Un esempio di «diplomazia back-channel» che avrebbe potuto porre fine alla guerra in Ucraina. È il cuore dell’inchiesta di Max Seddon, capo dell’ufficio di Mosca del Financial Times, che ricostruisce una storia rimasta rimasta sin qui inedita e sconosciuta al grande pubblico: quella di un canale informale con il Cremlino che, secondo i suoi protagonisti, avrebbe potuto portare a una pace a condizioni molto più favorevoli per Kiev di quelle che oggi sono sul tavolo.
Il racconto di Seddon parte da una telefonata, intercorsa nella notte del 3 marzo 2022: a riceverla è Richard Conn, avvocato di Weston, nel Connecticut. Dall’altro capo della linea criptata c’è un uomo d’affari russo con entrature al Cremlino, agitatissimo, che gli dice senza giri di parole che Mosca si sente minacciata.
Gli uomini del canale segreto Mosca-Washington
Conn, ex socio di un grande studio legale internazionale e profondo conoscitore del mondo russo, aveva proposto già nel 2021 a Eric Green, il responsabile del dossier russo al Consiglio di sicurezza nazionale americano, di coinvolgere ex espatriati statunitensi con buoni contatti a Mosca al fine di esplorare ed esaminare possibili soluzioni che la diplomazia ufficiale non avrebbe mai considerato. Una più funzionale back-channel diplomacy che avrebbe potuto portare a dei risultati concreti. Con i russi – vedi crisi dei missili di Cuba – ha già funzionato in passato. Nel settembre 2022 quest’idea trova un alleato in Bob Foresman, banchiere d’investimento ossessionato dal timore di una guerra nucleare. Foresman conosce l’uomo giusto: Matthias Warnig, ex ufficiale della Stasi, già al vertice di Nord Stream e tra i pochissimi occidentali ad avere accesso diretto a Vladimir Putin, che chiama «il mio amico».
Il 4 ottobre 2022, all’hotel dell’aeroporto di Zurigo, i tre si incontrano. Warnig descrive un Putin isolato dopo il Covid e preoccupato per la piega della guerra. In quei giorni gli Stati Uniti stanno ragionando seriamente sul rischio di un’escalation atomica, e Joe Biden parla apertamente di «Armageddon». Tra Putin e Biden scende il gelo e i contatti sono praticamente inesistenti. E quando due grandi potenze non si parlano, la situazione rischia di precipitare.
Il messaggio della Casa Bianca
Dopo l’incontro di Zurigo, secondo il racconto del Financial Times, è lo stesso Green a chiamare Conn su Signal con alcuni messaggi della Casa Bianca da far arrivare a Putin tramite Warnig: nessun cambio di regime, nessuna volontà di distruggere la Russia, nessuna minaccia esistenziale. Conn li memorizza e li consegna a Warnig in un golf club della Foresta Nera.
Il 26 ottobre, a Francoforte, Warnig riferisce la risposta del presidente russo: Putin dice di non avere altra scelta che proseguire le operazioni militari, ma si dice aperto a negoziare, indicando le trattative di Istanbul come base di partenza e chiedendo un contatto di alto livello tra Jake Sullivan e Yuri Ushakov. Alla domanda di Conn sul rischio nucleare, Warnig risponde che la minaccia è rientrata. Almeno per il momento. Tant’è vero che, il giorno seguente, Putin dichiara pubblicamente che usare l’arma atomica non avrebbe alcun senso politico né militare per la Russia.
Il piano che c’era (e poteva funzionare)
Il team che vuole portare avanti l’operazione diplomatica si allarga con l’ucraino Alexander Rodnyansky, produttore cinematografico che aveva contribuito a organizzare i colloqui di Istanbul. Nel gennaio 2023, a Gran Canaria, si abbozza una proposta: la Russia si sarebbe ritirata da gran parte dei territori annessi nell’autunno 2022, la linea di confine sarebbe tornata a quella precedente all’invasione, con Crimea e un «ponte di terra» riconosciuti a Mosca, mentre l’Ucraina avrebbe ottenuto protezione dai Paesi Nato e Mosca avrebbe aperto, nel frattempo, un negoziato separato sulle garanzie di sicurezza con Washington. Warnig porta il documento a Putin, che lo esamina riga per riga. Il presidente russo, riferisce Warnig, accetta la linea del fronte e ribadisce il no all’ingresso di Kiev nella Nato, ma si dice disponibile sull’adesione all’Ue e su un assetto di sicurezza simile a quello discusso a Istanbul.
