“Siamo arrivati a un bivio e la tentazione di affrontarlo con un attacco preventivo è forte, l’argomento è razionale, ma non ho visto alcuna dichiarazione pubblica in tal senso da parte di un funzionario di spicco”. Queste le parole dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di stato degli Stati Uniti durante le presidenze di Richard Nixon Henry Kissinger nei confronti della Corea del Nord. “La denuclearizzazione della Corea del Nord deve essere un obiettivo fondamentale e se non viene raggiunto, dobbiamo prepararci alla proliferazione delle armi nucleari in altri paesi”, ha aggiunto.

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La Casa Bianca, infatti, sta pensando allo sviluppo di testate nucleari a potenza ridotta di un solo kilotone, ovvero 17 volte meno potente della bomba sganciata il 6 agosto 1945 su Hiroshima. Si tratterebbe di una strategia che, a detta degli Usa, permetterebbe di effettuare attacchi preventivi mirati con numero limitato di vittime, senza scatenare la rappresaglia termonucleare di Pyongyang. Strategia ricca tuttavia di numerose insidie e senza garanzie di successo poiché qualsiasi azione militare degli Stati Uniti potrebbe in realtà scatenare una guerra potenzialmente devastante nella regione. 

Il “mito” dell’attacco limitato

Come spiega in un’analisi molto lucida Abraham M. Denmark su Foreign Affairs, “l’obiettivo di un attacco limitato è piuttosto semplice: dimostrare che Pyongyang non può continuare a condurre test senza rischiare una ritorsione degli Stati Uniti”. Fondamentalmente, i sostenitori di questa strategia sostengono che “le enormi capacità militari e nucleari degli Stati Uniti potrebbero dissuadere il leader supremo Kim Jong Un nel reagire, in quanto un’escalation potrebbe portare alla distruzione stessa della Corea del Nord. I sostenitori di questa teoria affermano inoltre che, assicurando a Pyongyang che gli Stati Uniti non cercano un Regime Change, Washington potrebbe convincere Kim che i negoziati sono l’unica strada percorribile”, osserva Denmark. È improbabile che una strategia di questo tipo possa tuttavia funzionare con assoluta certezza.

Non vi inoltre è la garanzia che un attacco limitato possa disarmare con successo Pyongyang e qualsiasi attacco, come sottolinea Denmark, “rischierebbe di innescare una guerra in piena regola nella penisola coreana che metterebbe in pericolo milioni di vite e ridurrebbe il potere e l’influenza degli Stati Uniti nell’area Asia-Pacifico”.

Troppi rischi, poche garanzie di successo 

Nell’eventualità di un attacco limitato, gli Stati Uniti dovrebbero evacuare i 10.000 dipendenti della base militare Usa in Corea del Sud, ed è difficile pensare che Pyongyang non si accorga di un’operazione del genere. Inoltre anche la stessa Corea del Sud e il Giappone dovrebbero prepararsi a dovere, informando i loro cittadini. E se quest’operazione venisse condotta a sorpresa, questa metterebbe a rischio la vita di decine di migliaia di cittadini statunitensi che lavorano in Corea del Sud e in Giappone e non sarebbe affatto gradita dagli alleati degli Usa nella regione. Ma non è l’unico grande limite di questa strategia.

“Anche se gli Stati Uniti fossero in grado di portare a termine gli attacchi e impedire una risposta massiccia della Corea del Nord – spiega Denmark – non è detto che questi strike siano in grado di distruggere con successo tutte le armi e i missili nucleari di Kim. Il Pentagono ha recentemente dichiarato al Congresso che l’eliminazione di tutte le armi nucleari della Corea del Nord richiederebbe un’invasione via terra, probabilmente a causa dell’inclinazione di Pyongyang di costruire di strutture militari sotterranee, limitando l’efficacia degli attacchi aerei”. Se gli Usa decidessero di attaccare la Corea del Nord senza eliminare l’arsenale di Kim, i suoi alleati sarebbero alla mercé di Pyongyang, con conseguenza potenzialmente devastanti.