L’invasione, la guerra alle porte, i carri armati che attraversano confini su ponti artificiali, per poi aprire intenso fuoco d’artiglieria coi possenti cannoni. Da una settimana ad oggi i mass media statunitensi, capeggiati dalla Cnn, continuano a proporre, o secondo il punto di vista dei russi a “propagandare”, imperterriti, lo scoppio imminente di una guerra che Mosca non ha mai dichiarato formalmente. Lo fanno citando fonti d’intelligence e informatori di altissimo livello – le cui identità non vengono e verranno mai rivelate – che sembrano non avere dubbi: l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è “dato” certo. È solo questione di tempo.
Era stata fissata inizialmente per il 16 febbraio. Forse all’alba, forse in piena notte come si conviene nell’epoca degli apparati per la visione notturna, come sistema individuale, e dotazione standard d’ogni mezzo da battaglia, nave, aereo, carro armato. Poi qualcuno al Cremlino deve aver deciso di rimandare. Di preferire l’auspicabili e ricercata via diplomatica al battersi; come suggerisce l’Arte della Guerra di Sun Tzu.
Ma intanto i mass media europei, siano di Paesi più o meno prossimi al rombo dei cannoni di quei tank T-80 e T-90 schierati dai russi, continuano a pubblicare articoli con titoli preoccupanti. Accompagnati da foto di civili ucraini dove uomini, donne e perfino donne anziane, brandiscono simulacri (sagome di fucile usati nelle esercitazione, ndr) di Ak-47. Affermando cha a Kiev sono pronti a difendersi, a combattere casa per casa. Tutti sembrano volerci ricordare l’assedio di Stalingrado senza porre l’accento ad alcune non trascurabili differenze: non c’è e non ci sarà nessun fronte occidentale ad alleggerire la tensione; ma soprattutto, l’invasione di uno Stato moderno, dotato seppur in eseguo numero di armamenti moderni, da parte di una super potenza nucleare come la Federazione russa, nel XXI secolo, non avrebbe nulla a che fare con l’invasione della Polonia datata 1 settembre 1939. Sarebbe un veloce, istantaneo, straziante annientamento.
L’esodo delle regioni occupate viene rilanciato su tutti i canali social a disposizione della nostra iper-tecnologica quotidianità. Tra un balletto su Tik Tok e un banner pubblicitario su Instagram, guadiamo i pullman che evacuano i bambini da Donetsk e le automobili che, dopo aver fatto lunghe file per un pieno di benzina, abbandonando le città sulle superstrade su lunghe interminabili file in direzione Rostov. Sullo sfondo città semi deserte dove le sirene antiaeree incutono più timore a chi guarda i video che a chi è ritratto nei video, e poi lontane sporadiche esplosioni. I telegiornali occidentali stanno confezionando loro l’atmosfera della guerra, e non mancano perciò di rilanciare gli appelli dei leader separatisti filo-russi delle repubbliche, autoproclamate, di Donetsk e Luhansk: “Tutti gli uomini abili ad imbracciare le armi devono rimanere al proprio posto”. Repubbliche che secondo le ultime mosse del Cremlino il presidente Vladimir Putin ha deciso di “riconoscere” ufficialmente.
Per i giornali occidentali, che partecipano senza risparmiarsi ai nuovi conflitti ibridi che sanno servirsi bene della stampa estera come nuova sofisticata arma, la guerra ogni giorno è più imminente. Siamo all’apice della tensione come scriverebbe l’analista Cia uscito dalla penna di Tom Clancy. Eppure lo stesse ministro della Difesa di Kiev, Oleksiy Reznikov, affermava, fino a pochi giorni fa, che “l’Ucraina non ritiene che ci sia un pericolo imminente di un’invasione russa”. Questo poiché i comandi russi, che vengono osservati da satelliti e spie, “non avrebbero ancora organizzato formazioni d’attacco tra le forze schierate vicino ai confini dell’Ucraina”. Per tale motivo è quindi “inappropriato dire che un’invasione potrebbe iniziare domani o dopodomani”. Ciò non significa che “non ci sia alcuna minaccia” e che “un attacco non possa avvenire”, tiene a precisare. Ma queste parole sembrano sufficienti a smentire, almeno per i dieci giorni che abbiamo trascorso con il fiato sospeso, le previsioni di Washington che continua a parlare di un attacco imminente. Un attacco imminente al quale il Pentagono non potrebbe rispondere.
Una guerra “moderna” con un “fronte” che non ci sarà
Per quanto spiacevole da considerare, l’invasione come la stanno tratteggiando i media non c’è stata, non c’è, e se la fortuna vuole non ci sarà mai. Nonostante siano stati mobilitati e spostati al ridosso delle linee i soldati della Nato, come i contingenti americani, i nostri alpini e bersaglieri, e un convoglio di soldati tedeschi nel non fronte della “Lituania”, non esiste nessuno patto di mutuo soccorso tra l’Ucraina e i suoi alleati ideali. Non c’è appunto quella firma di Kiev sul Patto Atlantico che lo zar Putin e il suo luogotenente Lavrov stanno ripetendo in cinque o sei lingue al giorno di non voler vedere mai. Per nessun motivo. Questa assenza di intervento dovrebbe comprendere l’eventuali meno remota, ma assai circoscritta, di un attacco lanciato da parte russi nei territori contesi del Donbass. Dove stanno avvenendo in queste ora sporadici ma continui scontri in violazione del cessate il fuoco che non sembra esser più preso in considerazione da entrambe la fazioni.
Nonostante sia stata annunciata a gran voce una guerra che sembra ipotizzare fronti allargati a potenze occidentali, difficilmente ce ne saranno. Probabilmente e mai. Questo perché la scelta che Washington, e il Cremlino, e quartieri generali della Nato in Europa sarebbe costretti a prendere, è l’unica che non possono prendere: uno scontro armato tra superpotenze che farebbe tornare alle fasi più acute, se non peggio allo scongelamento, della Guerra Fredda. Con essa, tornerebbe sullo sfondo di ogni operazione di ogni singolo aereo, o carro armato, o nave, o sottomarino, l’incubo dell’apocalisse nucleare. E non è un caso se la strategia della deterrenza non ha mai esaurito la sua ragion d’essere.
Mentre quasi 190mila uomini dell’armata russa sono ammassati lungo i confini dell’Ucraina. Minacciando di poter entrare in azione all’ordine del Cremlino, dalla Crimea, dai confini con le regioni autonome di Donbas e Luhansk, o sbarcando in contemporanea dal Mar Nero dove incrocia una flottiglia da sbarco che non sarà priva della scorta di sottomarini d’attacco e di sottomarini lancia missili; magari sotto la copertura aerea di centinaia di cacciabombardieri e di elicotteri d’attacco Hind e Kamov 52 – come quelli che abbiamo visto ronzare in formazione nei cieli di Belgorod – dislocati in una ventina di basi aeree con raggio operativo utile annientare quel poco che resta della flotta navale e della forza aerea ucraina. Forze che nonostante il sostentamento di armi leggere e munizioni che sono state concesse in tutti questi anni dai governi occidentali, non avrebbe la capacità di resistere all’onda d’urto di Mosca. L’unica certezza dunque – sebbene di certo non ci sia nulla in guerra chiosava Von Clausewitz – è che l‘Ucraina in caso d’invasione sul piano di un conflitto convenzionale rimarrebbe sola.
La guerra impari che nessuno vuole
Al di fuori delle durissime sanzioni minacciate dagli Stati Uniti e dagli altri partner della Nato nei confronti della Russia, sanzioni che per stessa ammissione di diversi diplomatici del Cremlino non sembrano terrorizzare il presidente russo Putin, l’Occidente non muoverebbe un dito in termini “operativi”. Evitando di farsi trascinare in un conflitto di tale portata, che secondo logica e analisi nessuno vuole veramente: tanto meno chi occupa il Cremlino.
Non sbaglia dunque il presidente ucraino Volodymyr Zalensky a ripetere che l’Ucraina, se dovesse, si difenderà da sola. Sarà costretta a farlo. La motivazione è semplice: il rischio che non possono assumersi i suoli amici occidentali che invece lavorano notte e giorno per aprire nuovi tavoli dei negoziati per proseguire nel campo della diplomazia e non in quello della guerra – “la prosecuzione della politica con altri mezzi”, abbiamo sentito dire spesso in questi giorni. Del resto è già successo che la Nato sia rimasta a guardare Mosca invadere una città posta sotto assedio, difesa dai cittadini, anche a mani nude, peggio dei russi a Stalingrado. Accadde in Ungheria, nel ’56. Certo, la situazione era differente e assai più complessa, forse non essenzialmente paragonabile in ambito accademico. Ma la sostanza dei fatti era la stessa. E stessi erano i rischi nell’imboccare una strada senza uscita che avrebbe senza dubbio condotto alla guerra totale.
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