Buchi temporali e contraddizioni. La conferenza stampa del premier Giuseppe Conte dopo l’audizione al Copasir non convince per diversi motivi.

Cominciamo col dire che le versioni di Conte e Donald Trump sono diverse. Soltanto una settimana fa, nello Studio ovale con il presidente Sergio Mattarella, Trump ha dichiarato che in merito all’inchiesta condotta dall’Attorney general William Barr e dall’avvocato John Durham sulle origini del Russiagate, “si è cercato di nascondere ciò che è stato fatto in alcuni Paesi e uno di questi potrebbe essere l’Italia”. “Non conosco i dettagli”, ha affermato il presidente Usa, sottolineando però che le elezioni del 2016 sono state “corrotte” e che la corruzione “potrebbe arrivare fino al presidente Obama”.

Non solo. Quest’estate, l’avvocato di Trump, Rudy Giuliani, intervistato da Fox News, aveva anticipato i contenuti dell’indagine preliminare. “Ci sono molte prove di ciò che è accaduto in Ucraina. Numerose prove di ciò che è accaduto nel Regno Unito. In Italia. Questa è stata una cospirazione globale che ha cercato di privare il popolo americano della persona che ha eletto presidente”. Secondo Conte, invece, lo scopo dell’indagine condotta da Barr e Durham “era verificare l’operato di agenti americani. Non era messo in discussione l’operato dell’intelligence italiana”, ha ribadito. Eppure, come riportato da Repubblica il 7 ottobre, l’incontro fra Barr e i nostri servizi fu autorizzato, secondo Palazzo Chigi, “nell’interesse dell’Italia di chiarire quali fossero le informazioni degli Stati Uniti sull’operato dei nostri servizi all’epoca dei governi precedenti”, quindi Renzi e Gentiloni, diversamente da quanto spiegato ieri dal presidente del Consiglio.

“Giuseppi”, insomma, minimizza. Ma sappiamo benissimo che Barr e Durham non sono tornati a casa a mani vuote dopo i due incontri con i vertici dei servizi segreti italiani. Come riporta Fox News, l’indagine del procuratore John Durham “si è estesa” sulla base “di nuove prove raccolte durante un recente viaggio a Roma con il procuratore generale William Barr”. A Roma, dunque, gli americani avrebbero appreso qualcosa di estremamente importante. Che cosa?

La difesa d’ufficio di Conte

Come abbiamo spiegato, l’obiettivo di Conte era quello di chiarire la tempistica e dimostrare di non aver fatto alcun favore personale a Trump autorizzando i nostri servizi segreti ad incontrare Barr. Secondo aspetto, era quello di sottolineare che il tutto si è svolto secondo i canali diplomatici ufficiali. Terzo e ultimo obiettivo di Conte era, inoltre, quello di non far innervosire gli alleati di governo del Pd affermando che l’inchiesta di Barr e Durham riguarda solamente l’operato degli agenti americani e non i nostri servizi o i governi dem.

Ma i punti oscuri non chiariti da Conte sono numerosi, come rileva anche il Corriere della Sera. Innanzitutto, William Barr è un politico dell’amministrazione Trump. E dunque Conte avrebbe potuto e dovuto partecipare agli incontri invece di “mettere a disposizione” di un altro Paese, anche se alleato, i vertici degli apparati di intelligence. “Così non è andata – osserva il Corriere della Sera – e adesso dovranno essere proprio il direttore del Dis Gennaro Vecchione, quello dell’Aise Luciano Carta e dell’Aisi Mario Parente a dover rispondere alle domande dei parlamentari del Comitato di controllo”. Da notare che è stato lo stesso Conte ad ammettere che “dopo la richiesta arrivata a giugno per via diplomatica” sono state “effettuate ricerche in archivio, reperiti documenti, svolti accertamenti”.

Un buco di due mesi

Conte ha dichiarato che l’interlocuzione con Barr, che voleva avere notizie sull’operato di agenti dell’intelligence Usa in Italia nella primavera-estate del 2016, è avvenuta “in piena legalità e correttezza” – anche se l’indagine di John Durham, dopo la visita a Roma, si è estesa anche al 2017. Inoltre, il presidente del Consiglio ha spiegato ai giornalisti che la prima richiesta di informazioni dagli Stati Uniti, nell’ambito dell’inchiesta “preliminare” e – non giudiziaria – arriva a giugno. Per il tramite dell’ambasciata italiana a Washington, “non a me direttamente. Io non ho mai parlato con Barr”. in quei due mesi e mezzo, tuttavia, non si sa cosa è successo fra Usa e Italia.

Come sottolinea La Verità, “Conte non rivela la data esatta in cui è stato sollecitato, ma soprattutto non spiega che cosa sia successo in quei due mesi. O al massimo in quel mese e mezzo. Il premier ha inviato una risposta, come sembrerebbe logico, tramite gli stessi canali diplomatici? Sì è esposto in qualche modo o si è limitato a far passare tutto quel tempo per poi girare la patata a Gennaro Vecchione in data 15 agosto?”

Il mistero Joseph Mifsud: Conte nega

Al centro dell’indagine preliminare di Durham c’è il misterioso docente maltese Joseph Mifsud. Nel mirino, come più volte abbiamo rimarcato, c’è la il prof della Link e la sua rete di relazioni, anche con l’intelligence straniera. Conte ha spiegato che, in questo contesto, “ma non è mai stato offerto alcun elemento, ci poteva essere l’eventualità che avesse lavorato insieme ai nostri servizi”, ma abbiamo chiarito “agli americani che siamo estranei e non avevamo informazioni”. “Dalle verifiche fatte – ha aggiunto il premier – non è emerso alcun elemento di coinvolgimento della nostra intelligence, né di singoli dipendenti”. 

Quindi, il “professore” che docente non è, accusato di essere una spia russa da James Comey e in parte da Robert Mueller – anche se non è mai stato trattato come tale – o un “agente sabotare” che ha provato a incastrare Trump, frequenta i nostri ambienti diplomatici, d’intelligence e accademici, ha strettissimi legami con mezzo mondo politico e non solo, e nessuno sa nulla? Come abbiamo raccontato su questa testata, gli americani sanno perfettamente che Mifsud era nascosto in Italia fino alla scorsa primavera, poco prima della pubblicazione del rapporto Mueller.

Sappiamo anche, come riportato dal Daily Beast, che Joseph Mifsud avrebbe fatto domanda di protezione alla polizia in Italia dopo essere “scomparso” dai radar e dalla Link University di Roma. Il docente avrebbe fornito una deposizione audio nella quale spiegherebbe perché “alcune persone” potrebbero fargli del male. Una fonte del ministero di Giustizia italiano, parlando a condizione di anonimato, avrebbe confermato che Barr e Durham hanno ascoltato il nastro e ci sarebbe stato uno scambio di informazioni fra i procuratori americani e l’intelligence italiana. Ma anche questo aspetto Conte non lo ha chiarito.

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