C’era il sole, a differenza delle bufere che in questi giorni imperversa sulla città, e forse questo è un segno della differenza tra quanto avvenuto dodici mesi fa ed il clima che si respira oggi. È già passato un anno dal vertice sulla Libia di Palermo, un evento sul quale la breve esperienza di governo gialloverde ha puntato molte delle sue fish in ambito internazionale. Nel capoluogo siciliano lo scorso anno si vivevano giorni sia di attesa che di curiosità, erano ancora in vita le speranze di avviare un serio percorso di stabilizzazione della Libia. Un contesto che stride con quello attuale, caratterizzato soprattutto dallo stallo politico e militare nel paese nordafricano. A distanza di dodici mesi, cosa rimane di quell’esperienza palermitana?

Quel tentativo italiano che sembrava presagire una svolta

Non appena insediato, il governo Conte I ha rimesso mani al dossier libico. Nelle prime settimane di vita dell’esecutivo gialloverde, la priorità era togliere lo scettro dell’iniziativa in Libia alla Francia. A maggio Emmanuel Macron era riuscito a far stringere la mano all’Eliseo ai due attori principali dello scacchiere libico: il premier Fayez Al Sarraj da un lato ed il generale Khalifa Haftar dall’altro. Ma il suo piano, che prevedeva elezioni entro il 2018, stentava a decollare. Ed in questo contesto si è inserita dunque l’iniziativa del nuovo esecutivo italiano, con Giuseppe Conte che nel mese di luglio del 2018 ha chiesto al presidente Usa Donald Trump una cabina di regia sulla Libia guidata dal nostro paese. Una richiesta accettata Washington, anche se il sì della Casa Bianca all’Italia è costato il ripiegamento su altre questioni di grande rilevanza, tra tutte quella inerente il nucleare iraniano ed il ripristino delle sanzioni contro Teheran.

Ed è nata in questa maniera l’idea di organizzare un vertice sulla Libia in Italia. Tra l’estate e l’autunno dello scorso anno, soprattutto dalle parti di Palazzo Chigi si è lavorato a lungo per mandare in porto un evento del genere. Un’iniziativa che ha rilanciato il ruolo dell’Italia nel paese nordafricano, ma che allo stesso tempo ha da subito risentito degli errori di inesperienza da parte della nuova governance. Il vertice era stato concepito a settembre come un incontro tra molti leader mondiali, sia occidentali che africani. A Palermo inizialmente sembrava dovessero arrivare gli stessi Trump e Putin, oltre che i vari Macron, Merkel e gli altri capi di governo dell’area euro – mediterranea. Poi le incertezze sulla data, sugli aspetti organizzativi e soprattutto su quelli legati alla sicurezza, hanno nel corso delle settimane ridimensionato la portata del vertice.

Anzi, da Palazzo Chigi è scattata una vera e propria “caccia” a Khalifa Haftar. Il generale è riuscito in quell’occasione a prendersi la scena tra interviste in cui smentiva la presenza, altre in cui invece la confermava: la vigilia dell’apertura del vertice è stata interamente contrassegnata da notizie riguardanti le intenzioni dell’uomo forte della Cirenaica. Ma nonostante i “capricci” di Haftar, alla fine l’incontro si è fatto ed è riuscito a convogliare non solo i principali protagonisti libici ma, complessivamente, anche 38 delegazioni internazionali. Da Al Sisi a Medvedev, passando per il ministro degli esteri francese ed il presidente tunisino, i “big” non sono mancati ed hanno contribuito a dare maggiore credito all’appuntamento siciliano.

Il perché del naufragio dell’iniziativa

E qualche risultato da Palermo è comunque uscito: anche qui, in un salone dell’hotel Villa Igea, Al Sarraj ed Haftar si sono stretti la mano, così come è saltato fuori un piano forse concretamente più attuabile di quello francese. Sotto la supervisione dell’Onu infatti, si prevedeva per l’aprile 2019 l’organizzazione di una conferenza libica, in autunno invece le nuove elezioni. Tra precari equilibri e nuovi incontri, come quello di Abu Dhabi nel marzo del 2019, le intenzioni uscite sotto la spinta italiana da Palermo sembravano andare avanti. Poi però, come avviene nel Sahara durante una tempesta di sabbia, ogni elemento emerso dal capoluogo siciliano è stato travolto ed inghiottito dal vortice fatale della guerra.

La storia, a partire dallo scorso 4 aprile, ha iniziato a raccontare una realtà profondamente diversa e distante da quella immaginata a Palermo. Haftar, forte delle avanzate di gennaio nel Fezzan, ha rotto ogni indugio provando ad approfittare della debolezza di Al Sarraj. Il generale ha iniziato ad avanzare verso Tripoli, ma quella che sembrava una guerra lampo si è trasformata ben presto in un conflitto di logoramento. Ed Al Sarraj, difeso da milizie e gruppi composti da varie fazioni, è riuscito a tenere il suo posto. Ed oggi non sembrano intravedersi soluzioni politiche all’orizzonte. L’Italia, dal canto suo, in tutto ha una colpa non indifferente: non aver saputo prevedere gli eventi. Dopo Palermo, il nostro paese si è come convinto della linearità dello scenario libico, perdendo di fatto contatto con la realtà: “L’Italia – come ha dichiarato la professoressa Michela Mercuri, autrice del libro Incognita Libia, in diverse interviste – è molto brava quando deve difendere ma non quando deve attaccar: sa agire nelle emergenze, ma non sa prevedere gli scenari a lungo termine”.

Ma non è soltanto il nostro paese ad avere colpe, è tutta l’Europa che si è dimostrata sempre più marginale nei contesti internazionali ed incapace di contrastare l’emergere delle potenze regionali. Perché oggi, di fatto, la guerra in Libia è proprio questa: un duello a distanza tra turchi e sauditi, tra qatarioti ed emiratini, tra coloro cioè che in barba ad ogni diplomazia e ad ogni vertice continuano a vendere armi e munizioni ai rispettivi alleati. Ed adesso rischia di essere troppo tardi: l’annunciato nuovo vertice sulla Libia, questa volta a Berlino, difficilmente alla distanza darà risultati più concreti dell’incontro di Palermo.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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