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Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha impresso una formidabile accelerazione a molti campi della politica internazionale. Uno di questi è la guerra in Ucraina, cominciata su larga scala il 24 febbraio del 2022 ma in realtà in corso già dal 2014. In questo settore, ciò che più colpisce è la crescente divaricazione tra le posizioni Usa e quelle della Ue, dopo anni in cui l’identità di vedute è stata in pratica totale, con l’obiettivo teorico di accompagnare l’Ucraina verso la vittoria e quello reale di logorare il più possibile l’apparato militare russo armando gli ucraini e la struttura economica russa con l’impatto crescente delle sanzioni.

A Trump sono bastati pochi giorni per mandare tutto a carte quarantotto. Ancor prima di rientrare a Washington da vincitore ha fatto chiaramente capire di voler metter fine alla guerra in Ucraina, chiedendo “rinunce” sia alla Russia sia all’Ucraina stessa. A mille anni luce, insomma, dal mantra europeo, ripetuto mille volte a ogni livello: sconfiggere la Russia per ottenere una “pace giusta” (peraltro mai davvero delineata o descritta) e per garantire la sicurezza futura del continente.

Zelensky spiazzato

Quanto sia ampia, ormai, la distanza tra le due sponde dell’Oceano è testimoniato dagli avvenimenti più recenti. Negli ultimi tempi, quando già Trump premeva sull’esigenza di un negoziato, hanno inviato aiuti militari all’ucraina Paesi Ue come Germania (missili, droni, munizioni per l’artiglieria, veicoli blindati), Grecia (addestramento di tecnici e piloti all’uso dei caccia F-16), Francia (caccia Mirage e cannoni semoventi Caesar) e Danimarca. E la Gran Bretagna, dopo aver firmato con l’Ucraina un accordo di cooperazione per la sicurezza della durata di un secolo, ha stanziato altri 2,5 miliardi di aiuti militari per Kiev. Nel frattempo, a Washington, venivano bloccati per 90 giorni gli aiuti esteri e su USAID, l’agenzia governativa per l’aiuto allo sviluppo e per l’aiuto agli oppositori dei regimi sgraditi agli Usa (si veda l’articolo di Roberto Vivaldelli in queste pagine), si abbatteva la mannaia del duo Trump-Musk, con immediate conseguenze per una serie di organizzazioni sostenute in Ucraina.

Non solo. Trump prima diceva a mezza bocca di aver avuto contatti con il Cremlino e poi annunciava apertamente di averne avuti. Nello stesso tempo, il suo inviato speciale per la crisi ucraina, l’ex generale Keith Kellogg, diceva che in caso di cessate il fuoco Volodymyr Zelensky dovrebbe convocare elezioni presidenziali e parlamentari, quelle che da due anni sono state sospese a causa della legge marziale. Il Presidente ucraino, già alle prese con l’avanzata russa nel Donbass (le truppe di Mosca sono ormai a pochissimi chilometri dal confine occidentale della regione di Donetsk) e con l’inesorabile logoramento delle truppe dispiegate nella regione russa di Kursk (ormai riconquistata dai russi al 70% rispetto a quanto gli ucraini occuparono il 6 agosto del 2024), è rimasto spiazzato. Andare a elezioni in tempi brevi sarebbe, per lui, una condanna quasi certa, vista la sconfitta sul campo e gli umori del popolo ucraino che nell’autunno scorso, stando all’ultima ricerca Gallup, al 52% già chiedevano una chiusura rapida del conflitto, anche dovendo cedere ai russi parte del territorio. Insomma, l’uscita di Kellog dà l’idea che alla Casa Bianca ormai considerino Zelensky più che altro uno scomodo impiccio.

E poco ha contribuito a rasserenarlo la notizia che Trump stia già parlando con il Cremlino. Ha risposto piccato che “trattare senza l’Ucraina sarebbe molto pericoloso” ed è tornato a chiedere che alle trattative partecipi anche la Ue. Richiesta a cui Trump ha fatto semplicemente orecchie da mercante. Vladimir Putin, perfido, ha detto, nell’ordine: che se nel 2020 non avessero rubato la vittoria elettorale a Trump la guerra in Ucraina non ci sarebbe stata; che ben presto Trump rimetterà ordine in Europa e i leader europei scodinzoleranno ai suoi piedi; e ha incassato il parziale riconoscimento della sua tesi (infondata alla luce della Costituzione ucraina e propagandistica) che Zelensky non ha legittimità per firmare un trattato di pace. Da qui l’idea trumpiana di un cessate il fuoco eseguito da elezioni in Ucraina.

Il cerino in mano agli europei

Di fronte a tutto questo movimento, i leader europei (con la Von Der Leyen in congedo malattia) sembrano marmorizzati in una tesi (guerra a oltranza fino alla sconfitta della Russia) che all’inizio li trovava in parte scettici (Germania e Francia cercarono fino all’ultimo di trattare), che oggi non ha più alcuna rispondenza coi fatti e che ha da tempo come oppositori il premier ungherese Orban e quello slovacco Fico, che i duri e puri del fronte bellicista (Polonia, Baltici, Paesi del Nord Europea) vedono come il fumo negli occhi, quando non come veri traditori della causa. È passato solo qualche mese da quando il ministro degli Esteri della Lituania Gabrielius Landsbergis diceva: “Un accordo di pace tra Ucraina e Russia allo stato attuale equivale a un tradimento dell’Europa nei confronti di Kyjiv, la vera soluzione sarebbe costringere Mosca a chiedere dei negoziati perché incapace di portare avanti la guerra”. E già queste parole sembrano pronunciate da un marziano, non da un politico che ha seguito l’evoluzione del conflitto.

Oggi, quindi, gli europei sono rimasti con il cerino in mano. Che cosa dovrebbero o potrebbero fare se domani Trump trovasse il modo di negoziare un cessate il fuoco con Putin? Lo rifiuterebbero? Direbbero agli ucraini di continuare a combattere come già fecero nel 2022 in occasione delle trattative poi abortite, con i bei risultati che abbiamo sotto gli occhi? E non molto diversa è la situazione degli ucraini. Invasi da una potenza straniera a dispetto di accordi internazionali che parevano inviolabili, devastati nella struttura economica e in quella sociale, soggetti da tre anni a sacrifici e lutti enormi, davvero potrebbero rifiutare la prospettiva di una cessazione delle ostilità, al rischio tra l’altro di perdere il fondamentale sostegno Usa? Zelensky avrebbe il coraggio e la forza politica di chiedere questo ai suoi connazionali?

Alla fin fine, per quanto riguarda noi europei, ha purtroppo ragione Putin. Avendo rinunciato a ogni forma di dialettica strategica nei confronti degli Usa, e anzi gongolando per l’ormai perfetta sovrapposizione tra i confini Ue e quelli Nato, che ovviamente si è tradotta in una nuova forma du subordinazione politica (si veda su questo l’articolo di Giuseppe Gagliano), ci siamo bruciati i ponti alle spalle. Scondinzoleremo, eccome se lo faremo.

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