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Nel cuore di Kiev, tra le pieghe di una guerra che si combatte fuori ma anche dentro i palazzi del potere, esplode un nuovo scandalo destinato a mettere a nudo le contraddizioni del sistema ucraino: il caso dell’unità segreta D-2 del NABU, il famigerato Ufficio Anticorruzione. Ufficialmente, D-2 è la divisione d’élite incaricata delle inchieste più sensibili. Ufficiosamente, è diventata il simbolo di una democrazia assediata non solo dai tank russi, ma da opacità, infiltrazioni e logiche da guerra fredda.

Un ufficiale interno a D-2 è sospettato di spionaggio. Secondo fonti interne, avrebbe passato informazioni classificate a entità esterne, forse riconducibili a servizi segreti stranieri. Non è difficile intuire a chi si possa fare riferimento. Ma la questione vera non è tanto l’identità del destinatario, quanto la fragilità delle istituzioni ucraine, che permette a un singolo individuo di minare la credibilità dell’intero apparato statale.

La macchina della sicurezza si è messa in moto. I servizi interni hanno aperto un’indagine parallela, che però ha tutta l’aria di una lotta intestina tra agenzie rivali più che di una vera ricerca della verità. NABU contro SBU, anticorruzione contro intelligence: la guerra nello Stato. Una dinamica che non è nuova nei Paesi in bilico tra sistemi democratici e regimi emergenti, dove ogni scandalo si trasforma in regolamento di conti e ogni verità in arma politica.

Il momento non potrebbe essere peggiore. Zelensky, già logorato dal protrarsi della guerra e dalle crescenti difficoltà nel mantenere la fiducia internazionale, si ritrova con una bomba istituzionale tra le mani. L’Ucraina, agli occhi dei suoi partner occidentali, doveva essere il laboratorio della rinascita post-sovietica, la punta di diamante della resistenza europea. E invece, tra scandali di corruzione, arresti a catena e fughe di notizie, si delinea sempre più un Paese fragile, permeabile, in cui la battaglia per l’integrità si combatte più spesso contro sé stessi che contro il nemico.

Le implicazioni strategiche sono pesanti. In pieno conflitto con la Russia, un caso del genere mina la fiducia nella sicurezza delle informazioni, alimenta il sospetto tra i partner NATO, rallenta la cooperazione su dossier sensibili e offre ai nemici un facile bersaglio mediatico. Se il sistema che dovrebbe garantire la trasparenza e la pulizia dell’apparato pubblico è il primo a crollare, allora l’intera costruzione rischia di implodere.

ll clima opaco dietro le quinte

La vicenda D-2 è anche un indicatore geopolitico. Mentre l’Occidente riversa miliardi in aiuti e armi, si scopre che una delle agenzie create proprio per garantire il buon uso di quei fondi è vulnerabile, forse corrotta, forse infiltrata. Un dettaglio che mette in imbarazzo chi ha spinto perché NABU fosse creata, finanziata e sostenuta a oltranza, nella convinzione che combattere la corruzione equivalesse a rafforzare la democrazia.

Ma è davvero così? O forse la corsa alla “democratizzazione” forzata, spesso imposta dall’esterno con standard occidentali, ha prodotto una burocrazia tecnicamente avanzata ma politicamente debole, incapace di resistere alla pressione di interessi interni ed esterni? È questo il nodo. Perché se anche un reparto ultra-riservato come D-2 può essere perforato, allora l’intero sistema è esposto.

Intanto, la risposta pubblica tarda ad arrivare. Tutto avviene dietro le quinte, nel consueto clima di opacità e silenzio istituzionale. La verità non interessa più. Ciò che conta è l’effetto mediatico, l’equilibrio tra danno d’immagine e urgenza di salvare la faccia. Anche questo, ormai, fa parte del teatro della guerra.

L’Ucraina continua a combattere. Ma le battaglie più insidiose non si consumano sul Donbass o tra i vicoli di Kharkiv. Si giocano tra le scrivanie dei ministeri, nei corridoi dell’intelligence, nei server delle agenzie di Stato. È lì che si decide se il Paese sarà davvero una democrazia capace di riformarsi, o una zona grigia dove la guerra esterna copre la crisi interna.

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