Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

Piaccia o meno, nei suoi primi 100 giorni di questa seconda avventura alla Casa Bianca, Donald Trump ha cambiato il mondo, con un impatto rilevante sull’ordine internazionale, sul rapporto tra grandi potenze, sulla globalizzazione e sul commercio globale. Basti pensare che durante i 100 giorni del suo secondo mandato alla Casa Bianca, iniziato il 20 gennaio 2025, il presidente Usa ha firmato 137 ordini esecutivi, un record assoluto rispetto a qualsiasi altro presidente degli Stati Uniti dal 1989. Joe Biden aveva firmato 42 ordini esecutivi nei suoi primi 100 giorni nel 2021, mentre Trump, durante il suo primo mandato (2017-2021), ne aveva firmati solo 15 nello stesso periodo di tempo.

Rispetto al primo mandato, infatti, nonostante i problemi con la giustizia e l’assalto di Capitol Hill, Trump è molto più forte e politicamente solido, potendo contare su un partito totalmente “trumpizzato” e privo di reali avversari interni: le nomine nei posti chiave di Tulsi Gabbard (direttore dell’intelligence nazionale) o di Kash Patel e Dan Bongino ai vertici dell’Fbi, riflettono la sua rivoluzione (Drain the Swamp) volta a “bonificare” la “palude” di Washington DC.

Un nuovo paradigma per la politica estera americana

Nella sua visione di politica estera, Donald Trump si discosta radicalmente dall’universalismo che ha caratterizzato sia i democratici che i neocon, abbracciando un approccio mercantilistico che riflette la sua natura di businessman. Per Trump, il mondo non è popolato da nemici esistenziali, come Joe Biden ha dipinto la Russia, ma da competitor commerciali e rivali strategici, come Cina e Russia, con cui è possibile negoziare e trovare accordi. Questa prospettiva abbandona la narrazione manichea che divide il mondo in democrazie virtuose e autocrazie malvagie, proponendo invece un pragmatismo che mette gli interessi nazionali americani sopra ogni cosa.

In questo contesto, la possibilità di dialogo e compromesso con qualsiasi attore globale, anche con i rivali più ostici, diventa il fulcro della strategia trumpiana. Non si tratta di imporre valori o di perseguire crociate ideologiche, ma di stringere accordi vantaggiosi per gli Stati Uniti, mettendo da parte retoriche moralistiche che Trump considera stucchevoli e controproducenti.

In tale ottica vanno viste le azioni diplomatiche dell’amministrazione Trump, che ha avviato un processo di distensione con la Federazione russa che ricorda quello voluto da Henry Kissinger durante la Guerra Fredda e che va ben oltre l’obiettivo di chiudere la guerra per procura in Ucraina su cui Biden e i democratici avevano fortemente investito al fine di “dissanguare” la Russia per più tempo possibile. Viceversa, l’amministrazione Trump vuole raggiungere un accordo con Mosca per concentrarsi sul Pacifico e sul contenimento della Cina, percepita come il vero avversario strategico e minaccia alla sicurezza nazionale globale. Gli ostacoli non mancano, anche per via di un’acclarata “azione di disturbo” di Regno Unito e Francia.

E se il dossier ucraino è estremamente delicato, quello relativo al Medio Oriente è se possibile ancora più complesso, in modo particolare per l’enorme influenza della lobby israeliana sulla politica estera americana e sulla stessa amministrazione Trump. Qualche risultato lo si è comunque raggiunto: il 15 gennaio, infatti, è stata annunciata una tregua temporanea mediata da Egitto, Qatar e Stati Uniti, che includeva uno scambio di ostaggi israeliani (circa 100 ancora detenuti da Hamas) e prigionieri palestinesi. Nonostante ciò, le operazioni militari sono riprese e oggi la situazione umanitaria a Gaza è catastrofica. Le negoziazioni per un cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi nel frattempo proseguono, con momenti di progresso alternati a stalli.

Le trattative rimangono fragili. Hamas insiste su un cessate il fuoco permanente e il ritiro totale delle forze israeliane, proponendo altresì la liberazione totale degli ostaggi, mentre Israele, sotto il premier Benjamin Netanyahu, punta a una “vittoria totale” e rifiuta proposte che non garantiscano la distruzione di Hamas.

Lo smantellamento dell’Usaid

Un elemento chiave di questa svolta è lo smantellamento dell’Usaid, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale su cui InsideOver ha dedicato un ampio dossier, che Trump ha criticato come uno strumento di interferenza politica mascherato da assistenza umanitaria. Fondata nel 1961, l’Usaid è stata a lungo un pilastro della politica estera americana, utilizzata non solo per promuovere sviluppo socioeconomico e programmi umanitari, ma anche per operazioni clandestine di “Regime Change”. Un articolo del New York Times del 2014 ne evidenziava la duplice natura: da un lato, un’agenzia dedita alla cooperazione internazionale; dall’altro, uno strumento per interferenze politiche, come a Cuba, dove ha condotto programmi di “promozione della democrazia” o, storicamente, in Sud America, dove è stata coinvolta in operazioni della CIA, incluso l’addestramento di forze di polizia che hanno prodotto torturatori.

