Tutti gli attori che possono ribaltare il quadro in Libia

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Il dossier libico sta subendo in queste ultime settimane repentini mutamenti. Lo dimostra la dichiarazione su un possibile cessate il fuoco giunta nello scorso mese di agosto, al pari delle ultime iniziative diplomatiche svolte in Marocco e in Svizzera, dove diverse parti in causa hanno ripreso a parlare dopo mesi di freddezza.Per non parlare delle annunciate dimissioni di entrambi i governi, sia quello riconosciuto dalle Nazioni Unite di Fayez Al Sarraj e sia quello stanziato in Cirenaica guidato da Al Thani. Non solo: è rimasta sempre in primo piano la questione legata la petrolio, con la produzione ripresa ma solo parzialmente e in un contesto per il momento non molto chiaro. In poche parole, a prescindere dalle diverse posizioni e prospettive, qualcosa in Libia sembra muoversi. E questo perché le potenze straniere che hanno un ruolo nel Paese nordafricano stanno ricominciando a mettere il dossier nuovamente in cima alle rispettive agende politiche.

Il ruolo di Russia e Turchia

Spesso additate come le uniche vere potenze in grado di incidere, sia Mosca che Ankara senza dubbio negli ultimi 12 mesi hanno accresciuto la propria influenza in Libia. Il Cremlino appoggia le autorità posizionate in Cirenaica, a partire dalla Camera dei Rappresentanti presieduta da Aguila Saleh Issa. La Russia da anni è sostenitrice sotto il profilo militare del Libyan National Army del generale Khalifa Haftar, fornendo a quest’ultimo anche i contractors della Wagner. Dall’altro lato, la Turchia del presidente Erdogan è oramai il primo sponsor sia militare che politico del governo, prossimo alle dimissioni, di Fayez Al Sarraj. Due posizioni contrapposte quindi ma, al tempo stesso, anche convergenti: così come accaduto in Siria, dove Putin è primo alleato di Assad ed Erdogan invece primo finanziatore dei gruppi islamisti, il dialogo tra le due potenze è vitale per mediare tra le parti e trovare accordi in grado quantomeno di congelare il conflitto.

Forse in virtù proprio dell’esperienza siriana è opinione sempre più diffusa che la tela diplomatica russo – turca sia l’unica in grado di orientare la situazione in Libia. Ad esempio nei giorni scorsi uno dei più importanti rappresentanti del governo di Al Sarraj, ossia il suo vice Ahmed Maitiq, è volato a Sochi per incontrare forse lo stesso Haftar o uno dei figli del generale per mediare un accordo sul petrolio. Sempre nelle ultime settimane sono emersi contatti tra Mosca e Ankara per determinare alcuni punti essenziali sul futuro del Paese nordafricano. A partire dalla divisione in zone di influenza della Libia, con la parte occidentale filo turca e quella orientale più vicina alla Russia.

Il lavoro diplomatico degli Usa

Tuttavia non sono soltanto Putin ed Erdogan a detenere le chiavi del dossier. Anzi, sui rapporti tra i due governi pesano e non poco alcune incognite. A partire dal fatto che forse Ankara potrebbe non accontentarsi della parte occidentale della Libia, mentre dal Cremlino si è pronti a rinforzare il fronte orientale qualora le milizie vicine alla Turchia bussino alle porte di Sirte e della base di Al Jufra. E poi il territorio libico ha molte risorse, è strategico da un punto di vista sia energetico che politico e dunque è impensabile che gli altri attori internazionali rimangono fuori. Lo si è visto ad agosto, quando sia a Tripoli che in Cirenaica si è giunti a una dichiarazione di cessate il fuoco dietro la quale poi si è celato lo zampino di Washington. Donald Trump si è mosso in sordina in Libia, ma non ha tutto l’interesse a lasciare che il Paese venga controllato unicamente dalla Russia e dalla Turchia. Ed è per questo che l’estate di Richard Norland, ambasciatore Usa a Tripoli, è trascorsa tra contatti, incontri e bilaterali che hanno poi contribuito a portare alla dichiarazione di agosto.

Il peso degli Usa si è fatto sentire anche in sede di consultazioni tenute a Ginevra negli ultimi giorni, dove sono in discussione quei documenti politici che dovrebbero portare entro il 2021 alla formazione di un nuovo consiglio presidenziale e all’uscita di scena definitiva di Fayez Al Sarraj. Washington in questo frangente può puntare anche su Stephanie Williams, a capo della missione Onu in Libia in attesa che venga definitivamente trovato il sostituto del dimissionario Ghassan Salamé.

Marocco ed Egitto provano a mediare

I Paesi della regione più attivi in questo frangente sul fronte libico sono senza dubbio Marocco ed Egitto. Il primo ha sempre mantenuto una posizione neutrale e, forte di questa prospettiva, i primi di settembre ha organizzato una serie di incontri tra rappresentanti del Consiglio di Stato di Tripoli, vicino ad Al Sarraj, e la Camera dei Rappresentanti. L’Egitto invece ha sempre sostenuto il generale Haftar e le autorità stanziate nell’est della Libia, ma di recente ha avviato una serie di contatti con il Consiglio di Stato. Un’azione, quella de Il Cairo, destinata a incidere durante i prossimi colloqui politici e a dare al governo del presidente Al Sisi maggiore peso in sede di trattative. Appare quindi ben evidente come siano diversi gli attori internazionali in campo in Libia, un vero e proprio puzzle dall’equilibrio tanto delicato quanto precario.