La geopolitica della corsa allo spazio
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Il conflitto che sta imperversando ormai da più di una settimana in Ucraina non è frutto della follia del Cremlino, né deve essere considerato un “fulmine a ciel sereno”: i presupposti sono stati chiari sia nel breve sia nel lungo periodo e hanno radici storiche, diplomatiche e perfino culturali che vanno tenute in considerazione in ogni analisi.

Cerchiamo quindi di dare un contesto storico che possa aiutare a chiarire le motivazioni che hanno portato, non solo alla guerra, ma all’allontanamento della Russia dall’Occidente, e in particolar modo dall’Europa.

Il punto di vista occidentale

Occorre chiarire qualche passaggio storico afferente, in parte, al diritto internazionale. L’espansione a est della Nato non è stata improvvisa, né immotivata. Andiamo per gradi.

Tra il 1994 ed il 1997 vengono aperti, dall’Alleanza, dei forum per la cooperazione internazionale tra la Nato ed i Paesi confinanti come la Partnership for Peace (Pfp), il Mediterranean Dialogue e l’Euro-Atlantic Partnership Council. Nel 1998 viene stabilito il Nato-Russia Permanent joint Council che avrebbe dovuto portare all’ingresso di Mosca nell’Alleanza Atlantica, e a giugno del 1994 Mosca firma l’accordo quadro della Partnership for Peace, ovvero il primo vero passo per la sua adesione all’Alleanza. Parallelamente, negli stessi anni, negli Stati Uniti si assiste a un forte dibattito interno sull’opportunità dell’espansione a est dell’Alleanza: l’amministrazione democratica di Bill Clinton, spinta da diverse lobby, tra cui quella degli immigrati polacchi, decise di procedere in questo senso pensando anche che l’allargamento avrebbe contribuito all’estensione della democrazia in Europa, a causa dei requisiti minimi che devono rispettare i Paesi per poter diventare membri (anche se nella storia passata dell’Alleanza non è stato sempre così, ma vigevano altre regole dettate dalla Guerra Fredda). Questi sono il sostegno della democrazia, inclusa la tolleranza per la diversità, il progredire verso un’economia di mercato, l’avere le loro forze militari sotto il fermo controllo civile, avere dei rapporti di “buon vicinato” e rispettate la sovranità delle altre nazioni, infine un punto più squisitamente tecnico che afferma l’impegno a lavorare per l’interoperabilità con le forze Nato.

La guerra in Serbia nel 1999, decisa unilateralmente dall’Alleanza senza mandato Onu, provoca la prima vera rottura con Mosca: Eugeny Primakov, allora Primo Ministro della Federazione Russa, la notte dell’attacco stava volando a Washington per dei colloqui e quando ne venne a conoscenza ordinò di tornare indietro. La rottura però si ricompose, del resto i rapporti tra Russia e Occidente (Nato/Usa) sono sempre stati caratterizzati da un andamento altalenante almeno sino al 2014: Mosca, ad esempio, continua a far parte della Pfp nonostante la “rottura” per il conflitto nei Balcani.

Sempre nel 1999 la Nato comincia la sua prima grande espansione a est con l’ingresso di Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca. Nonostante questo nel 2001 la Russia appoggia le operazioni della coalizione Usa in Afghanistan, dando libertà di transito ai voli militari (poi bloccati nel 2015 a seguito delle sanzioni post Crimea) e avallando l’utilizzo di basi nelle repubbliche dell’Asia Centrale ex sovietica (come Bishkek in Kirghizistan, Dushanbe in Tagikistan e Termez in Uzbekistan) durato sino al 2014 circa, che possiamo considerare come l’anno della grande svolta nei rapporti.

Nel 2004 Bulgaria, Paesi Baltici, Romania, Slovacchia e Slovenia entrano nella Nato causando la prima vera crisi tra Stati Uniti e Russia che porterà all’uscita di questa dal Trattato CFE (Forze Convenzionali in Europa) avvenuta nel 2007 a causa del conseguente mutato bilancio tra le forze convenzionali (dall’Atlantico agli Urali) divise tra Nato e Russia per via dell’ingresso di nuovi Paesi facenti parte dell’ex blocco sovietico nell’Alleanza.