Esempi concreti abbondano. In Ucraina, sin da Euromaidan (2014), l’Usaid ha finanziato think tank e testate giornalistiche che hanno preparato il terreno per la caduta del governo Yanukovich. In Nicaragua, nel 2018, ha sostenuto media e organizzazioni dell’opposizione nel tentativo di destabilizzare il Governo di Daniel Ortega. In Venezuela, gli “aiuti” dell’Usaid sono stati utilizzati per rafforzare il leader dell’opposizione Juan Guaidó. Più recentemente, in Romania, la Corte Costituzionale ha annullato il primo turno delle elezioni presidenziali del 2024, vinte a sorpresa dal candidato indipendente Călin Georgescu, critico della NATO. Documenti di intelligence hanno denunciato un’ingerenza russa tramite account falsi su TikTok, ma il giornalista Lee Fang ha rivelato che dietro questa decisione c’erano pressioni di think tank e ONG finanziate da USAID, dal National Endowment for Democracy (NED) e dal Dipartimento di Stato.

La rivoluzione al Dipartimento di Stato

Attraverso il Doge di Elon Musk, l’amministrazione Trump ha messo in campo un’azione complessiva di riorganizzazione della macchina burocratica inedita nella storia recente americana. Riorganizzazione che investe il Dipartimento di Stato, con la chiusura di 132 uffici, inclusi quelli dedicati alla promozione dei diritti umani, alla democrazia, alla lotta contro l’estremismo e alla prevenzione dei crimini di guerra. Secondo documenti interni ottenuti da The Free Press, infatti, il numero di uffici a Washington, D.C., sarà ridotto da 734 a 602, un taglio del 17%. Inoltre, i sottosegretari hanno 30 giorni per presentare piani di riduzione del personale del 15% nei rispettivi dipartimenti, inclusi sei uffici principali con migliaia di dipendenti. L’obiettivo dell’amministrazione Trump è chiaro: ridurre significativamente le dimensioni e l’influenza del governo federale.

La politica dei dazi per ridurre il deficit

Uno dei temi più dibattuti in questi primi 100 giorni di Trump alla Casa Bianca è stato indubbiamente quello relativo ai dazi. Secondo le ultime indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal, il presidente statunitense sarebbe pronto ad alleggerire l’impatto dei dazi sul settore automobilistico. Ma qual è l’obiettivo (vero) dei dazi di Donald Trump? Come ha spiegato Andrea Muratore su InsideOver, il presidente Usa ha portato il dazio medio Usa al 22,5%, “il più alto dal 1909” secondo il Budget Lab di Yale. Trump utilizza le tariffe come “strumento di coercizione finanziaria e geopolitica” per ridurre il deficit commerciale, colpendo anche Paesi strategici come il Vietnam, usato per il “disaccoppiamento industriale dalla Cina”. Inoltre, la politica daziaria si lega alla gestione del debito pubblico statunitense, “una delle spade di Damocle” sull’economia Usa.

Cosa dicono i sondaggi

I sondaggi hanno storicamente sottostimato l’apprezzamento degli americani verso Donald Trump. Non stupisce, dunque, che i sondaggi dopo i primi 100 giorni registrino un calo dei consensi verso il suo operato. Secondo un sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos, solo il 39% degli americani approva il suo operato, contro un 55% che invece lo disapprova, un dato inferiore rispetto a qualsiasi presidente al traguardo dei 100 giorni dagli anni di Roosevelt.

Il sondaggio New York Times/Siena College riporta un’approvazione del 42%, definita “storicamente bassa”, con il 54% che disapprova. Anche Fox News registra un calo, con tasso di approvazione al 44%, in diminuzione di cinque punti rispetto al mese precedente. I votanti esprimono crescente preoccupazione per i metodi di Trump, in particolare su economia e immigrazione, con il 54% che, secondo Times/Siena, ritiene che le sue riforme siano “andate troppo oltre”. Trump, tuttavia, non sembra curarsene molto e derubrica come “falsi” i sondaggi sopra citati.

Sebbene i sondaggi registrino un calo di consensi, l’impatto dei primi 100 giorni di Trump sui paradigmi globali e sulla politica americana segnano un cambiamento destinato a ridefinire il ruolo degli Stati Uniti nel mondo da qui ai prossimi anni.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto