La visita notturna di Vladimir Putin a Mariupol, città de facto russa da maggio 2022, ha destato scalpore e stupore presso Ucraina e alleati, entrambi indignati per quello che è stato interpretato come un gesto di sfida al diritto internazionale, in quanto avvenuto all’indomani dell’emissione del mandato di cattura della Corte Penale Internazionale.
Non è soltanto dei presunti sottotesti del tour a sorpresa di Putin, però, che la grande stampa ha parlato. Secondo teorici del complotto, gole profonde e alcuni elementi dell’intelligence ucraina, invero, a Mariupol non si sarebbe recato Putin, bensì uno dei suoi presunti sosia.
I cloni di Putin
Uno dei membri più importanti della presidenza Zelensky, il consigliere Anton Geraščenko, all’indomani del mini-tour ucraino di Putin ha diffuso un collage su Twitter, peraltro debunkato da David Puente, che proverebbe l’utilizzo di sosia da parte del presidente. Inevitabile, data la popolarità di Geraščenko, l’innesco di un dibattito giornalistico.
La questione dei sosia di Putin riemerge a cadenza regolare. È dai primi anni Duemila che si vocifera dell’utilizzo di controfigure da parte del capo del Cremlino e lui stesso, nel 2020, ha parlato (seriamente) del tema dopo aver ricevuto una domanda (ironica) da un giornalista. Dichiarando come, “all’inizio del Duemila”, epoca della seconda guerra cecena e della War on Terror in salsa russa, gli fosse stato suggerito dai servizi segreti di farsi sostituire da un sosia ad eventi di alto profilo a causa del rischio di attentati.
Putin non avrebbe mai accettato il consiglio dei colleghi, pur avendo conoscenza e consapevolezza dei possibili pericoli alla sua vita, ma ciò non ha influito in alcun modo sulla longevità della storia dei sosia del presidente. Che, nel corso degli anni, ha trovato sponde e sponsor presso gli ambienti del cospirazionismo russo, la stampa scandalistica occidentale e l’Ucraina.
L’utilità dell’accusa del sosia
Quella che è definibile come l'”accusa del sosia” può servire diversi scopi, specie nel corso di un conflitto – dall’obiettivo di erodere la fiducia di un’opinione pubblica alla volontà di indurre la vittima nel tranello, spingendola ad abbandonare l’ombra per smentire le indiscrezioni e poi colpirla –, perciò non sorprende che gli ucraini e i loro asset ne abbiano fatto frequentemente ricorso nei primi tredici mesi di conflitto.
Il maggior generale Kyrylo Budanov. Il generale Vadym Skibitsky. La presunta ex spia Sergej Žirnov. Il canale Telegram “Generale SVR”. Il politico Andriy Yusov. Il giornalista Jason Jay Smart. Volodymyr Zelens’kyj. Lungo è l’elenco di coloro che hanno parlato dei sosia di Putin, provando a quantificarli – sarebbero almeno tre –, a sgamarli – presunte differenze nelle orecchie, nel sottomento, eccetera – e a spiegarne le funzioni – sostituzioni temporanee, dando credito alla teoria del “Putin malato”, o definitive, seguendo la tesi del “Putin morto”. Duale l’obiettivo: erodere la fiducia dell’opinione pubblica russa, provare a iniettare scetticismo nella piramide del potere putiniano. Il cospirazionismo come arma, l’allievo ha imparato dal maestro.
Sosia, il migliore amico di ogni presidente
Il collage realizzato da Geraščenko per dare fondamento all’accusa del sosia è basato sull’utilizzo di foto decontestualizzate. La teoria del complotto ha origine negli ambienti dell’intelligence occidentale, ed è stata riciclata da Kiev nel contesto della guerra delle narrazioni, ma questo non significa che Putin non possa avere dei sosia. Perché è dal Novecento che i sosia sono i migliori amici di presidenti, dittatori e terroristi, per i quali possono essere dei ventriloqui salvavita.
I sosia furono ampiamente utilizzati da britannici, tedeschi e sovietici nel corso della Seconda guerra mondiale. È noto che i primi reclutarono M. E. Clifton James e Keith Deamer Banwell per sostituire il generale Bernard Montgomery, a seguito del suo inserimento nella kill list di Berlino, e Norman Shelley per impersonare Winston Churchill nei discorsi radiofonici. È risaputo che i secondi impiegarono una serie di controfigure di Adolf Hitler, a partire dal suo autista Julius Schreck, allo scopo di proteggerlo da tentativi di assassinio. Ed è storia che i terzi utilizzarono un uomo di nome Rashid, l’attore Mikheil Gelovani e Felix Dadaev per rimpiazzare Stalin.
La Seconda guerra mondiale giocò un ruolo determinante nell’accreditamento della tattica del sosia, contribuendo alla sua successiva popolarizzazione in tutto il mondo, in paesi democratici e dittatoriali, e persino all’interno di organizzazioni terroristiche.
La (lunga) lista dei leader, di stati e gruppi del terrore, che si sono dotati di sosia, o che l’avrebbero fatto, è indicativa della rinomanza della tattica. Al suo interno, infatti, è possibile trovare i nomi di Kim Jong Un, Fidel Castro, Boris Eltsin, Enver Hoxha, Saddam Hussein, Osama bin Laden e Manuel Noriega. Per un certo periodo, all’acme della Guerra al Terrore, persino George W. Bush sarebbe stato sostituito da un “gemello” in alcune occasioni per ragioni di sicurezza.
Sosia, i salvavita di leader politici e militari. L’argomento, tra gli addetti ai lavori, suscita molta meno ilarità di quella che può sollevare nell’opinione pubblica. Perciò, data la sua importanza, andrebbe inserita tra le letture obbligatorie di ogni esperto o appassionato di storia e/od operazioni psicologiche l’autobiografia di M. E. Clifton James, il principale sosia del generale Montgomery: I Was Monty’s Double.
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