Va chiarito un punto fondamentale: nessun Paese dell’Europa Orientale è stato costretto con la pistola alla tempia da Washington a entrare nella Nato. Si è sempre trattato di libere scelte, dettate sia da “sentimenti” russofobi che appaiono fondati dal punto di vista degli stessi essendo causati da motivazioni storiche (i Baltici, e la Polonia soprattutto, hanno visto sparire la loro identità sotto il tallone sovietico), sia per effettive considerazioni di sicurezza, in quanto la Nato offriva un “servizio” di difesa che avrebbe sopperito alle carenze nelle forze armate sostanzialmente ferme, dal punto di vista dei mezzi, alla Guerra Fredda.

L’intervento russo in Georgia, nel 2008, non ha fatto altro che confermare questi timori, e quello in Ucraina – probabilmente pensato già all’indomani di quel breve conflitto – li ha esacerbati coi risultati che stiamo vivendo. Spesso, poi, si dimentica (non si sa quanto volutamente o meno) di riportare come l’annessione da parte di Mosca della Crimea avvenuta a marzo del 2014 sia stata una violazione del trattato di frontiera concluso tra Russia e Ucraina nel 2003, ossia dell’accordo di amicizia e cooperazione in cui veniva riconosciuta l’intangibilità delle frontiere inter sé e la sovranità ucraina sulla Crimea.


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Il punto di vista russo

Nello studio della geopolitica, quando si affronta quella della Russia, spesso ci si chiede se non sia stata una “occasione persa”. Come abbiamo appena visto c’è stato un tempo, a cavallo tra gli anni ’90 e i primi anni 2000, in cui Mosca guardava con favore alla possibilità di entrare nell’Alleanza Atlantica e di legare maggiormente il suo destino a quello europeo: i russi si sentono profondamente europei culturalmente parlando, anche se questo processo è stato in qualche modo indotto (o forzato) dallo Zar Pietro il Grande, ma basterebbe guardare alla letteratura, all’arte e all’architettura per capire come la Russia abbia più di un legame col resto del continente europeo, che, di fatto, è un’appendice occidentale dell’Asia.

Sebbene si possa affermare con ragionevole certezza che l’avvicinamento alla Nato degli anni ’90 sia stato frutto della debolezza della Federazione, appena uscita sconfitta dalla Guerra Fredda, resta comunque il principio che Mosca ha sempre cercato di connettersi con l’Europa, appunto per motivazioni culturali e per interessi strategici.

In quegli anni, però, sono stati fatti errori da entrambe le parti, frutto di fraintendimenti ma anche dettati da opportunismo politico e mercantile: la Russia era “fragile” ma era una fragilità del tutto contingente stante le sue risorse, e non essendole stato riconosciuto il giusto peso, è stata trattata come minor player dagli Stati Uniti, che hanno cercato di diventare gli unici attori di un mondo che, di fatto, era unipolare, e dall’Europa, che ha approfittato di questa debolezza per cercare di depredarla – insieme agli Usa – delle sue ricchezze con la complicità degli oligarchi. Non è infatti un caso che quando Vladimir Putin arrivò al Cremlino, cominciò un durissimo contrasto alle oligarchie russe, ree di aver “svenduto” il Paese e accusate di corruzione.

La prima vera rottura con l’Occidente, come già detto, non ha comunque allontanato la Russia dall’Occidente, ma nei primi anni del 2000, quando Mosca sosteneva la Coalizione Usa in Afghanistan, Washington decise unilateralmente di uscire dal Trattato ABM (Anti Ballistic Missile) che sino ad allora garantiva l’efficacia delle forze missilistiche strategiche russe viste come l’unico efficace strumento di deterrenza (ancora oggi a onor del vero) dato il disastroso stato in cui versavano quelle convenzionali. Mosca ha letto questa decisione come il primo vero attacco alla propria sicurezza, ma ancora non decise di troncare i rapporti con gli Usa, cosa che non fece nemmeno quando, come già detto, la Nato incluse altri Paesi dell’est europeo nella sua seconda grande espansione nel 2004.

