SOGNI DI DIVENTARE FOTOREPORTER?
FALLO CON NOI

Una bomba a orologeria pronta a esplodere da un momento all’altro provocando un effetto domino in tutto il resto dell’Asia, a maggior ragione nel sud-est asiatico. Il Pakistan cammina ormai da qualche anno sull’equilibrio della lama di un rasoio. Un equilibrio, tra l’altro, sempre più precario e soggetto ad almeno quattro forze centripete e tre centrifughe atte a romperlo in un battito di ciglia. I casus belli che potrebbero provocare l’implosione di Islamabad sono molteplici, a cominciare dalle numerose tensioni interne. Accanto all’enorme divario economico, che vede gli asset principali del Paese concentrarsi nelle mani di poche famiglie, troviamo le fratture etniche, quelle religiose (emblematiche le persecuzioni a danno delle minoranze, protette dalla Costituzione ma non adeguatamente salvaguardate) e una situazione politica piuttosto ambigua, minacciata dall’ombra dei talebani e dal radicalismo islamico. Ci sono poi le tre forze esterne, rappresentate da altrettanti nodi spinosi che il Pakistan, nel corso dei decenni, ha creato, direttamente o indirettamente, con altre nazioni.

Il braccio di ferro con l’India

Impossibile non partire dalla storica rivalità tra India e Pakistan, nata in concomitanza con l’indipendenza dall’impero britannico, ottenuta dai due Paesi il 15 agosto 1947. All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, dunque, il subcontinente indiano fu letteralmente diviso. È così che si originarono l’India, il Pakistan e, da una costola di quest’ultimo, e solo in un secondo momento, il Bangladesh. Da quel momento in poi, dato il mosaico di culture e religioni presenti in India fin da quegli anni, moltissime persone iniziarono a spostarsi da uno Stato all’altro cercando di penetrare nei territori affini alla propria cultura. Iniziarono a verificarsi scontri tra comunità, che si aggiunsero a vere e proprie rivendicazioni territoriali, su tutte la valle del Kashmir. Come ha sottolineato l’Economist, gli scontri tra India e Pakistan si sono sempre conclusi con la vittoria di Nuova Delhi, predominante grazie alle sue maggiori risorse. Islamabad, incapace di competere con mezzi e strumenti convenzionali, ha quindi iniziato ad utilizzare strumenti alternativi per destabilizzare l’Elefante indiano. Quali? Guerriglia locale, terrorismo e l’acquisizione di un arsenale nucleare. Al momento la situazione resta tesa ma non si segnalano picchi di violenza. Lo scenario potrebbe però peggiorare da un momento all’altro, come più volte avvenuto nel recente passato.

Il fronte indo-pakistano è quello in cui appare più probabile, o meglio dire meno improbabile, un confronto diretto tra potenze dotate di armi nucleari. L’alleanza con la Cina fu determinante per sviluppare in maniera completa il programma nucleare militare del Pakistan, che negli Anni Novanta ebbe sia l’occasione di beneficiare degli investimenti della Repubblica Popolare nella costruzione di infrastrutture ed impianti per lo sviluppo delle sue ambizioni atomiche che di acquistare dalla Corea del Nord tecnologia missilistica avanzata di origine cinese. Riequilibrando un’asimmetria che si era aperta negli anni Settanta.

Anche per via della sempre più “calda” rivalità indo-cinese nel corso del XXI secolo, la relazione tra le due ex componenti dell’India britannica è stata caratterizzata da momenti decisamente bui. Settant’anni di contrasti più o meno reiterati, infatti, continuano a focalizzare l’attenzione di India e Pakistan sulle stesse questioni del passato: i temi dominanti nelle contrapposte strategie concernono la rivendicazione congiunta della sovranità completa sulla regione del Kashmir, il bilanciamento militare dell’avversario, il contrasto della sua sfera d’influenza. Una nuova fase di depressione nelle relazioni indo-pakistane si è aperta in seguito agli efferati attacchi terroristici che a fine novembre 2008 hanno sconvolto la città di Mumbai, causando oltre 164 vittime. Dietro questi attacchi il governo di Nuova Delhi sospetta potesse celarsi la mano dell’ISI, l’apparato guida dei servizi pakistani; da allora in avanti, pochi segnali di distensione si sono intervallati a diverse fasi di inasprimento delle tensioni. Un tentativo di riavvicinamento fu compiuto nel marzo 2014, quando India e Pakistan siglarono un accordo per normalizzare le carenti relazioni economiche bilaterali e nel 2017 con il comune ingresso nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.