A Kiev, però, il clima è opposto. Dopo alcuni successi sul campo, Volodymyr Zelensky e Andriy Yermak – forse consigliati male dagli inglesi, in particolare – non vollero concedere nulla sui confini, convinti di poter ottenere molto senza cedere territorio. Rodnyansky, che riteneva necessaria una pressione americana su Kiev, racconta di averli visti ragionare come se l’esercito russo potesse dissolversi da un momento all’altro. Il canale back-door si spegne definitivamente nel febbraio 2023: Putin riferisce che Sullivan avrebbe detto a Ushakov che Washington non aveva autorizzato l’iniziativa.
Le “verità indiscusse” che vacillano
L’inchiesta di Max Seddon è importante e significativa per diversi motivi. Come sottolinea il politologo ucraino Volodymyr Ishchenko espone come fallaci alcune «verità indiscusse» che hanno dominato la discussione sulla guerra in Ucraina.
Ad esempio, nota l’esperto, «l’idea che Putin abbia bluffato sulle minacce di attacchi nucleari. Oppure che tutte le negoziazioni e le proposte di compromesso siano state una farsa, perché Putin non avrebbe mai accettato nulla se non la capitolazione dell’Ucraina. Oppure “l’imperialismo russo” come spiegazione primaria della guerra. In una posizione più debole dopo le dolorose battute d’arresto dell’autunno 2022, Putin tracciò le sue linee rosse, che sono, sorpresa sorpresa, la neutralità dell’Ucraina e la Crimea».
Nel 2025, sottolinea, «al culmine dei progressi accelerati della Russia, si accontentò dei “termini di Anchorage”, che sono sostanzialmente le richieste di Istanbul più territorio, usato come punizione e come mezzo per spingere alla loro accettazione. Sono ancora lontanissimi da qualsiasi cosa si possa definire capitolazione dell’Ucraina, eliminazione della sua identità separata, distruzione dello Stato ucraino indipendente, e così via. La terza – conclude – è che l’«imperialismo russo» sia la chiave principale per spiegare il conflitto. Se le richieste di Mosca ruotano attorno a neutralità e confini, e non alla cancellazione dell’Ucraina, la spiegazione monocausale perde forza».
Il quadro, però, è cambiato, e non a favore di Kiev. Nel 2023 sul tavolo c’era un piano che prevedeva il ritorno alla linea di confine precedente all’invasione. Oggi Volodymyr Zelensky, in un’intervista a Fox News, ha dichiarato che l’Ucraina è pronta a congelare il conflitto lungo l’attuale linea del fronte e ad aprire un negoziato con Mosca. Solo in una seconda fase, ha spiegato, Kiev punterà a ottenere garanzie di sicurezza da Stati Uniti ed Europa.
Il confronto è impietoso. Quella finestra diplomatica si è aperta e richiusa mentre le diplomazie ufficiali stavano a guardare, e a distanza di tre anni l’Ucraina si trova a negoziare con meno territorio, meno uomini e meno margine di manovra.
Fonti:
Max Seddon, “The Putin Whisperers,” Financial Times, 24 ottobre 2026, https://www.ft.com/content/dcb57f30-bbfe-418d-9e52-5df3074d1764.[](https://archive.li/2026.10.25-005320/https://www.ft.com/content/dcb57f30-bbfe-418d-9e52-5df3074d1764)
Norman, Greg. “Ukraine’s Zelenskyy Open to Freezing Front Lines in Ceasefire with Russia.” Fox News, 21 ottobre 2026. https://www.foxnews.com/world/ukraines-zelenskyy-open-freezing-front-lines-ceasefire-russia.
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