Tutti i dubbi sul memorandum libico

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Era il mese di giugno del 2017: il mondo politico italiano era alle prese con la parte finale di una legislatura che ha visto l’avvicendarsi di tre governi targati Pd, da più parti era forte l’idea, in seguito confermata, di essere alla vigilia di uno stravolgimento del quadro viste le elezioni previste nel mese di marzo del 2018. A Palazzo Chigi dal mese di dicembre, dopo le dimissioni di Matteo Renzi, è insediato Paolo Gentiloni: è a lui che il Pd ha affidato il compito di traghettare verso la sua scadenza naturale la legislatura.

Le rotte dei migranti per raggiungere l’Europa (Infografica di Alberto Bellotto)

Ma i dem avevano in quel momento una grande paura, corrispondente ad una ben evidente incognita: l’erosione del consenso a causa dei numeri legati al fenomeno migratorio. Il mese di giugno del 2017 è passato alla storia come uno dei più drammatici sotto questo profilo: a sbarcare sono stati infatti 23.160 migranti, di cui 12.000 in appena 48 ore nei giorni finali del mese. Ed è stato in questo contesto che al Viminale inizia a farsi strada un’ipotesi: un memorandum con la Libia.

Quell’accordo figlio dell’emergenza

Tra maggio e giugno del 2017, complessivamente sono sbarcati più di 50.000 migranti. Per dare un’idea, nel solo 2018 ne sono arrivati nel nostro paese 21.000, tra gennaio ed ottobre 2019 meno di 10.000. La macchina dell’accoglienza in quei mesi era al collasso, le forze dell’ordine sovraccaricate di lavoro, i cittadini sempre più insofferenti. E tutto questo a meno di un anno dal voto. Dunque, l’obiettivo in quel momento per il governo Gentiloni era quello di tamponare l’emergenza. Non è un caso se quei due mesi sono tornati in questi ultimi giorni d’attualità. Nello Scavo su Avvenire il 4 ottobre scorso ha scoperto un incontro al Cara di Mineo avvenuto l’11 maggio 2017, a cui tra gli altri ha partecipato Abdou Rahman Al Milad. Quest’ultimo è meglio conosciuto come Bija ed è etichettato da più parti come uno dei più pericolosi trafficanti. Eppure in Italia è in quel momento nelle vesti di membro della Guardia Costiera del suo paese. Un presunto trafficante trasformatosi in guardiano, una storia non unica e né rara nella storia della Libia post Gheddafi.

Gentiloni e Minniti dunque, spinti dall’emergenza hanno iniziato a trattare con i libici. Ben si sa però come a Tripoli è in sella un governo sì sostenuto dall’Onu, sì appoggiato dall’Italia ma indubbiamente poco affidabile: l’esecutivo guidato da Fayez Al Sarraj a malapena controlla il proprio quartier generale, non ha un vero e proprio esercito al suo fianco ed è estrema rappresentazione di quello che può significare il fallimento di uno Stato. Ma l’Italia ed il governo in quel momento in carica hanno la necessità di rivedere i libici controllare le proprie coste.

In quei mesi dal Viminale sono partite le iniziative legate al codice delle Ong, con le prime limitazioni all’attività delle organizzazioni non governative, e per l’appunto anche quelle che hanno poi portato al memorandum con la Libia. Dalla parte più a sinistra del Pd inizialmente si sono levati malumori, ma il governo è andato comunque avanti su questa linea: accordi con i libici volti a dare soldi e mezzi alla Guardia Costiera di Tripoli. Ed i numeri poi alla fine hanno acquietato ogni polemica: già a luglio gli sbarchi sono risultati dimezzati, i numeri hanno iniziato a segnare un trend in discesa e nessuno poi, per quasi due anni, si ricorderà del memorandum. Nemmeno quando, già sul finire del 2017, un reportage della Reuters ha avanzato l’ipotesi che almeno una parte dei soldi sganciati da Roma sia finita nelle tasche di discutibili milizie libiche.

Le tante contraddizioni venute a galla

Il resto è storia dei giorni nostri: le elezioni del 2018 hanno permesso l’avvio di un governo gialloverde, con l’innesto di una linea guidata dal nuovo ministro Matteo Salvini vocata al pugno di ferro contro le Ong. Poi, un anno dopo, è arrivato il ribaltone, con il ritorno al governo del Partito democratico. Ed all’interno dei dem tornati in maggioranza, sono riesplose le contraddizioni interne al partito legate all’immigrazione. La parte più a sinistra del Pd, ha messo nel mirino, con la sponda di LeU, proprio il memorandum voluto da Gentiloni e Minniti. Nonostante le pressioni anche delle Ong, alla fine le intese con Tripoli sono state rinnovate automaticamente. A Palazzo Chigi ed alla Farnesina, al fianco delle esigenze legate ai sondaggi, ben conoscono anche quelle dovute alla realpolitck: quasi impossibile, nel contesto attuale, poter fare un passo indietro nell’appoggio al governo di Al Sarraj.

Certo è che le mosse del 2017 sono state dettate dall’emergenza, dalla fretta di chiudere un accordo che potesse dare immediati riscontri sul campo. Ma, a ben vedere, per capire meglio cosa è successo due anni fa occorre fare altri passi indietro. Quelle emergenze non sono capitate a caso e non sono figlie soltanto di fattori esterni al nostro paese. Il governo Gentiloni di fatto si è ritrovato a gestire un’emergenza creata in buona parte dal suo stesso partito. Non è un mistero che da più parti è emersa, negli ultimi anni, una ricostruzione che ha poi trovato riscontro nei numeri: in un primo momento, sia Renzi che Gentiloni hanno sperato in una maggiore flessibilità sui conti in ambito europeo in cambio dell’accoglienza dei migranti. A questo, occorre aggiungere una politica italiana sulla Libia superficiale dove soltanto nel 2016 è potuto ritornare un nostro ambasciatore.

Un mix che ha provocato poi l’emergenza su cui Gentiloni e Minniti sono intervenuti con il memorandum. Un’emergenza che, a livello politico, come un gatto che si morde la coda avrà ancora strascichi nei prossimi mesi all’interno della maggioranza visto che i rapporti con la Libia saranno argomento di scontro in sede di decreto per il finanziamento delle missioni internazionali. E sarà lì che potrebbe emergere un braccio di ferro tutto interno al Pd: la parte a sinistra del partito darà battaglia, tutti i vari nodi verranno al pettine. E la pressione su Giuseppe Conte potrebbe produrre non pochi grattacapi all’intero esecutivo.

Ma al di là delle vicende che, in questo caso, investono il Pd è da rimarcare come, sul dossier libico, appare ben evidente la difficoltà generale della classe politica italian, incapace di trovare soluzioni a lungo termine sull’immigrazione che passino, in primo luogo, per una ritrovata stabilità della Libia.