Giunge al termine la notte delle midterm 2022. Un risultato in parte fisiologico, in parte inatteso con una red wave che non diventa tsunami. Sebbene l’interpretazione delle cifre elettorali si presti a molteplici intrecci di cause e concause, sono numerosi gli errori recenti dei quali il Partito Democratico deve dolersi nonostante non sia arrivata la tanto profetizzata stangata.
La scelta di Joe Biden e gli errori di Hillary Clinton
Il più grave di tutti, e non solo con il senno del poi, è stato senza dubbio la scelta di Joe Biden. Esaurita la spinta progressista del primo mandato di Obama, il Partito è inciampato prima nell’operazione Hillary Clinton e poi in quella dell’ex vicepresidente di Obama. Se la prima aveva portato con sé l’esperienza di lungo corso ma un’immagine eccessivamente di establishment, il secondo è apparso una scelta quasi obbligata. Una sorta di cortesia istituzionale, nella doppia illusione che l’ex Senatore del Delaware potesse far rivivere “lo spirito del 2008” e che potesse sanare le lacune dell’approccio di Clinton, soprattutto quello verso la working class e le donne.
Con Clinton l’errore di valutazione era stato su entrambi i fronti: il porsi come signora borghese dell’upper class tanto da oscurare le capacità personali da politico di razza e quella degli elettori (soprattutto delle elettrici) che non hanno mai abbandonato il provincialismo con cui bollarla una sempiterna moglie di. Con Biden si è fatto un errore buonista: un veterano della politica, un uomo perbene, mite, forse troppo: sprovvisto di quella carica energica, del carisma da leader che dovrebbe contraddistinguere il Presidente. Sebbene uscito vincitore dalle primarie, anche per via della rendita di cui gode un ex n.2, il problema è solo uno: Biden non doveva esserci a quelle primarie.
Perché nonostante le correnti, le divergenze, il volto di un partito che è alla Casa Bianca finisce per essere il suo Presidente in carica, al di là delle sue idee politiche e del suo carisma. E di visione dei dem, in Biden, ce n’è stata poca. Dalla campagna elettorale giocata sulla difensiva contro Trump all’assenza di una dottrina Biden, dalle mosse energiche tardive in politica internala alla politica estera pasticciata. Gli ultimi due anni, certo, non hanno potuto contribuire a fornire una congiuntura favorevole e un clima disteso: ma se dalla crisi poteva nascere un New Deal 2.0, i tonfi sono stati tanti e clamorosi.
Il tradimento della working class
Biden, tuttavia, è un ottimo capro espiatorio per le mancanze democratiche. Gli errori di valutazione dei dem, infatti, risalgono almeno al 2012 e hanno a che fare con il tradimento di buona parte della base democratica. Negli anni Trenta era stato Roosevelt a forgiare il nuovo blocco elettorale “blu”, del quale facevano parte la classe dirigente del Sud (dixiecrats) che era stata lo zoccolo duro conservatore del Partito Democratico e i farmers che facevano affidamento sui provvedimenti del governo per uscire dal disastro economico. L’altra componente democratica era costituita dai lavoratori industriali (labor) a cui sindacati dovevano i negoziati triangolari con patronato e Governo. Inoltre, nello stesso periodo entrarono a far parte del Partito Democratico i nuovi immigrati (ethnic). L’altra componente che rinsaldò l’amministrazione Roosevelt e contribuì a diffondere un’immagine positiva del Partito furono gli intellettuali progressisti (liberal) delle città e delle università, chiamati a mettere appunto idee innovative e programmi pubblici. Così, questa coalizione trasversale costituì qualcosa di politicamente inedito che è andato consolidandosi nel tempo.
Gli errori degli ultimi dieci anni sono strettamente legati all’allontanamento dalla working class, che si è consumato come uno stillicidio, andando a nutrire le fila dei trumpiani e dei Repubblicani. Il partito, infatti, ha perso progressivamente appeal non solo nella classe operaia bianca, ma fra i non bianchi, in particolar modo gli ispanici. I consensi, invece, hanno cominciato a volare fra gli istruiti della middle e upper class, ubriacando gli strateghi di partito che hanno cominciato a inseguire i convinti e trascurare gli operai. Da lì, l’acceleratore e l’ossessione maniacale per temi fortemente intellettuali che, seppur battaglie sacrosante, sono percepiti come “propaganda per ricchi”: la difesa dell’ambiente, la democrazia e le moral issues, il controllo delle armi.
Bernie Sanders, la Rust belt, il trumpismo
Dall’alto di questo pulpito hanno attaccato Trump e il trumpismo, dimenticando di concentrarsi anche sui contenuti del programma elettorale del tycoon e non solo sulla figura di Trump, in un momento di transizione molto delicato per il Paese. Ma soprattutto il Partito è rimasto silente di fronte alle suggestioni interne: nonostante il Partito non si sia mai configurato come una sinistra europea, le richieste dalla far left sono rimaaste inascoltate. L’eccentrico Bernie Sanders, benché avesse poche speranze-come profilo-di vincere le primarie, era stato frettolosamente messo a tacere e schernito come “fuori dal mondo”. Il “fenomeno Sanders” è stato ignorato sia nel 2016 che nel 2020 assieme alla sua capacità di dare voce all’America arroccata, rurale, profonda, volgendosi spesso verso quel popolo che ha in parte inviato Trump alla Casa Bianca.
Che dire poi della Rust belt, vecchio motore industriale del Paese? I dem sono riusciti a interpretare poco e male il cambiamento economico e simbolico di questo spicchio di Usa che si è ritrovato orfano del suo ruolo di luogo benedetto dell’America fordista. Qui si è fatta strada l’idea che la classe lavoratrice bianca sia stata scacciata ai margini del sogno americano, o peggio ancora, nascosta dietro le quinte come un parente imbarazzante. Qui, da decenni, il tasso di occupazione langue e la sindacalizzazione si è quasi dimezzata negli ultimi cinquant’anni. Qui Trump ha saputo soffiare il messaggio MAGA con astuzia, proprio dove le componenti economiche di cambiamento si sono andate mescolando a un costante fenomeno migratorio e alle ataviche sacche di suprematismo bianco: il trumpismo ha fomentato lo scontro razziale, anteponendogli la questione economica e sociale, trovando campo praticamente libero.

