Il mondo dei servizi segreti italiani è stato interessato da importanti cambiamenti strutturali dopo la fine del governo Conte II. La nomina del prefetto Franco Gabrielli alla carica di autorità delegata alla sicurezza della Repubblica e la scelta dell’ambasciatrice Elisabetta Belloni alla guida del Dis, la struttura di coordinamento delle agenzie di sicurezza italiane, rivelano la volontà del governo di Mario Draghi di affidare a figure di sicura affidabilità e elevata professionalità una fase critica per l’intelligence italiana. Caratterizzata dalla necessità di una normalizzazione, dalla volontà di superare rivalità intestine e appetiti politici per riportare i servizi a una condizione di più serena operatività. Ora più che mai necessaria alla luce delle sfide sistemiche che il Paese deve affrontare e di cui i servizi, come testimonia l’ultimo rapporto Dis, sono decisamente al corrente.

Per completare la quadratura del cerchio della normalizzazione dei servizi manca oramai solo la nomina di un esponente dell’opposizione, impersonata dal solo gruppo di Fratelli d’Italia, alla guida del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. Le recenti dimissioni del presidente leghista del Copasir Raffaele Volpi segnano una possibile svolta in tal senso ma non pongono certamente fine al dibattito politico che si è scaricato sul comitato di vigilanza sui servizi che la Legge 124 del 2007 assegna, nella sua direzione, esplicitamente a una forza di opposizione.

Le dimissioni di Volpi non frenano la sfida

Il Copasir, anche per l’impegno di Volpi e del suo vice e aspirante successore, il senatore Fdi Adolfo Urso, ha assunto negli ultimi tempi una postura sempre più assertiva, aumentando lo scrutinio sulla tutela degli asset strategici dell’economia nazionale ritenuti passabili di scalate straniere, convocando in audizione i manager e gli esponenti di punta delle società partecipate e delle banche per valutare l’impatto del Covid-19 a livello sistemico, sentendo esponenti dell’ex governo Conte II sugli affari più delicati della politica estera nazionale. Il suo controllo è stato oggetto di una forte querelle tra le due formazioni guida del centrodestra: la Lega teme che il controllo di uno snodo strategico tanto importante accrediti con sempre maggior forza il partito di Giorgia Meloni di fronte agli alleati internazionali dell’Italia e ha dovuto subire le pressioni degli alleati temporanei in seno al governo Draghi, primo fra tutti il segretario del Pd Enrico Letta, per il rispetto del diritto delle opposizioni; Fdi ha promosso, soprattutto tramite Urso, una tambureggiante campagna arruolando giuristi, politologi e costituzionalisti per difendere le sue ragioni. In questo braccio di ferro, l’operatività del comitato è stata pressoché azzerata dall’abbandono dei lavori da parte di Urso, del forzista Elio Vito e, ora, di Volpi e del collega di partito Paolo Arrigoni. Ma i dossier scottanti restano sul tavolo.

Il Copasir deve valutare possibili fattori di criticità sul settore biomedicale e possibili minacce alla campagna vaccinale; dovrà scrutinare terreni di competizione in cui l’Italia è all’interno di partite di rilevanza internazionale come la corsa al 5G e la partita dei semiconduttori; proporre nuovi terreni in cui, potenzialmente, applicare la normativa del golden power; confrontarsi con i nuovi vertici dell’intelligence, Gabrielli e la Belloni, per costruire un rapporto di fiducia reciproca spesso carente ai tempi della direzione del Dis da parte di Gennaro Vecchione. E dovrà occuparsi dei vari spygate, da quelli del passato ai casi più recenti, che appaiono probabilmente la causa principale dei ritardi che bloccano la prosecuzione dei lavori.

Renzi, Salvini, Letta, Conte: tatticismo sul Copasir

La Stampa riferisce che nei prossimi mesi sono previste due audizioni cruciali: quella di Gabrielli sull’indagine interna dei servizi italiani sul caso dell’incontro tra Matteo Renzi e il funzionario dei servizi Marco Mancini, uscito in extremis dalle liste per le ultime nomine di intelligence dell’era Conte, e quella dello stesso ex premier e sindaco di Firenze che “dovrà riferire al Copasir circa le accuse da lui stesso rivolte all’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte (di nuovo in ballo),che avrebbe autorizzato colloqui irrituali nell’estate del 2019 tra i nostri servizi e il procuratore statunitense William Barr. E se Renzi dovesse portare elementi nuovi, a quel punto il Copasir potrebbe convocare Conte”, che proprio sulla gestione superficiale dei “giochi di spie” e sull’eccessiva brama di controllo sull’intelligence ha bruciato parte della credibilità politica il cui declino ha contribuito alla fine della sua esperienza di governo.

In quest’ottica, Conte si è schierato sulla stessa linea di Letta nel sostenere le richieste, inappellabili stando alla lettera della legge, della Meloni sulla presidenza del CopasirMatteo Salvini e Matteo Renzi, invece, si trovano sulla stessa linea nel cercare di minimizzare il peso degli incontri tra politici e funzionari dei servizi e hanno una linea maggiormente in sintonia: non a caso, nella giornata del 20 maggio in cui Volpi ha dovuto dimettersi dopo che l’abbandono dei lavori del Copasir da parte dei tre membri del Movimento Cinque Stelle e del dem Enrico Borghi ha fatto venire meno il numero legale, l’esponente di Italia Viva, Ernesto Magorno, non ha seguito le mosse degli ex alleati nel governo giallorosso. Di fatto, in un certo senso, lo stallo che ritarda da oramai tre mesi il pieno dispiegamento dei lavori del Copasir non è sconveniente per molte parti in causa.

Il Pd mira a allargare il cuneo che divide la Lega e Fratelli d’Italia; Conte e Renzi, avversari politici e personali irriducibili, sono paradossalmente accomunati dalla volontà di ritardare o depotenziare il redde rationem delle audizioni che li vedono, in diverse forme, coinvolti; la Lega può giocare sul fatto che sono state le dimissioni di Volpi a dettare i tempi e rilanciare sulla proposta di Salvini di azzerare il comitato per allungare la trattativa politica.

Il rischio stallo può bloccare il Copasir

Questo schema, però, riporta la politica italiana alla competizione diretta e continua sui servizi, patrimonio comune della Repubblica che andrebbe tenuto al riparo dalle tattiche politiche di piccolo cabotaggio e riportato all’operatività. L’importanza dei dossier strategici travalica quella delle audizioni a cui sono chiamati in causa politici ed ex membri delle istituzioni e rappresenta la vera giustificazione per ritenere necessario un accordo in tempi brevi. Il Copasir ha dimostrato in passato di poter operare con unità d’intenti sia durante il periodo di direzione dell’attuale ministro della Difesa Lorenzo Guerini sia nell’era Volpi. Non è il colore della presidenza, che spetta ex lege a Fdi, a fare la differenza, ma la qualità degli uomini chiamati in causa e la presenza di un comune interesse politico a rendere il Copasir efficace e proattivo a fare la differenza. Ogni polemica va messa alle spalle per completare col terzo tassello la decisiva normalizzazione di cui l’intelligence italiana ha bisogno.