Theresa May ha rinunciato tre giorni fa. Le elezioni europee le sono state fatali: il risultato conseguito dai Tories, che è corrisposto a un deludente quinto posto totale raggiunto e a solo l’8% dei voti complessivi, non ha consentito ulteriori tentativi. La Brexit rimane una faccenda spinosa. Chi prende il posto dell’ex premier, eredita la ricetta sul futuro economico del Regno unito oltre che la leadership del Partito conservatore. La complessità degli scenari è sotto gli occhi di tutti.

Le vie perseguibili, come all’inizio di tutta questa storia del resto, sono ancora due: hard Brexit, cioè uno strappo netto che prescinde dall’accordo con l’Unione europea, o soft Brexit, che prevede un’uscita di scena dalle istituzioni sovranazionali europee, ma il mantenimento di rapporti commerciali privilegiati e continuativi. E chi si è candidato alla successione della May, in fin dei conti, pende per l’una o per l’altra ipotesi. A dire il vero fino a qualche giorno fa era possibile tenere presente Sam Gimah, che avrebbe visto di buon occhio un secondo appuntamento referendario, ma non figura più tra i nomi dei partecipanti alla contesa. Il grande favorito, manco a dirlo, è Boris Johnson, che è forte del sostegno di Donald Trump e di quello degli esponenti del suo partito che non hanno mai gradito un ruolo subalterno all’assetto europeistico. Pure Nigel Farage potrebbe guardare con favore alla vittoria dell’ex sindaco londinese. Ma se Johnson dovesse vincere, il Brexit Party potrebbe ripercorrere la parabola dell’Ukip: sparire per esaurimento della missione. Poi ci sono altri nove nomi.

Tra questi, come rilevato da Lapresse, ce ne sono alcuni tendenzialmente contrari alla rottura definitiva. Quello su cui vale la pena porre l’accento è Rory Stewart, che si è autodefinito – come riporta il Time – “una sorta di trumpiano antitrumpiano”. Del trumpismo, Stewart ha il carattere mediatico e l’agonismo. Nel caso capitaste a Londra, lo incontraste per strada e provasse a convincervi della bontà della sua causa, non vi preoccupate: è il suo modo di condurre questa campaign. Su IlFoglio trovate un profilo completo di Stewart e una narrazione dettagliata della sua “guerriglia”. Neppure Michael Gove, Jeremy Hunt, Matt Hancock e Andrea Leadsom sembrano troppo convinti della Brexit nella sua versione hard. Sono tutti membri dell’ultimo governo o di esecutivi passati. Quindi coloro che spingono per la via mediana: Sajid David, Dominic Rabb e Mark Harper. 

C’è un altro candidato che la pensa alla maniera di Boris Johnson: si chiama Ester McVey e come l’altro promotore della hard Brexit ha avuto modo, in realtà ancora lo ha, di ricoprire la carica di ministro del Lavoro. Dare il finale per scontato sarebbe dilettantistico. Tutto si svolge mediante due fasi: nella prima votano i parlamentari, dunque potrebbe prevalere anche un candidato istituzionale. Dopo però tocca alla base: quello è lo stadio di casa di Boris Johnson. Avremo modo di seguire una battaglia che durerà un mese e mezzo.