“Il nemico del mio nemico è mio amico” recita un vecchio adagio. A volerla descrivere grossolanamente l’offerta di ingresso nel club atlantico rivolta all’Ucraina sembra proprio di questo genere: perché se un tempo si è controllata Mosca a colpi di containment, questa recente mossa potrebbe non risultare vincente, scatenando una reazione a catena e un nuovo “contenimento” da parte russa. E con tanto di minaccia nucleare.

Il corteggiamento ucraino è figlio di una strategia che vuole rafforzare il fronte orientale dell’Alleanza e consentire un certo grado di disimpegno americano nell’area (umori dell’Unione europea permettendo). L’Ucraina, da anni, affronta gli attacchi russi, soprattutto dopo il 2014, condizione aggravata da corruzione dilagante e crisi economica persistente: sono ingentissimi gli investimenti Nato dall’inizio del conflitto nel Donbass che, secondo le eminenze grigie dell’Alleanza Atlantica, sono stati il preambolo di una collaborazione più stretta. Si tratta di un’operazione di avvicinamento che la Nato auspica anche con Paesi come la Georgia, dove il conflitto tra separatisti (appoggiati da Mosca) e forze governative ha prodotto migliaia di morti. “L’Ucraina, dunque, entrerà presto a far parte della Nato”, questa è la promessa di Jens Stoltenberg, segretario generale dell’Organizzazione.

Alleati minori e obiettivi sensibili

Se, dunque, 70 anni fa la Cortina di Ferro passava dall’asse Stettino-Trieste, oggi le tensioni si spostano sul Mar Nero: i porti bulgari e rumeni rappresentano oggi il fianco orientale dell’Alleanza atlantica, soprattutto da cinque anni a questa parte. Proprio la Romania aveva lanciato l’allarme in ambito Nato perché militarmente scoperta: dal 2016, infatti, Bucarest ospita il sistema di difesa contro i missili balistici fornito dagli Usa. Se la “provocazione” ucraina fosse percepita da Mosca come atto di guerra proprio Bucarest potrebbe trasformarsi in un possibile teatro di scontro, essendo già un obiettivo sensibile. L’ingresso di Kiev della Nato, volto a disimpegnare parzialmente gli americani dall’area, lascerebbe la zona in mano ad alleati minori: oltre alla citata Romania, le attenzioni si sposterebbero anche sulla Bulgaria. Ma quanto può essere solida una tale strategia fondata su Sofia, ancora parzialmente dotata di infrastrutture di difesa russe, conosciute a menadito da Mosca? Venendo ora alla costa meridionale del Mar Nero, “tecnicamente”, l’Alleanza avrebbe ancora un gigante alleato: la Turchia. Ma se per lungo tempo Ankara è stata il bastione Nato ad est, oggi la fascia sud del Mar Nero sembra essere divenuta il ventre molle dell’Alleanza Atlantica.

Una situazione paradossale: la membership di Kiev, in un altro momento, avrebbe contribuito all'”assedio” tattico dell’area come una grande C, i cui perni “dubbi” avrebbero potuto essere, eventualmente, Georgia e, forse, Moldavia. Oggi, però, quanto è stabile questa “big C” made in Nato? Molto, molto meno: la prospettiva del ritiro americano in Siria e i recenti accordi Erdogan-Putin rendono davvero improbabile quella forza che Jens Stoltenberg cerca di difendere dalla “morte cerebrale” denunciata da Macron.

Ucraina: un pericolo per se stessa?

Ma veniamo ora all’Ucraina che, da sola, potrebbe rappresentare una minaccia per se stessa. Quanto è vincente una strategia che mette nelle mani di un neo membro una bomba ad orologeria come la situazione del Mar Nero? Per non parlare, poi, del deficit democratico ucraino sul quale è difficile soprassedere nonostante le dichiarazioni di intenti di Zelenskyj alle prese, tra l’altro, con il Kievgate: in un Paese in cui le forze nazionaliste sono perennemente alla ricerca di un catalizzatore per esplodere, che potenza potrebbe avere l’ingresso in un’organizzazione, come quella atlantica, in funzione anti russa? Qui non si parla di nazionalismo spicciolo ma di un mix letale di revanscismo, suprematismo bianco in grado di organizzarsi anche in strutture paramilitari come il famigerato battaglione Azov.

Può mai la Nato compromettersi con forze simili, rischiando anche di farle sentire covate e protette? Non solo, ma la protezione sotto l’ombrello Nato può avere un pericoloso effetto psicologico sulla burocrazia di Kiev: sapere di essere protetti da un gigante potrebbe portare Kiev a mosse sconsiderate e poco prudenti (ad esempio nel Mar d’Azov) trascinando la situazione volutamente sull’orlo del baratro. Nel caso di una “semplice” partnership, invece, le vie di uscita “tiepide” sarebbero molteplici ma, in caso di un’alleanza vera e propria, non vi sarebbe appello di fronte all’ineluttabile articolo 5 del Trattato Nato che prevede, in caso di attacco di un membro, l’intervento degli altri. Una pericolosa arma che rischia di fomentare anche i falchi americani, trascinando gli Stati Uniti (e l’Unione europea) in una guerra non necessaria che metterebbe in difficoltà gli alleati europei, affetti eternamente da schizofrenia internazionale (ma comunque coinvolti pesantemente nel sostegno economico a Kiev, ove Bruxelles ha rimpiazzato i flussi di merci che un tempo provenivano da Mosca). Vi è poi l’enigma americano e l’estrema volatilità della politica estera statunitense di questi mesi. Washington è alle prese con la corsa per le presidenziali, un tentativo di impeachment e i suoi gate: anche la Casa Bianca si veste oramai di un’assoluta imprevedibilità e a nessuno è dato sapere cosa accadrà alla proposta di membership all’Ucraina tra 12 mesi.

Prima degli eventi del 2014, gli interessi di sicurezza dell’Ucraina nel Mar Nero erano limitati. L’Ucraina stava cercando di definire il suo posto in Europa, oscillando tra rapporti con la Russia e l’Occidente. La sua politica di difesa, le dimensioni e la struttura delle sue forze militari erano in disordine, in particolare la Marina, la più trascurata delle forze armate. All’inizio del 2014, poi, una svolta drammatica: il conflitto con la Russia è diventato il principale punto della politica di sicurezza dell’Ucraina. Kiev ha aderito alcune attività della Nato, a suon di prestiti e di debiti, per sostenere lo sforzo di essere vista come un potenziale membro della Nato piuttosto che un elemento di preoccupazione. Probabilmente, si tratta di un’ipotesi fattivamente ancora remota, spesso strombazzata per inviare messaggi tutt’altro che subliminali: tuttavia, gli elementi per una piccola Guerra fredda del Mar Nero ci sono tutti. Con la speranza che continui a restare “fredda”.

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