Il mese di marzo si è concluso con l’organizzazione di un evento politico molto importante a livello di relazioni internazionali: l’ultimo vertice informale del Consiglio turco. Trattasi di un’organizzazione di cooperazione multilaterale riunente Turchia, Kazakistan, Uzbekistan, Azerbaigian e Kirghizistan, dal cui ventre è nato un fondo di investimento e prossimamente potrebbero vedere luce una zona economica comune e una banca di sviluppo, e che, in Europa, ha calamitato l’attenzione dell’Ungheria di Fidesz e dell’Ucraina di Volodymyr Zelensky.

Il Consiglio turco è un’organizzazione concepita e progettata per raccozzare i popoli turchici, dotarli di un megafono unificato e potente nell’arena internazionale e trasformare la grande patria turca – i cui popoli sono spalmati dall’Europa centrale all’Estremo Oriente Russo – in uno degli spazi economici (e culturali) più vibranti e pivotali del nostro secolo. L’anelo ultimo degli stati membri, invero, è la trasformazione della piattaforma in una realtà integrativa ricalcante il modello dell’Unione europea, cioè una via di mezzo tra confederazione e federazione.

Perché l’Italia dovrebbe quantomeno ponderare la possibilità di aderire al Consiglio turco in qualità di stato osservatore? Perché abbisogniamo di nuovi spazi di prosperità, potremmo aumentare le probabilità di appianare la convivenza semi-antagonistica con la Turchia e la nostra presenza tra Caucaso meridionale e Asia centrale verrebbe cristallizzata e resa irreversibile. Non è fantapolitica, e non si tratterebbe né di divenire un huntingtoniano stato in bilico né di abbandonare il campo atlantico, ma, molto più semplicemente, di fare leva sui trascorsi storici che ci legano a questo universo civilizzazionale per accelerare la nostra trasmigrazione geopolitica dal Mediterraneo al cuore della Terra.

Seguire l’esempio ungherese

Il primo ministro ungherese Viktor Orban era tra coloro che hanno presenziato all’ultimo vertice informale del Consiglio turco e i suoi diplomatici, in primis il ministro degli esteri Peter Szijjártó, trascorrono più tempo in Asia che in Europa. In effetti, mentre Orban discuteva da remoto con i colleghi turchici, Szijjártó si trovava a Tashkent per inaugurare il Consiglio affaristico Uzbekistan–Ungheria e celebrare i risultati positivi del sodalizio recentemente instaurato, tra i quali l’aumento del 38% dell’interscambio commerciale nel 2020 e la firma di un partenariato strategico.

V’è un movente preciso alla base dell’asiatizzazione dell’agenda estera di Budapest: la dottrina dell’Apertura a Oriente annunciata da Fidesz nel 2011, cioè all’indomani della vittoria elettorale. Dopo un iniziale focus su Cina e Russia, la dirigenza magiara ha progressivamente ricalibrato la bussola in direzione del mondo turcico, dapprima siglando un’intesa di ferro con la Turchia e dopo resuscitando dall’Oltretomba l’ideale turanico nell’ottica di una de-europeizzazione dell’identità magiara funzionale a dare legittimità (anche storica) alla trasformazione dell’Ungheria in un’enclave asiatica nel cuore dell’Europa.

Fidesz ha utilizzato ogni mezzo a disposizione per persuadere l’opinione pubblica ad accogliere l’Apertura a Oriente – dalla riscrittura dei curricula scolastici ed universitari alle collaborazioni culturali e studentesche, dalla ricerca etnologica alla rivitalizzazione delle festività e del folclore di origine turcica – e, oggi, a distanza di dieci anni esatti dall’inaugurazione dell’Apertura a Oriente, può vantare il taglio di un traguardo riguardevole: la storia gli ha dato ragione.

I benefici ottenuti dall’adesione al Consiglio turco in qualità di stato osservatore sono stati innumerevoli: supporto determinante in termini di aiuti umanitari durante la pandemia, diversificazione del portafoglio clienti (interscambio commerciale complessivo con il Consiglio turco aumentato del 3% nonostante il Covid19), incremento complessivo del prestigio diplomatico magiaro (prossima apertura di missioni in ognuno degli stati membri, recente apertura di un’ambasciata in Kirghizistan, inaugurazione di un ufficio di rappresentanza del Consiglio turco a Budapest, futuro allestimento di un forum affaristico turcico nella capitale magiara) e partecipazione alla ricostruzione del Nagorno Karabakh.

È vero: l’Ungheria ha dalla propria parte il fattore turanismo – la scuola di pensiero nasce nel tardo Ottocento tra Budapest e Ankara – e, soprattutto, la forza dell’identità – i magyarok discendono da Hunor e Magor, progenitori degli unni e degli ungheresi, ergo provengono dalle steppe remote di Turan –, ma l’Italia può e dovrebbe fare leva sui trascorsi storici che l’hanno portata a contatto con il mondo turcico dall’epoca dell’Antica Roma.

Noi e il mondo turco

Non è un segreto che la civiltà romana abbia storicamente esercitato una potente fascinazione sui popoli turchici, in particolare sui turchi ottomani. I domini anatolici dei selgiuchidi furono inizialmente consacrati a Roma, assumendo il nome di Sultanato di Rum (Saljuqiyān-ı Rum), cosi come quelli balcanici (Rumelia), e, nel dopo-Costantinopoli, i sultani saliti al soglio della Sublime Porta si sarebbero a lungo fregiati del titolo non riconosciuto di qaysar-ı Rum (cesare dei Romei) nell’aspettativa e speranza di indurre l’Europa cristiana ad accettare che vi fosse una continuità tra le epoche bizantina e ottomana. 

