Di lui si erano perse le tracce nel marzo del 2007, dopo un viaggio nell’isola di Kish, in Iran, nel Golfo Persico. E il 25 marzo 2020 la famiglia, dagli Stati Uniti, ne ha comunicato ufficialmente la morte. Ma dietro la storia di Robert Levinson, ex agente dell’Fbi e della Dea (l’agenzia federale americana antidroga), passato poi alla Cia, da anni persistono diversi interrogativi. L’ultimo è legato al suo decesso: per alcuni Levinson sarebbe scomparso mentre si trovava in custodia delle autorità iraniane, all’interno di un carcere. Per altri, invece, sarebbe sparito dopo aver lasciato l’Iran. “Non sappiamo quando o come sia morto, sappiamo solo che è stato prima della pandemia da coronavirus”, hanno scritto i familiari in un comunicato pubblicato sui social network. Ma, secondo quanto riportato da Repubblica, le autorità di Teheran avrebbero parlato di una scomparsa avvenuta dopo la visita nel loro Paese, rifiutando così ogni coinvolgimento diretto con la sua vicenda.

La reazione di Trump

Dopo la conferma arrivata dalla famiglia sulla morte di Levinson, il presidente americano, Donald Trump, ha dichiarato di non avere avuto conferme ufficiali che l’ex agente fosse deceduto, definendolo “un grande gentiluomo” e sottolineando di “non accettare” la notizia della sua scomparsa, nonostante le sue ormai note precarie condizioni di salute (soffriva di gotta, diabete e ipertensione). A novembre 2019, l’ex tycoon aveva fatto un appello alle autorità iraniane affinché lavorassero alla sua liberazione. Robert O’Brien, consigliere per la Sicurezza nazionale, in quella circostanza aveva specificato che l’inchiesta su Levinson era ancora aperta, ma che era convinzione di tutti credere che fosse morto tempo prima.

Teheran nega ogni responsabilità

Teheran, dal momento della sua sparizione nel 2007 a oggi, ha sempre rifiutato ogni responsabilità sul caso. Il portavoce del ministero degli Esteri, Abbas Mousavi, ha sottolineato “sulla base di prove credibili” che Levinson “aveva lasciato l’Iran da diversi anni per una destinazione sconosciuta”. Secondo quanto riportato da un articolo di Cnn, nel 2013, il presidente Hassan Rouhani, in un’intervista, aveva parlato della possibilità di cooperare sul caso e aveva detto: “Siamo disposti a dare un contributo e tutti i servizi di intelligence della regione possono riunirsi per raccogliere informazioni su di lui e per scoprire dove si trova”. Poi, negli anni, il rapporto tra i due Paesi si è deteriorato e lo scorso inverno Teheran aveva fatto sapere che la vicenda era ancora seguita da un tribunale che si occupa di questioni legate alla sicurezza nazionale. E “malgrado gli sforzi fatti” non era comunque stata trovata alcuna prova che l’ex agente fosse ancora in vita. In passato, anche l’amministrazione di Barack Obama aveva ipotizzato che Levinson avesse lasciato la Repubblica Islamica, senza però evidenze certe.

La storia di una sparizione

In base a quanto ricostruito da un’inchiesta della Associated Press del 2013, Robert Levinson, classe 1948, sparì sull’isola iraniana mentre stava partecipando a una missione non autorizzata, creata da un gruppo di analisti della Cia, che lo avevano pagato per avere alcune informazioni. Esperto di dinamiche criminali di tipo mafioso, dopo il suo pensionamento, nel 1998, Levinson aveva continuato a svolgere l’attività di investigatore privato autonomamente. Nella località iraniana, nota per essere una meta turistica, piena di contrabbandieri e criminali di ogni tipo, dopo aver incontrato un killer professionista, Levinson aveva preso un taxi e da quel momento sarebbe scomparso. Nel nulla. Per anni, dopo quell’episodio, gli Stati Uniti, pubblicamente, lo hanno descritto come un privato cittadino che si trovava nella piccola isola persiana per affari assolutamente personali. Ma l’ex agente sarebbe scomparso mentre indagava sul governo iraniano per conto degli Stati Uniti.

