Washington per via di un confronto sempre più acceso e che, da qualche tempo, si è trasferito (di nuovo) al proprio interno; oggi Navalny, ieri le Pussy Riot. Se un altro significato può essere attribuito al pensiero di Lavrov, è sicuramente questo: stanchezza.

Una regia occulta?

Come avevamo spiegato di recente sulle nostre colonne, il Cremlino non ha alcun interesse in una rottura definitiva, essendo impegnato, da oramai sette anni, in un’opera costante di de-escalation basata sull’asimmetria al ribasso, ovvero sull’implementazione di misure ritorsive pianificate in maniera tale da risultare limitate nelle conseguenze e ridotte nelle proporzioni.

Il fondamento dell’asimmetria al ribasso è una logica sagace e assennata che vede nella moderazione l’unica risposta possibile al nuovo maccartismo imperante nelle cancellerie occidentali – pena un’escalation perniciosa in quanto difficile da controllare –; perciò si può legittimamente affermare che non sarà la Russia l’iniziatrice di un’eventuale rottura. Tutto indica, ad ogni modo, che la tattica non sta funzionando: i rapporti con il blocco euroamericano sono ai minimi storici dal dopo-guerra fredda e le rappresaglie asimmetriche stanno venendo interpretate come una manifestazione di debolezza da qui le crescenti ingerenze occidentali negli affari interni russi.

Ultimo ma non meno importante, non è da escludere che l’aggravamento repentino delle relazioni tra Mosca e Bruxelles, iniziato curiosamente alla vigilia della missione di Borrell, sia il frutto di una longa manus operante per conto di Washington, che, proprio in questi giorni, appare stranamente distante. La domanda che il lettore dovrebbe porsi è “a che pro?”; a quel punto avrebbe davanti a sé una duplice risposta: l’allontanamento dello spettro della normalizzazione tra i poli e l’impedimento, o comunque la limitazione significativa, dell’ingresso dello Sputnik V nel mercato europeo.

Se così fosse, la campagna di linciaggio politico contro Borrell e il moto disinformativo che ha bersagliato Lavrov assumerebbero immediatamente senso: non due espressioni di isteria russofoba, ma immagini di un disegno intelligente da inquadrare nel più ampio contesto della guerra fredda tra Ovest ed Est; guerra in cui – promemoria tassativo – l’Ue non è attore ma spettatore.

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