Nei secoli successivi, sbiadita la memoria dell’Antica Roma, sarebbe giunto il turno delle città-stato e delle varie entità italiche preunitarie, in primis la Repubblica di Venezia, legate alla Sublime Porta da un rapporto di amore-odio costellato di guerre semi-permanenti, tregue momentanee, alleanze strumentali e, soprattutto, scambi, tanti scambi: dal commercio alla cultura.

Il contributo italico alla crescita economica, al fermento artistico e alla prosperità culturale della Sublime Porta è stato tanto elevato quanto poco conosciuto: italo-levantini coloro che hanno storicamente impedito che lo stato di guerra quasi permanente tra le repubbliche marinare e la Turchia avesse ricadute eccessive su rotte marittime e commerci, italiani gli architetti e gli ingegneri che hanno riscritto il volto urbanistico dell’impero ottomano durante l’era Tanzimat (come Luigi Rossetti, Stefano Molli, Luigi Storari e Giulio Mongeri) e italiani gli artisti che hanno colorito e abbellito le corti dei sultani (come Fausto Zonaro).

L’impronta italica non si ferma all’Anatolia, perché antico e rilevante è stato il ruolo nostrano giocato nell’attuale Azerbaigian, raggiunto e corteggiato dalla Serenissima all’epoca della dinastia Ak Koyunlu, e in Asia centrale, divenuta uno dei principali empori di riferimento di Genova e Venezia dopo essere stata traversata in lungo e in largo da Marco Polo, Guglielmo di Rubruck, e Giovanni da Pian del Carpine nel tredicesimo secolo.

Un’adesione realistica?

Alla luce della possibile trasformazione del Consiglio turco in senso federalistico – un’eventualità comunque remota perché gli stati membri hanno a cuore la loro sovranità e la loro indipendenza – e dell’appartenenza all’Unione europea, l’Italia dovrebbe seguire le orme della Magyarország, la nazione magiara, e massimizzare il profitto ottenibile dalla partecipazione in qualità di osservatore. Per capire i benefici derivanti da una nostra adesione a questa entità cooperativa risponderemo ai quesiti più urgenti.

La nostra candidatura potrebbe essere accolta? . L’Italia non è una nazione turcofona, né ospita al suo interno delle diaspore turciche consistenti (poco meno di 20mila turchi, circa 1.800 kazaki, poco più di mille uzbeki, 550 azerbagiani), ma vanta un’alleanza solida con l’Azerbaigian, un matrimonio di convenienza con la Turchia e dei sodalizi in ascesa con Kazakistan e Uzbekistan. In sintesi, l’Italia è nella posizione di giocare la carta della storia, in luogo di quella dell’identità, disponendo di voci amiche (e influenti) in sede di Consiglio turco che potrebbero intercedere favorevolmente e traslare in realtà questa visione.

Vi sarebbero dei benefici effettivi? . Il Consiglio turco non è un’entità unica e a se stante, ma un ingranaggio facente parte di una catena estesa, costruita e fondata sul panturchismo, alla quale appartengono degli organismi di cooperazione culturale, politica ed economica come l’Assemblea parlamentare dei Paesi turcofoni, l’Organizzazione internazionale della cultura turca, il Consiglio affaristico turco, l’Accademia turca internazionale e l’Assemblea mondiale dei turchi. L’Italia, in questo contesto, sarebbe chiamata a due obiettivi: uno primario, cioè l’ingresso nei meccanismi commerciali, economici e di investimenti, e uno secondario, ossia l’adesione alle iniziative culturali panturche nell’ottica del dialogo tra civiltà.

Il nostro rapporto con le economie del Consiglio turco, ottimo anche in assenza di un’amalgamazione istituzionalizzata – Roma è il primo partner commerciale di Baku, il terzo di Nur-Sultan e il quinto di Ankara e Budapest –, trarrebbe enorme beneficio dai diritti derivanti dallo stato di osservatore alla luce in termini di trattamento preferenziale in investimenti, appalti, commercio e accesso alle grandi rotte commerciali eurasiatiche.

È nell’interesse dell’Italia tentare questo azzardo, che alcuni potrebbero definire “antistorico”, se non “fantapolitico”? . Sono gli eventi dell’ultima decade a suggerire che la direttrice panturca stia assumendo una crescente rilevanza nella politica estera nostrana ed è nostro precipuo interesse che si consolidino le fondamenta degli avamposti costruiti (faticosamente) tra Caucaso meridionale e Asia centrale. Inoltrare una domanda di adesione sventolando delle fasulle credenziali di nazione turcofona sarebbe fantasioso, ma giocare la carta del legame storico tra Roma e il mondo turco (effettivo, oggettivo e di lunga data) non sarebbe che puro, semplice e impavido avventurismo dettato dalla realpolitik.

Lungi dall’allontanarci dal campo atlantico, sposando un ambiguo eurasiatismo, il Consiglio turco potrebbe rivelarsi utile all’Italia ai fini di un accreditamento presso gli Stati Uniti (perennemente alla ricerca di “faccendieri” a cui delegare la gestione di periferie, aree di confine e teatri di crisi), di una stabilizzazione del nostro legame con la Turchia (con la quale collaboriamo e rivaleggiamo allo stesso tempo) e di un più ambizioso recupero dell’antico ruolo di ponte tra blocchi e civiltà.