In entrambi i casi, a partire dai mesi successivi, gli elementi di conflittualità iniziarono nuovamente a prevalere. Nell’era della corsa alla “connettività”, della diplomazia a geometria variabile e delle strategie multilivello, nulla sembra poter schiodare India e Pakistan dalle posizioni conflittuali che le contraddistinguono. Veri e propri specchi l’uno dell’altra, i due Paesi sembrano quasi necessitare dell’esistenza della controparte e della conflittualità che li divide per potersi porre in maniera chiara e inequivocabile di fronte al resto del mondo: in riferimento al Pakistan, la vecchia questione della ricerca dell’identità nazionale, declinata a lungo dai vertici politico-militari in funzione anti-indiana, risulta sempre più attuale in una fase storica in cui il numero di cittadini indiani di religione musulmana sta avvicinandosi alla popolazione pakistana e si fanno sentire in maniera sempre più profonda le conseguenze della mancata realizzazione del programma del padre della patria Muhammad Ali Jinnah, fautore di uno Stato nazionale non legato alla semplice attestazione religiosa, del periodo post-indipendenza.

L’ascesa al governo dell’India di Narendra Modi, alfiere della filosofia nazionalista Hindutva, ha rinfocolato ulteriormente le tensioni bilaterali, culminate negli scontri di confine tra il 2019 e il 2020. Modi, dando forma al principio-guida dell’Hindutva che plasma l’azione del Partito del popolo indiano (Bjp), ha revocato unilateralmente l’Articolo 370 della Costituzione che garantiva uno status speciale alla regione del Jammu e Kashmir, aprendo a un durissimo braccio di ferro con il rivale Pakistan. Il quale a sua volta non ha mai desistito dal garantire sostegno e appoggio attivo ai gruppi di insurrezione attivi nella regione e a fornire santuari a organizzazioni ritenute terroriste da Nuova Delhi, a sua volta attiva nel promuovere indirettamente la causa dei separatisti dal Balochistan nel Sud del Pakistan. E anche se negli ultimi mesi i militari di ambo le parti stanno aprendo le porte al fronte del dialogo, è lecito supporre che le tensioni bilaterali continueranno a lungo a tener banco.

Il salvagente cinese e la via americana

A causa della sua importanza geopolitica, il Pakistan è conteso tra Stati Uniti e Cina. O meglio: tanto Pechino quanto Washington hanno collaborato e collaborano con Islamabad per centrare i propri obiettivi locali. Se il governo americano, soprattutto negli anni passati, considerava i pakistani validi alleati grazie ai quali prima bloccare l’avanzata comunista in Asia, poi stroncare la minaccia islamica (emblematiche le sovvenzioni economiche fornite dall’America al Pakistan per partecipare alla lotta al terrore), quello cinese è interessato a sfruttare al meglio il subcontinente indiano per estendere al massimo il progetto della Nuova Via della Seta. Il premier pakistano, Imran Khan, deve, da un lato, continuare a garantire prezioso ossigeno all’economia nazionale – derivante dai sostegni esteri – ma dall’altro fare in modo di non perdere alleati preziosi, seppur ridondanti.

Detto in altri termini, Islamabad non può chiudere definitivamente le porte a una tra Washington e Pechino per compiacere l’altra. Ed è così che, accanto agli ingenti investimenti cinesi per la realizzazione del Corridoio Economico Cina-Pakistan, un concentrato di investimenti dal valore di una sessantina di miliardi di dollari che dovrebbe concretizzarsi nell’edificazione di infrastrutture strategiche come strade, porti, centrali elettriche e aeroporti. Anche se il radicalismo religioso potrebbe minacciare – e talvolta lo fa – i piani cinesi, Pechino ha deciso di puntare sul porto di Gwadar. Dal canto loro gli Stati Uniti fanno sempre parte della partita. Anche se la notizia è stata smentita, pare che all’indomani del ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan il Pakistan possa fornire basi militari a Washington. L’ambigua politica di Islamabad procede a gonfie vele. Ma senza una strategia più complessa sarà difficile voltare pagina.

Il nodo Russia

Una nazione con cui il Pakistan ha avuto un rapporto meno profondo e, nel bene e nel male, “intimo” dopo il ruolo giocato a favore dei guerriglieri afghani negli Anni Ottanta, ma che sta diventando un partner sempre più strategico, è la Russia. Anzi, a ben guardare, studiando la storia pakistana del XX secolo, si può constatare come i rapporti con l’Unione Sovietica siano stati a lungo contraddistinti da una decisa ostilità, eccezion fatta per la breve parentesi costituita dall’era di Zulfikar Ali Bhutto che, forte di una sintonia di vedute sul piano economico con la superpotenza comunista, avviò un piano di riavvicinamento destinato, tuttavia, ad esaurirsi dopo la sua rimozione dal potere. Il Pakistan, guidato dalla dittatura militare di Zia-ul-Haq, giocò la carta dell’anticomunismo caratterizzandosi come il più stretto alleato degli Stati Uniti rinfocolando la contrapposizione tra Islamabad e Mosca che, non bisogna dimenticarlo, era ulteriormente acuita dalla relazione stretta che, nel secondo dopoguerra, ha sempre legato tra loro l’Unione Sovietica prima e la Russia poi all’India.

Negli anni a favorire una convergenza strategica tra Islamabad e Mosca, infatti, sono intervenuti il deterioramento delle relazioni tra Pakistan e Stati Uniti a seguito delle reciproche ambiguità diplomatiche connesse all’evoluzione dello scenario afghano e l’espansione delle vedute eurasiatiche della Russia, che negli ultimi anni sono arrivate a saldarsi apertamente con le prospettive geopolitiche cinesi. I primi endorsement russi al Pakistan si sono manifestati nel 2011, quando l’allora Primo Ministro Vladimir Putin dichiarò di sostenere in prima persona gli sforzi di Islamabad per aderire all’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, facilitando la road map che avrebbe portato all’adesione del Pakistan.

Lotta al terrorismo, distensione e questioni energetiche sono stati i temi centrali nei vertici russo-pakistani prodottisi a partire dall’inizio del nuovo decennio: la Russia, nonostante la storica amicizia con l’India, non ha ritenuto affatto incoerente, nell’ottica della sua prospettiva geopolitica, l’inclusione del Pakistan in una strategia ad ampio raggio volta a saldare gli interessi della Russia con quelli dell’Asia Centrale e Meridionale.

Il 21 novembre 2014, a Islamabad, i Ministri della Difesa di Russia e Pakistan, Sergei Shoigu e Khwaja Asif, hanno firmato un accordo di partnership militare che ha individuato nella lotta comune al terrorismo e nella stabilizzazione dello scenario afghano un terreno di comune interesse. L’interesse comune per la stabilità dell’Afghanistan, che nei mesi interessati dal ritiro delle truppe NATO si avvia a una fase di profonda incertezza, è altamente motivabile alla luce della volontà russo-pakistana di portare a compimento l’ambizioso progetto CASA-1000, destinato a veicolare il surplus energetico prodotto nelle centrali idroelettriche di Tajikistan e Kirghizistan verso Pakistan e Afghanistan, per il quale Mosca è interessata a rivestire la parte del socio di capitale e che si prevede destinato ad essere completato entro il 2023.

Mano a mano che il progressivo rafforzamento dell’asse geopolitico russo-cinese iniziava a delineare apertamente il nuovo scenario multipolare delle relazioni internazionali e accordi come il famoso “Sacro Graal energetico” da 400 miliardi di dollari cementavano ulteriormente i rapporti bilaterali, il nuovo vento positivo delle relazioni russo-pakistane si è inserito opportunamente in un quadro favorevole di ampio respiro.

È decisamente semplicistico attribuire la vocazione euroasiatica e l’interesse per il pivot to East del Cremlino come la conseguenza esclusiva della crescente ostilità tra la Russia e l’Occidente palesatasi in tutta la sua asprezza nel corso della crisi ucraina iniziata nel 2014: la conoscenza della storia della Russia e delle dinamiche storiche che hanno caratterizzato importanti fasi come quella del “Grande Gioco”, infatti, contribuisce a comprendere l’elevato interesse di Mosca per regioni dall’elevatissimo significato strategico, oggigiorno ulteriormente valorizzate dall’inclusione nel piano OBOR del governo di Pechino. Paesi come il Pakistan, a loro volta, dopo esser rimasti ai margini di tutti i processi di integrazione politica ed economica, ritengono la saldatura dei rapporti economici e politici con le potenze attive nell’attuale scacchiere asiatico come la premessa per una possibile convivenza di lungo termine e, di fatto, per un rapporto win-to-win.

La Russia non punta a sostituire l’India con il Pakistan, ma conduce due strategie parallele per le quali risulta decisiva l’intermediazione della Cina: Mosca rappresenta infatti un importante partner diplomatico favorevole alla stabilizzazione delle relazioni, troppo spesso tese, tra Pechino e Nuova Delhi, ma al tempo stesso, forte dei suoi nuovi orizzonti regionali, triangola con Cina e Pakistan secondo uno spirito fortemente pragmatico che, come tipico dell’attuale scenario che declina le alleanze a partire dalla partnership economica, si materializza principalmente attraverso lo sviluppo di piani estensivi per lo sviluppo infrastrutturale. E così, oltre al finanziamento del CASA-1000, la Russia fa perno sulle sue capacità logistiche per rendere la sicurezza energetica, tradizionale tallone d’Achille del Pakistan, la chiave della sua nuova amicizia con Islamabad, facendosi garante della realizzazione di un progetto da 2 miliardi di dollari volto a costruire un gasdotto collegante Karachi e Lahore e destinato a soddisfare il 30% del fabbisogno del Pakistan. Paese che è al centro del grande gioco che disegna le rotte geostrategiche del XXI secolo. E che in Mosca trova un amico e un partner impensabile fino a pochi anni fa, interessato a ritagliarsi degli spazi nel contesto di un nuovo confronto bipolare che spinge le potenze terze a cercare margini di manovra ove concesso.