L’Ucraina, e non certo per causa sua, ha poche certezze. Una è il metodo di Volodymyr Zelensky per gestire il potere e mantenersi al centro di tutti i giochi, costi quel che costi. Adesso tutti commentano l’ultimo giro di giostra al governo: via dopo solo un anno la prima ministra Julija Svyrydenko, ottima tecnocrate (come ministra dello Sviluppo economico e del commercio trattò la questione delle terre rare con il ministro Usa del Tesoro, Scott Bessent, che la colmò di complimenti) ma figura politicamente inesistente; al suo posto Serhiy Koretskyi, 48 anni, un manager con una lunga carriera nelle aziende statali dell’energia (l’ultima Naftogaz, prima Ukrnafta e Ukrtatnafta); e per chiudere con il botto via il ministro della Difesa Mychajlo Fedorov, l’enfant prodige della politica ucraina, a 35 anni già due volte ministro e vice-premier. Con risvolti collaterali non proprio leggeri: il ministro degli Interni Ihor Klymenko che rifiuta di passare alla Difesa (non sono mica scemo, deve aver pensato) e Fedorov che non si rassegna a uscire di scena in silenzio e lancia messaggi alle migliaia di ucraini che sono scesi in piazza per protestare contro la sua rimozione.
Come dicevamo, è il metodo Zelensky. Quelli che adesso fanno gli occhioni stupiti dimenticano che nel 2019, appena eletto presidente, Zelensky nominò un governo di giovani tecnocrati guidato da da Oleksij Hončaruk, 35 anni, il più giovane premier nella storia del Paese, per licenziali tutti pochi mesi dopo, mettendo al posto di Hončaruk Denis Šmyhal, anche lui un manager del settore energetico, rimasto poi in carica fino al 2025. Dimenticano che, prima dell’invasione russa, Zelensky cambiò quattro ministri della Difesa e cinque ministri della Sanità (c’era il Covid), che di ministri della Difesa ne ha cambiati quattro in questi ultimi quattro anni (c’è la guerra), che i siluramenti illustri non si contano: da quello di Dmytro Razumkov, capo della sua campagna elettorale del 2019, poi presidente del Parlamento e infine spregevole paria, ai capi dell’SBU (servizio di sicurezza) Ivan Bakanov (suo amico d’infanzia, nominato a sorpresa dopo l’elezione) e Vasil Maljuk, fino al generale Valerij Zalužnyj, comandante in capo delle forze armate ucraine, nel 2024 dimissionato e mandato a svernare come finto ambasciatore a Londra.
La lista potrebbe essere molto più lunga e passare per procuratori generali, giudici della Corte costituzionale e pezzi grossi assortiti. Ma ci siamo capiti. Mentre invece bisogna intendersi un po’ meglio su quest’ultima serie di cambi al vertice, che peraltro arriva poco dopo il repulisti realizzato dalle agenzie anti-corruzione che hanno spazzato via, con l’Operazione Midas, il folto gruppo di corrotti che estorcevano denaro agli appaltatori dell’agenzia statale Energoatom e che comprendevano amici cari di Zelensky, due ministri in carica, un ex vice-premier, diversi alti burocrati e soprattutto quell’Andrij Jermak che era il braccio destro (capo dell’amministrazione presidenziale) di Zelensky e l’uomo dei contatti con Washington, tanto da essere da molti considerato il “presidente ombra” dell’Ucraina.
Questi ultimi cambi, si diceva, hanno una logica. Che non sta certo in una presunta paura di Zelensky di perdere il potere. Oggi Zelensky è intoccabile: per gli ucraini, che lo considerano l’unico possibile leader della resistenza (finita quella, probabilmente lo spareranno sulla Luna); e per i Paesi che appoggiano l’Ucraina in chiave anti-russa. L’Unione Europea, poi, gli mangia in mano: un prestito di 90 miliardi euro pronta cassa, progetti comuni per costruire missili, la riduzione del diritto alla protezione per i rifugiati ucraini, bene accolti da noi se dicono di scappare davanti ai russi ma respinti e consegnati ai distretti militari se dicono che nn vogliono andare in guerra. I dieci punti sulla lotta alla corruzione, concordati nel gennaio 2025 con Marta Los, commissario Ue all’Allargamento? Di fatto dimenticati.
Il punto non sta qui. Sta, invece, nella situazione militare, che da noi viene raccontata come se fosse una telenovela di quarant’anni fa, tipo La schiava Isaura con il buono-buono, il cattivo-cattivissimo e la fanciulla innocente in mezzo. Ora è di moda dire che il giovane Fedorov ha rovesciato le sorti della guerra con la strategia dei droni e dei missili. È evidente che la nuova postura ucraina ha colpito duro sulle infrastrutture della Russia, che oggi raffina il 20% della benzina e il 40% del diesel in meno di prima. Ma Fedorov ha studiato management, non è uno stratega militare. La sua vera dote strategica sono i contatti con le aziende tecnologiche americane, a cominciare da Star Link di Elon Musk per finire con Palantir di Peter Thiel, che nell’offensiva dei droni sono decisive perché forniscono l’intelligence, la localizzazione dei bersagli, le rotte per i voli, la disposizione delle difese antiaeree russe, insomma tutto ciò che porta un missile o un drone sul bersaglio. Il resto è quasi solo meccanica.
Se Zelensky, a un certo punto della rissa tra Fedorov e il generale Aleksandr Syrsky, comandante delle forze armate ucraine dal siluramento di Zalushny, ha scelto Syrsky, militare cresciuto alla vecchia scuola sovietica, la ragione sta nel Donbass. Perché lì, a dispetto di quel che si legge da noi, i russi continuano ad avanzare e Zelensky ha bisogno che Syrsky continui a resistere, anche a costo di sacrificare molti uomini (vedi provvedimento sui rifugiati della Ue): a che ti serve far salire il prezzo della benzina in Russia se poi perdi la regione di Donetsk? E questa non è l’unica ragione se, dovendo proprio scegliere, Zelensky ha scelto il vecchio generale e non il giovane tecnocrate. Anche perché proprio questo gli chiede l’Europa: rallentare il più possibile i russi mentre Germania, Francia, Polonia e compagnia provvedono a rifornire i loro arsenali.
Seconda ragione: Syrsky è il perfetto rappresentante del mondo che gravita intorno al ministero della Difesa e che è fatto non solo dell’eroismo al fronte ma anche di ruberie, complicità, privilegi, cricche e camarille. Perché, altrimenti, diversi ministri della Difesa (per non parlare di grappoli di vice-ministri) si sarebbero avvicendati, sempre inseguiti dallo sgradevole profumo dello scandalo? È un mondo opaco su cui si sono riversati quasi di colpo centinaia di miliardi di aiuti finanziari e militari, una manna dal cielo che ha ovviamente scatenato fin troppi appetiti. Gli stessi americani, nel tempo, hanno inviato diverse missioni di controllo, dovendo alla fine concludere che non poche armi né pochi soldi erano spariti verso tasche sconosciute. Ma è anche il mondo che deve garantire la resistenza dell’Ucraina e con cui Zelensky non può permettersi di entrare in urto.
Questo per Fedorov. Ma una ragione analoga, ovvero la situazione militare, ha regolato anche l’elevazione del manager dell’energia Koretskyj al rango di primo ministro. Della difficoltà della Russia abbiamo detto. Ma qualche settimana fa Vladimir Putin ha detto che la risposta della Russia ai colpi ucraini “sarà speculare”. E infatti i russi hanno cominciato a colpire, oltre a tutto ciò che già colpivano prima, le infrastrutture portuali e le navi mercantili ucraine (e guarda un po’, il prezzo del grano è su livelli record perché le forniture russe e ucraine scarseggiano) e soprattutto stanno radendo al suolo decine e decine di stazioni di servizio in tutta l’Ucraina, per rendere almeno in parte la pariglia rispetto alle incursioni contro le loro raffinerie. Se a questo aggiungiamo gli ormai tradizionali bombardamenti sulle centrali elettriche, capiamo subito che o la Russia va al tappeto entro l’estate (ipotesi suggestiva ma non molto credibile) o per l’Ucraina quello 2026-2027 sarà un altro inverno di buio e freddo. E Korestskyj, che come top manager di Naftogaz ha gestito l’inverno scorso), può essere l’uomo giusto al posto giusto.
Ma le riflessioni su Fedorov e Korestkyj, se corrette, ci fanno capire un’altra cosa. Zelensky è troppo informato e intelligente per credere alla propaganda dei suoi spin doctor. Sa che le cose non vanno così bene come riesce a far scrivere ai media occidentali. che è durissima. E si premunisce.
P.S.: ultimo scambio tra Russia e Ucraina di corpi dei soldati caduti, il 16 luglio. All’Ucraina sono stati restituiti 501 corpi, alla Russia 31.