Twitter sospende account filo-cinesi e sauditi

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Anche su Twitter scatta la censura. Il social network ha chiuso migliaia di account in tutto il mondo accusati di diffondere fake news. Il provvedimento riguarda anche profili di propaganda governativi di vari Paesi. Tra gli account chiusi, alcuni in Cina accusati di “seminare discordia all’interno del movimento di protesta di Hong Kong”, altri volti ad amplificare messaggi pro-sauditi in Egitto e negli Emirati arabi uniti destinati al Qatar e allo Yemen. Profili di fake news sono stati sospesi anche in Spagna ed in Ecuador.

Nello specifico, il team di sicurezza dell’azienda ha confermato la rimozione di 10.112 account in sei Paesi, accusati di diffondere “disinformazione” e disordine. Twitter ha bandito dalla sua piattaforma 4.248 account operati dagli Emirati e diretti a Qatar e Yemen. Gli argomenti dei tweet spaziavano dalla guerra civile nello Yemen al gruppo armato sciita degli Huthi. Inoltre, il social network ha dichiarato di aver rimosso 267 account degli Emirati Arabi Uniti (Eau) e dell’Egitto. “Questi account erano interconnessi nei loro obiettivi e tattiche: un’operazione di informazione multiforme rivolta principalmente al Qatar e ad altri paesi come l’Iran. Agivano a supporto del governo saudita” osserva Twitter. Inoltre, il colosso ha acclarato che tutti questi account provenivano da una società tecnologica chiamata DotDev, che è stata anche definitivamente sospesa (insieme ad altri account ad esso associati). In Spagna Twitter ha rimosso 265 account fake operati dal Partito popolare. In Ecuador, invece, in estate sono stati eliminati poco più di mille account legati al partito Alianza País.

Sospesi account filo-cinesi

Il social network ha ha sospeso inoltre  4.302 account che miravano a “seminare discordia all’interno del movimento di protesta a Hong Kong”. Secondo Twitter, lo scorso agosto, le autorità cinesi avrebbero utilizzato quasi un migliaio di account Twitter per screditare e dividere i manifestanti a favore della democrazia a Hong Kong. Twitter sospese qualche settimana fa 986 account che “sono coordinati nell’ambito di un’operazione cinese appoggiata dallo Stato” cinese per “minare la legittimità e le posizioni politiche “dei manifestanti.

“Sulla base delle nostre intense indagini”, ha sottolineato la società in una nota, “abbiamo prove affidabili a sostegno del fatto che si tratta di un’operazione coordinata dallo stato centrale”. “In particolare”, continua la nota, “abbiamo identificato grandi gruppi di account che si comportano in modo coordinato per amplificare i messaggi relativi alle proteste di Hong Kong“. La società ha aggiunto che continuerà ad “essere vigile”, applicando “le nostre politiche per favorire la conversazione pubblica”.

New York Times contro la Cina: “Offensiva di Pechino”

Come riporta il New York Times, l’account, @HKpoliticalnew, e oltre 200.000 altri account Twitter facevano parte di un’estesa offensiva di disinformazione della Cina, ed è la prima volta che un colosso della tecnologia americana ha attribuito una simile campagna al governo cinese. “La Cina  – accusa il Nyt – ha da tempo impiegato la sua propaganda e la censura per sottoporre i suoi cittadini a narrazioni approvate dal governo. Man mano che la posizione della nazione nel mondo cresce, Pechino si è sempre più rivolta a piattaforme Internet che blocca all’interno del paese – compresi Twitter e Facebook – per far avanzare la sua agenda in tutto il resto del pianeta”.

Dall’altra parte Pechino potrebbe lamentarsi delle ingerenze negli Stati Uniti negli affari interni di Hong Kong. Nel 2018, il Ned — il National Endowment for Democracy – ha investito circa 445 mila dollari per promuovere “la democrazia” a Hong Kong al fine di “ampliare i diritti dei lavoratori e la democrazia e promuovere lo sviluppo della società civile a Hong Kong”. Nel 2005, il senatore Ron Paul ha osservato che il Ned “ha molto poco a che fare con la democrazia: è un’organizzazione che usa il denaro delle tasse Usa per sovvertire la democrazia, facendo piovere finanziamenti su partiti o movimenti politici favorevoli all’estero”. Più che autentici movimenti democratici dal carattere endogeno, ha sottolineato il senatore, “si tratta di rivoluzioni colorate spacciate per rivolte popolari”. Comunque la si veda, i social media sono diventati uno strumento perfetto per la cyberwarfare in corso tra nazioni rivali, da Hong Kong al Golfo Persico.