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Un crescente impegno tedesco (e quindi europeo) nella risoluzione della crisi ucraina e nei negoziati tra Kiev e Mosca in cambio di un deciso irrigidimento verso la Cina: è così che il nuovo governo di Olaf Scholz potrebbe posizionare la Germania in relazione agli Stati Uniti e ai dossier strategici di cui l’amministrazione Biden è primariamente interessata e che in passato hanno causato frizioni con Berlino.

Scholz deve gestire una coalizione in cui coabitano l’anima socialdemocratica, quindi favorevole su diversi dossier a un consolidamento della politica estera dell’era Merkel in cui la Spd era partner di governo della Cdu con la presenza nel governo dei Liberali (Fdp) e, soprattutto, dei Verdi che possono condizionare l’agenda dell’esecutivo in senso anti-russo e anti-cinese. In particolare, Fdp e Grunen sono in forma diversa referenti dell’atlantismo più spinto in campo geostrategico (i Liberali) o valoriale (i Verdi) e in particolare il nuovo ministro degli Esteri, l’ecologista Annalena Baerbock, da candidata cancelliere dei Verdi è stata molto attenzionata dall’amministrazione democratica di Washington. Capitale in cui la Baerbock si è recentemente recata per incontrare il Segretario di Stato Tony Blinken per la seconda volta dopo il summit al G7 dei Ministri degli Esteri di Liverpool del mese scorso.

A inizio millennio, nella precedente fase di convivenza tra un cancelliere Spd e un ministro degli Esteri Verde, il capo del governo Gerhard Schroeder ebbe più volte modo di assecondare il pacifismo e il rifiuto dell’interventismo del Grunen Joschka Fischer. Oggi i Verdi, esponenti della versione dell’internazionalismo liberalprogressista contemporaneo più vicino alla sua matrice Usa che esiste in Europa, propugnano un’agenda ben diversa: sostengono chiaramente la Nato, chiedono una revisione dei rapporti con Mosca, la sospensione del gasdotto Nord Stream 2, la fornitura di armi all’Ucraina in funzione antirussa (ripresa di recente dal vicecancelliere Robert Habeck), il contrasto netto alla Cina sulla questione dei diritti umani. Interpretano dunque la più schietta agenda filostatunitense, andando anche oltre le linee di compromesso raggiunte da Cdu e Spd con la Russia e mettendo sul piano dei diritti una sfida con la Cina che Merkel e Scholz hanno inteso soprattutto in chiave commerciale e industriale.

Scholz si trova dunque costretto a mediare tra la necessità di portare l’Europa e la Germania a giocare un ruolo nel risanamento del caos ai confini orientali del Vecchio Continente e la tenuta della coalizione di governo sulla scia dell’attivismo della giovane ed esuberante titolare degli Esteri. Sul fronte russo, dunque, cancelleria e diplomazia tedesche stiano lavorando assieme, come ricorda il quotidiano Süddeutsche Zeitung. La quadra si potrebbe trovare in questo modo: apertura tedesca alla chiusura di Nord Stream 2, parallelo inserimento di garanzie a Kiev con l’ingresso dell’Ue nel processo di pace tra Russia e Ucraina, crescita della pressione sul Cremlino e Vladimir Putin sulla questione dei diritti umani. Ne è una prova la dichiarazione conciliante offerta dall’anti-russa Baerbock dopo il summit con Blinken: “il messaggio europeo e statunitense è comune” e “chiaro”, ha affermato. “Le azioni russe hanno un prezzo chiaro”, ha detto Baerbock, “e l’unica via d’uscita dalla crisi è il dialogo. Lo abbiamo chiarito con forza al governo russo più e più volte negli ultimi giorni e settimane”, ha dichiarato. “Ora stiamo entrando in una fase decisiva in cui sono imminenti importanti colloqui a diversi livelli”.

Via libera al disgelo diplomatico? Si, ma nell’ottica di una crescente presenza tedesca. Quanto richiesto con forza da tutti i partiti rappresentati al Bundestag, memori del fatto che il “formato  Normandia” guidato da Francia e Germania ha offerto l’unico spiraglio di pacificazione per l’Europa orientale in questi anni turbolenti.

Sulla Cina invece, Scholz appare disposto a dare maggior spazio alla critica anti-cinese dei Verdi e, dunque, ai desiderata americani. Unendo contrapposizione politica e sfida economica. Non a caso l’annuncio del Capo di Stato maggiore della Deutsche Marine, il vice ammiraglio Kay-Achim Schönbach, dell’accrescimento della presenza militare tedesca nell’Indo-Pacifico è un segnale chiaro di allineamento agli Usa. E sul fronte dei rapporti euroatlantici Berlino potrà sicuramente fare anche la sponda col Regno Unito con cui la Merkel ha concluso uno degli ultimi partenariati sulla Difesa prima del suo addio al governo.

Il dualismo Scholz-Baerbock potrà essere risolto dunque perimetrando tra le diverse agende dei partiti di governo le sfere di influenza? Di “diplomazia pendolare” tra i due leader parla l’emittente tedesca Zdf, attenta a capire che in gioco c’è la statura internazionale di entrambe le figure, desiderose di costruirsi un pedigree adatto dopo che per anni la Germania ha vissuto all’ombra della Cancelliera. Raccogliere l’eredità di una leader come la Merkel è difficile, e l’accordo verso cui Scholz e Baerbock andranno assomiglia molto a una decisione comune di divisione del fardello e degli scenari operativi. Chi ringrazia è Washington, che avrà sicuramente da beneficiare dalla fine della relazione speciale Merkel-Putin, non sostituita da un rapporto analogo in Europa almeno finora, e godrà del sostegno della Germania nella sfida alla Cina. Nel perfetto stile di un divide et impera in cui la Germania dovrà giocare al meglio le sue carte per non perdere di incisività nella risoluzione della crisi politica, diplomatica, militare ed energetica dell’Ucraina.

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