Indicato come uomo forte di Riad, addirittura come sovrano de facto del paese arabo, adesso Mohammad bin Salman si trova impelagato nel prepotente ritorno dei suoi nemici e rivali interni ai Saud. Un ritorno figlio dei tanti fallimenti in politica estera oramai conclamati e che, tra le altre cose, rischiano di provocare il collasso delle casse saudite. 

I fallimenti in politica estera di Mohammad bin Salman

La sua scalata al potere appare netta e decisa dal 2015 in poi. In un Paese abituato ad essere governato da ottuagenari e dove anche coloro che sono indicati come principi ereditari non hanno meno di 70 anni, l’avanzata verso il trono del poco più che trentenne Mohammad bin Salman assume caratteri molto più che curiosi. Essa è legata, a sua volta, alla scalata di suo padre Salman. Quest’ultimo fino al 2012 non appare destinato ad essere futuro sovrano, ma i due principi ereditari designati da re Abd Allah, Sultan e Nayef, muoiono a distanza di pochi mesi tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012. A quel punto Salman viene designato erede ed il figlio Mohammad inizia a bruciare le tappe e ad avere incarichi prestigiosi dentro la corte. Padre e figlio completano la scalata nel gennaio 2015: alla morte di Re Abd Allah sul trono sale Re Salman, il quale nomina Mohammad bin Salman ministro della difesa.

Da questo momento in poi la linea della politica estera è dettata dal rampollo di casa Saud. Con la protezione del padre, le mosse di Mohamed bin Salman iniziano ad essere le uniche della famiglia reale. Ed è proprio nel 2015 che inizia la prima e, al momento, anche la più fallimentare avventura dell’Arabia Saudita all’estero: la guerra nello Yemen. L’intervento contro gli sciiti Houti ha luogo nel marzo 2015 e, dopo gli annunci di un conflitto lampo, il tutto invece si rivela un clamoroso disastro. A più di tre anni di distanza la guerra è ancora in corso e la coalizione a guida saudita ha perso soldi, uomini e mezzi rimanendo impantanata in un conflitto che appare con poche vie d’uscita

L’altro punto importante della linea di politica estera voluto da Mohammad bin Salman, riguarda l’accentuazione del braccio di ferro con l’Iran. La rivalità tra i due paesi raggiunge l’apice e la stessa guerra nello Yemen appare come un conflitto per procura al fine di indebolire Teheran ed i suoi alleati. Nel giugno 2017, dopo la visita di Donald Trump a Riad, il governo saudita insieme agli alleati della penisola arabica impone l’embargo al Qatar. Ufficialmente Doha viene accusata di continuare a sostenere il terrorismo e l’Arabia Saudita, con Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed inizialmente Egitto, decide di chiudere i confini mettendo in difficoltà le aziende qatariote. In realtà, anche dietro questa mossa, vi è il tentativo di imporre nella regione la linea saudita di contrapposizione all’Iran. Il Qatar infatti ha rapporti con Teheran, assieme gestiscono un grande giacimento sepolto nello specchio d’acqua tra i due Paesi e, complessivamente, Doha appare essere più autonoma dall’Arabia Saudita. Ma pure in questo caso Mohammad bin Salman va incontro al fallimento.

Il Qatar infatti non rimane isolato: riceve aiuto dalla Turchia, riceve armi dagli stessi Stati Uniti e rinsalda i rapporti con la Russia. Dulcis in fundo, Doha e Teheran intraprendono un dialogo sempre più stretto capace anche di rifornire il piccolo emirato di tutta la merce che non arriva più dal confine saudita. In poche parole, l’Arabia Saudita di Mohammad bin Salman esce sconfitta anche da questo fronte. La scure anti iraniana imposta dal principe ereditario si abbatte a novembre sul Libano. Il primo ministro Hariri, il quale ha la doppia cittadinanza libanese e saudita, a novembre viene costretto a dimettersi. L’annuncio però arriva da Riad e non da Beirut: di fatto Hariri appare obbligato a rimanere in territorio saudita ed a lasciare l’incarico di capo di un governo di cui fa parte anche Hezbollah. 

La mossa voluta, almeno stando alle fonti di Riad, da Mohammad bin Salman non va in porto. Anzi, non solo Hariri torna in Libano da primo ministro, ma nelle elezioni di pochi mesi fa gli sciiti di Hezbollah hanno visto l’aumentare del proprio numero di seggi. Forse questo segna, almeno per il momento, il definitivo fallimento della politica estera voluta dall’erede al trono. 

Fallimenti anche interni da parte del principe

Se la politica estera appare fallimentare, quella interna risulta addirittura ridimensionata dallo stesso sovrano. Mohammad bin Salman nel 2015 lancia “Vision 2030”, un programma che mira a rendere l’Arabia Saudita meno dipendente dal petrolio in economia. Perno di Vision 2030 è la privatizzazione del 5% di Aramco, il colosso saudita dell’energia, che frutterebbe da subito cento miliardi di Dollari nelle casse dei Saud. Ma il progetto viene fermato da Re Salman: l’anziano genitore vuole ancora dimostrare di essere lui al potere e pone il veto su questa fondamentale tematica. La privatizzazione fallisce e Vision 2030 è destinato ad arrancare. 

Tutto questo sta aprendo il fianco al ridimensionamento di Mohammad bin Salman ed a potenziali contrattacchi degli avversari, osteggiati ed in alcuni casi messi fuori gioco negli ultimi anni. Il ramo dei Saud rimasto in “minoranza” dall’avvento del giovane principe ereditario, sulla scia degli insuccessi dell’erede al trono adesso inizia a scalpitare ed a chiedere di essere ascoltato. A partire da Mohammad bin Nayef, zio di Mohammad bin Salman ed esautorato dal suo ruolo di erede dal trono, che Re Salman ha destinato improvvisamente al figlio. Ma tanti altri, all’interno di casa Saud, sono pronti alla prima occasione a chiedere la testa del rampollo non più tanto prodigio.