Comincia però a serpeggiare un sentimento di accerchiamento, ma soprattutto l’Unione Europea viene sempre più vista come un’entità priva di effettiva capacità negoziale che affida la propria difesa alla Nato. Questo spiega, oggi, perché il Cremlino, nei mesi precedenti la guerra in Ucraina, abbia scelto di trattare con gli Stati Uniti e la Nato, e solo unilateralmente con alcuni Paesi Ue (Francia e Germania).

Il conflitto in Georgia deve pertanto essere letto come il primo vero avviso che Mosca ha dato alla Nato e all’Occidente di non interferire in quello che si definisce “near abroad” (estero vicino): non una vera e propria sfera di influenza di stampo sovietico, ma uno spazio in cui una potenza globale – come di fatto era al tempo ed è tutt’ora la Russia – agisce per la propria sicurezza economica, politica e militare. In questo senso bisogna considerare il ruolo, per nulla secondario, dei conflitti e delle insurrezioni di stampo islamico: Mosca temeva un effetto domino che dalle regioni del Caucaso, o dalle repubbliche dell’Asia Centrale, potesse portare a sovvertimenti interni (c’era stata pur sempre Beslan e l’attacco al teatro di Mosca), anche in considerazione dell’appoggio di cui godevano gli estremisti islamici proveniente da Paesi considerati, in qualche modo, nell’orbita statunitense.

Il 2014, coi suoi prodromi delle rivoluzioni colorate (2003), è l’anno della svolta: Mosca rompe gli indugi e annette la Crimea dopo una magistrale operazione di Hybrid Warfare quando ritiene che Kiev possa seriamente entrare nella Nato e nell’Ue, quest’ultima vista con altrettanta preoccupazione per la sua espansione a est.

Un’occasione persa

Ora, col conflitto in atto, si può dire con certezza che quella “occasione” è sicuramente persa: l’Europa, per errori di valutazione e fraintendimenti, ha “perso” la Russia consegnandola mani e piedi legati alla Cina. Questo idillio tra due “quasi amici” non durerà, e forse questo allontanamento russo dall’Europa non sarà per sempre, ma probabilmente per i prossimi 15/20 anni (o forse più) una nuova Cortina di Ferro, dal Mare di Barents (attenzione ai Paesi Scandinavi) sino al Mar Nero, calerà tra Russia e Occidente, perché questa guerra rivoluzionerà gli assetti globali e nulla sarà più come prima: dalle relazioni diplomatiche a quelle commerciali.

In 30 anni sono stati fatti tanti errori, da ambo le parti, frutto anche dei differenti equilibri di potere che si sono succeduti: del resto “pacta sunt servanda“, benché principio base del diritto, viene quasi sempre applicato in base all’effettivo peso di una parte o dell’altra, soprattutto se si tratta di accordi informali, o gentlemen’s agreement.

Sicuramente noi europei, invece di trattare la Russia come un minor player, avremmo dovuto, con un po’ più di lungimiranza, proporre una serie di garanzie economiche, commerciali e politiche alla Russia, come, magari, una fascia di rispetto nell’est europeo in cui non si sarebbero piazzate basi militari, e soprattutto stabilire un tipo di meccanismo economico 50-50 che permettesse una mutua prosperità (invece di farne terra di preda), in cambio della loro rinuncia scritta al ripristino della “sfera di influenza”. Da parte russa, avrebbe dovuto esserci una minore assertività (nel tempo diventata vera e propria aggressività), evitando di usare la forza in Georgia, ad esempio, ma cercando maggiori legami di tipo economico e commerciale coi Paesi del suo near abroad e riconoscendone il diritto alla “democrazia”. Ora, forse, è tardi, ma la diplomazia è l’arte del possibile, e siamo convinti che a Mosca, nel lungo periodo, si accorgeranno del pericolo insito nei legami a doppio filo stabiliti con Pechino.

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