Lo scandalo della Cia

A lungo la Cia negò il proprio coinvolgimento in questa storia, ma quando il Congresso venne a sapere dell’operazione non autorizzata, l’agenzia finì al centro di uno dei più grandi scandali della sua storia più recente. In un processo decisionale interno, l’organizzazione agì contro tre analisti veterani (costretti a lasciare) e ne sanzionò altri sette. Secondo quanto ricostruito dai giornalisti dell’Associated Press, la Cia diede alla famiglia di Levinson 2,5 milioni di dollari per evitare che venissero rivelati i dettagli dell’accordo tra le parti e riscrisse le sue regole, limitando da quel momento in poi le modalità di coinvolgimento di “estranei” nelle operazioni con gli analisti. Tuttavia, anche dopo che i funzionari della Casa Bianca, dell’Fbi e del dipartimento di Stato appresero dei legami di Levinson con la Cia, la versione ufficiale non è mai cambiata e diversi dettagli legati alla sua vita restano ancora un enigma da risolvere. “È un privato cittadino, impegnato in affari privati in Iran”, avevano dichiarato le autorità americane subito dopo la sua sparizione.

Un caso delicato

Dietro all’insolita scomparsa di Levinson non è mai stata rilevata una causa ufficiale, ma soltanto ipotesi e ricostruzioni. Associated Press, oltre ad aver raccolto documenti di ogni genere, ha intervistato negli anni decine di funzionari americani e stranieri (in carica e non) per cercare di individuare le motivazioni della sua sparizione. Quasi tutte le persone coinvolte, ai giornalisti, hanno parlato a condizione di rimanere anonimi perché non autorizzati a discutere del caso e dei suoi dati sensibili. I legami tra il caso di Levinson e la Cia sono stati confermati la prima volta dall’inchiesta giornalistica nel 2010 e secondo quanto confermato da Associated Press, la testata avrebbe concordato tre volte di ritardare la pubblicazione della storia perché il governo americano affermava di lavorare a delle iniziative utili a riportare l’ex agente a casa, dalla sua famiglia.

Il video dal Pakistan

Dal momento della sua sparizione sull’isola del Golfo Persico, le autorità americane hanno avuto opinioni differenti sul luogo di una sua eventuale detenzione nell’area. Secondo quanto riportato da Il Post, per molti agenti ed ex agenti dell’Fbi, Levinson sarebbe rimasto in Iran, vivo. Per altri esponenti del governo americano, invece, l’ex spia si sarebbe spostata, visto che, alla fine del 2010, la sua famiglia ricevette un video da parte dei presunti rapitori che le autorità dissero provenire dal Pakistan. Ma i familiari, nel tempo, avrebbero ricevuto anche delle foto dall’Afghanistan di Levinson con addosso soltanto una tuta arancione. Una delle sue ultime immagini pubbliche.

Le ricompense

Il 6 marzo del 2012, in occasione del quinto anniversario della sua sparizione, l’Fbi decise di offrire una ricompensa da un milione di dollari a chiunque fornisse informazioni relative a un suo eventuale recupero o ritorno in America. L’iniziativa riempì cartelloni pubblicitari, radio, volantini e persino le linee telefoniche, occupate a chiedere aiuto a chiunque potesse avere informazioni utili sul caso. E il 9 marzo del 2015, l’Fbi aumentò la ricompensa a cinque milioni. Poi, il 4 novembre 2019, il programma di ricompense per la giustizia del dipartimento di Stato offriva una cifra ancora più alta: 20 milioni.

Il “giallo” del 2016

Nel 2016 la politica statunitense ricominciò a parlare di lui in seguito a un accordo, tra Teheran e Washington, che riguardava uno scambio di prigionieri tra i due Paesi e che portò alla liberazione del giornalista del Washington Post Jason Rezaian e di altri quattro cittadini americani. I familiari dell’ex spia sperarono di rivederlo in quella circostanza, ma dopo l’annuncio dell’accordo, la Casa Bianca aveva paventato l’ipotesi che Levinson non si trovasse più in Iran. In seguito, anche le autorità della Repubblica islamica avevano sostenuto di non essere a conoscenza delle sorti dell’ex agente e di non esserne nemmeno responsabili.

Il rapimento più lungo

Levinson è considerato ancora oggi il cittadino americano sequestrato per più tempo in tutta la storia del Paese. Il rapimento dell’agente ha superato, in termini di tempo, anche quello del giornalista Terry Anderson, detenuto per più di sei anni a Beirut, in Libano. Le ultime immagini dell’ex agente risalgono al 2011: indossa una tuta arancione, ha barba e capelli lunghi, una catena al collo e un cartello con la scritta interrogativa in inglese “Why you can not help me”. Che tradotto significa: “Perché non potete aiutarmi?”.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME